Bolevec

“Anni, anni che la cercavo ed eccola qui, Josef, finalmente!”
Si è fatto buio. La camera d’albergo è in penombra. Josef, semiassopito sul letto, pare non sentire.
“L’hai pure sottolineata,” ripete Zdenka, a voce più alta.
Josef sembra destarsi. Sbadiglia, allunga un braccio.
“Che ora si è fatta,” borbotta.
“Come immaginavo, il libro è proprio di quegli anni.”

“Per favore Zdenka. Ho fame, che ora è?”
“Dimmi Josef, tu non hai dimenticato quella donna, vero?”
“Amore, uscirei a mangiare qualcosa, ti va?”
“Sofia. Me ne parlavi tutti i giorni. E io, la tua ragazza, e poi tua moglie, io ingoiavo.”
“Zdenka, si può sapere che cos’hai?”
“Sorrido di noi, della nostra stupida storia, tutto qui.”
Josef la guarda. Il profilo non più giovane di lei si mescola alla luce gialla della piccola lampada accesa sul comodino.
“Cosa leggi.”
“Un tuo vecchio cavallo di battaglia,” fa lei, ironica.
“Da quando hai il permesso di leggere i miei libri?”
“Sentilo, il permesso.”
“Scusami.”
“In penna rossa, addirittura. Per tutto il libro hai sempre usato la matita. Qui no. Doppia sottolineatura. Orizzontale e verticale. In rosso.”
Josef tace.
“Una sera me la devi aver citata a memoria. Proprio questa frase,” continua lei. “Prima di sposarmi.”
“Ho fame,” dice Josef.
“Allora avevi ancora voglia di diventare qualcuno, nella vita.”
“Non dovresti leggere i miei libri.”
“Te lo ricordi? Volevi fare il tennista. Basterebbe che mi allenassi un po’ di più, dicevi, il talento ce l’ho. A venticinque anni! Un giorno potrei fare l’attore, ho del talento, qualcuno mi noterà. L’attore! Eri un po’ matto. Forse era per questo che mi piacevi.”
“Non è gentile quello che hai fatto. Curiosare in un mio vecchio libro cosa ho sottolineato e cosa no, rinfacciarmelo in questo modo.”
“Volevi pure fare l’astronauta, te lo ricordi? L’astronauta, Josef… E io in fondo… sì, un po’ ci credevo. Perché prima o poi comincerà a prendersi sul serio, mi dicevo. E invece. Sei sempre rimasto fermo, paralizzato da qualcosa che inizio soltanto ora, forse, a capire.”
“Stai alla larga da quello scaffale. Se no dovrò farli sparire.”
“Con la bacchetta magica, ti ci vedo. Il prestigiatore, questa ti mancava. In effetti, hai talento. Qualcuno ti noterà.”

Josef si mette a sedere sul bordo del letto. La finestra riflette la sagoma di Zdenka accanto alla lampada a forma di candela sul comodino. Lui, invece, si vede solo a metà.
“Non ho nessuna voglia di scherzare,” dice.
“Dimmi la verità,” dice lei. “Non c’è nessun congresso qui a Praga. È tutta una presa in giro.”
“Come ti permetti. Piantala con queste storie.”
“Ti ho seguito ieri.”
“Mi hai… seguito?”
“Altro che centro congressi. Sei andato alla stazione. Hai preso un treno.”
Josef si alza. Cammina lentamente verso la finestra.
“Zoppichi.”
“Perché, non si può?” sbotta.
“Quanto pesi ora? Centodieci? Centoquindici?”

Josef nasconde le mani nelle tasche stropicciate dei pantaloni. Sbadiglia ancora.
“Hai preso un treno per Plzeň. Era lì che volevi andare, dimmi la verità. È lì che ti ha lasciato Sofia. Trent’anni fa. Comincio ora a capire.”
Lo stomaco emette un lungo brontolio. Josef tira su il naso e si schiarisce la voce. “Ho fame,” dice poi.

“Fatti una doccia. Poi, se vuoi, puoi anche uscire a prenderti qualcosa.”
“Non ti va di cenare fuori con me?”
Zdenka ride.
Josef fa il giro del letto ed entra in bagno. Chiude la porta. Poi la riapre, torna fuori. Ora è in piedi, proprio di fronte a Zdenka, le gambe allargate e le mani sui fianchi. Gonfia il torace. “Sto ancora aspettando una risposta”, dice.
Ma la frase gli esce debole, forzata. Lei alza gli occhi e lo guarda con un mezzo sorriso. “No,” dice, “non ti riesce proprio la parte del cattivo.”
E quando lui sparisce in bagno, “bravo, vatti a lavare,” aggiunge.

Josef dà un giro di chiave alla porta del bagno. Chiude lo scarico della vasca e apre il rubinetto dell’acqua calda. Il vapore prende a diffondere nella stanza, spirali di fumo si attorcigliano lente nell’aria come dei grossi serpenti.

Si immerge nell’acqua e il grave di tutti i suoi chili come d’incanto svanisce. Chiude gli occhi assaporando l’istante. L’istante che ogni volta ha il potere di distaccarlo da tutto. Respira.
“Così adesso ti chiudi anche in bagno!”, la voce di lei è appena fuori dalla porta.
Non le risponde.

Quella donna ha ragione. Una stramaledetta ragione.
Il congresso non esiste.
E Sofia.
Il suo primo amore. Il suo unico amore.

Com’era possibile, pensa, alla sua età, parlare ancora così. Come un ragazzino.
Non sei ridicolo, Josef? Cos’è stato del tuo cervello dopo quel lunedì? Cos’hai fatto in tutti questi anni, oltre a guardarti sempre e soltanto indietro?

***

Stavano insieme da quasi un anno. Ventisei giorni anzi mancavano a quel lunedì 15 agosto. Aveva deciso di proporle un viaggio per il loro primo anniversario. Parigi? Troppo costosa per due studenti. Londra? Non gli era mai piaciuta. Poi quel cartello in vetrina, Romantiche capitali dell’est. Budapest, Praga. Risparmia con le nostre offerte. Fatta.
Aveva scelto Praga soltanto perché il nome gli piaceva di più.

Aveva comprato una guida. L’unica che avevano in quella libreria. Subito, in strada, si era accorto che non c’erano abbastanza foto, allora era andato da un’altra parte, ne aveva prese altre due.

Poi era stato in agenzia. E lì la doccia fredda. Cinque giorni in quella romantica capitale dell’est, a metà agosto, costavano uno sproposito.
“Non ce la faccio… ho speso già troppi soldi per l’anello,” disse alla ragazza.
“Due giorni?”
“Troppo poco.”
“Settembre?”
“Troppo in là.”
“Aspetta,” disse lei. “Forse un’idea ce l’ho”.
Si era messa a cercare in mezzo alle carte sulla scrivania. Poi in un cassetto.
“Eccola, eccola qui!” Grazioso motel, stanze ampie e luminose. Zona tranquilla, prima periferia, fermata del tram poco distante. Per i giorni che aveva chiesto Josef costava incredibilmente poco.
“Lo prendo, lo prendo!”
Poi si era insospettito.
“Perché costa così poco?
“È a Plzeň.”
“Dove?”
“A Plzeň.”
“Ma io avrei chiesto Praga…”
“Credimi, è un affare,” disse lei. “In un’ora e mezza siete a Praga. I treni non costano nulla, ci andate e tornate ogni giorno. E anche Plzeň dopotutto è una bella città.”
Josef era perplesso ma la ragazza non mollava.
“Non una, due stanze ci prenderei io, a un prezzo così, in posto come questo, alla metà di agosto,” insisteva lei. “A Praga per così poco non trovi posto neanche sotto un ponte.”
Josef si lasciò convincere.

Sofia non condivise tutto quell’entusiasmo.
“Non ti piace Praga?”
“Non è questo…”
“Non ti piace l’idea di farti un’ora e mezza di treno mattina e sera?”
“Non è neanche questo…”

Non le piaceva l’idea del viaggio, semplicemente. Dovunque fosse stato. Non era l’idea giusta, non era il momento giusto… Sofia cercò anche di dirglielo. Ma Josef era troppo eccitato, troppo su di giri per ascoltarla.

Sarebbero partiti venerdì 12 agosto, tornati il mercoledì successivo. E il giorno del loro anniversario, lunedì 15, le avrebbe regalato l’anello chiedendole di sposarla. Aveva già deciso tutto. Praga, mezzogiorno in punto, la piazza del municipio, poprio sotto l’orologio.

Era presto? Che importava. La amava o no? E lei amava lui. Questo era tutto. Come vivere insieme, come mantenersi, a questo ci avrebbero pensato.
La sera prima di partire lei telefonò.
“Sei… sicuro?” gli chiese.
“Di portare la giacca leggera? Certo che sì, è agosto!” disse, e rise della battuta.
Decise che avrebbe nascosto la scatolina con gli anelli nel taschino interno di quella giacca. Non gli doveva capitare di dimenticarsela per nessun motivo, quel lunedì.

La mattina della partenza si trovarono in stazione. Sofia era tesa. O forse soltanto distratta.
“Rilassati,” diceva Josef, “hai sempre paura di dimenticare qualcosa,” e portò la mano al taschino, giusto per essere sicuro. “Non andiamo nella jungla,” aggiunse. “Del resto se avessi avuto paura dei leoni avrei portato il fucile”, e rise anche di quella battuta.

Durante il volo scambiarono poche parole.
“Rilassati,” diceva Josef, “non è che gli aerei vengono giù proprio tutti, uno ogni tanto arriva anche a destinazione, lei per esempio che ne dice?”, chiese al tipo seduto accanto a Sofia, allungandogli una mano verso il mento a mo’ di microfono. Quello si ritrasse. Josef rise ancora.

La ragazza dell’agenzia era proprio una dritta. Il motel era come aveva detto lei. Ristrutturato di recente, carino fin dall’esterno. La stanza, poi. Ampia. Luminosa. Profumava di legno. La zona era tranquilla. Più giù, poco prima della circonvallazione, c’era anche una bancarella che vendeva fiori. Lunedì mattina avrebbe fatto al caso suo.

La sera presero il tram e girarono a piedi per il centro. Scelsero una birreria, si sedettero all’aperto e mangiarono qualcosa. Rientrarono presto. Sofia era stanca e non aveva voglia di fare l’amore.

Il giorno dopo andarono a Praga. Lei sembrava più tranquilla. Girarono a caso per quelle deliziose viuzze di città vecchia. Salirono al castello. Josef prese le misure alla piazza dell’orologio. Ci passarono tre o quattro volte, sempre per caso. Una di quelle aspettarono lo scoccare dell’ora e guardarono il corteo degli apostoli.
Cenarono presto. Alla stazione di Plzeň, quando tornarono, si vedeva ancora uno spicchio di luce, a occidente. Anche quella sera Sofia era stanca. Andarono a dormire senza dirsi niente.

La mattina di domenica li svegliò una porta che sbatteva. Nel parcheggio volavano foglie, pezzi di carta, sacchetti di plastica. Gli alberi oscillavano arrabbiati, le nuvole attraversavano veloci il cielo azzurro. Dalla finestra entrava uno spiffero d’aria freddo, tagliente.
Sofia gli chiese di non uscire, quel giorno.
Josef allargò le braccia.
“Tesoro, ti prego, siamo in vacanza.”
“Per favore, oggi no. Odio il vento.”

Uscì da solo, per calmarsi. Odio il vento. Anch’io odio tante cose, pensava.
Passò davanti al negozio di fiori. Senza le piante, sembrava una vetrata come tante altre. Poco oltre trovò una pasticceria. Domani passerò anche di qui, pensò.
Rientrò che era pomeriggio inoltrato. Il vento era cessato e il cielo si stava annuvolando. Non avrebbe saputo dire di preciso che cos’aveva fatto tutto il giorno. Né lei glielo chiese.
Stava seduta sul letto, la schiena al muro, le gambe incrociate. In silenzio.
Lui la baciò. Lei non disse nulla.
Sgranocchiarono qualcosa per cena.
“Stasera non puoi essere stanca,” le disse lui, più tardi. Iniziò a sbottonarle la camicia. Le tolse la maglietta, i pantaloni, il reggiseno, le mutandine. Lei si lasciò fare. Sei bella, le disse. La trascinò giù dal letto, sul tappeto. Fecero l’amore lì.

La mattina dopo veniva da fuori un tichettio ovattato come un piacevole sottofondo. Josef allungò la mano a cercare Sofia. Lei non c’era. Aprì gli occhi. Dalla finestra filtrava una luce opaca. Gli parve di udire un rumore provenire dal bagno.
Si alzò. La porta era socchiusa. La spalancò di colpo con una ginocchiata.
“Sorpresa!” disse.
Lei trasalì. Era avvolta in un asciugamano, le spalle nude, i capelli ancora bagnati.
“Auguri,” disse Josef mentre una fitta feroce di desiderio gli attraversò tutto il ventre. Ma aveva gli occhi gonfi, la bocca ancora impastata di cattivo. Dovette ricacciare indietro la voglia.
“Tanti auguri tesoro,” le disse ancora, poi la baciò, e baciandola le sfiorò un seno col dorso della mano.

Non avevano molto tempo se volevano essere a Praga a mezzogiorno.
Josef alzò le tapparelle. Fuori pioveva. Ecco cos’era quel fottuto rumore, pensò.
Fecero colazione insieme.
“Devo uscire,” disse poi. “Una mezz’ora al massimo, poi torno e ci fiondiamo in stazione per andare a Praga.”
Era su di giri.

Faceva molto più freddo dei giorni precedenti. Quando arrivò davanti al fioraio lo trovò chiuso. Era addirittura abbassata la serranda. Figli di puttana, pensò, lo fate apposta. Si guardò attorno. Sullo stradone passavano le auto ma il marciapiede era deserto. Allora sferrò un calcio alla serranda. E un altro. E un altro ancora. Poi sputò su quella schifosa barriera di ferro.

La pasticceria era aperta. Almeno quella. Una nuvola di aria calda lo avvolse dalla testa ai piedi.
Lo servì una signora. Prese un vassoio, una grossa pinza, gli disse una frase incomprensibile e rimase ad aspettare. Josef accennò alla parte destra del bancone dove c’era qualcosa che assomigliava a dei pasticcini. La signora non si mosse e ripetè la frase con fare un po’ scocciato. Ci metta quel cazzo che le pare!, sbottò allora Josef, sicuro di non essere capito. Quella si arrese e gli riempì il vassoio di qualcosa.

Tornando verso il motel pioveva un poco di meno.
Cercò di calmarsi.
Era davvero una buona idea andare a Praga quel giorno? Erano solo venti minuti che camminava, con l’ombrello, eppure le scarpe, il fondo dei pantaloni, le punte dei calzini erano già inzuppate. E aveva anche freddo, con quella giacca leggera.
E se fossero rimasti in motel? L’idea di festeggiare a letto, facendo l’amore, pigramente, lentamente, tutto il giorno, era stuzzicante. La proposta di matrimonio, l’anello di fidanzamento, in fondo, potevano anche aspettare un giorno o due.

Con il vassoio in una mano, l’ombrello nell’altra, Josef bussò alla porta della stanza. Attese una risposta che non venne. Leggermente infastidito, dovette fare da sé. L’ombrello cadde nell’ingresso con un rumore secco e un’eco eccessiva. Josef inspirò quel gradevole odore di legno caldo e poi disse, “sono io”.
La stanza era vuota. Il letto rifatto. La cose di lei non c’erano più.

Poi nella memoria c’è un vuoto.
Immagini. Frammenti. Ipotesi.
Un biglietto sul tappeto.
Sono mesi che cerco di parlarti. Mesi che non sai ascoltarmi. Mesi che ho dubbi. Mesi che non ho il coraggio di dirtelo.
Frasi sconnesse, frasi a metà.
Ieri sera. Il modo in cui mi hai presa. Il modo in cui mi hai fatto sentire.
Frasi senza senso.
Non seguirmi. Non cercarmi. Non ti chiedo neanche di capirmi. Ti chiedo solo scusa. Scusa se non sono mai stata la donna che hai sempre pensato che fossi.

Fuori la pioggia si era fatta sottile, quasi garbata. La scritta gialla, luminosa sul primo tram che passò diceva Bolevec. Non sapeva dove fosse, eppure salì.
I vetri erano appannati. Non vide dove andava. Scese dove tutti scesero. Enormi condomini di periferia, un ampio stradone, distese verdi di granoturco, una piccola stazione di treni e ancora quella scritta, Bolevec.
Un tetto, una panchina.
Ci si era seduto. A guardare i colori e respirare la nebbia.

Si portò una mano al taschino. La scatolina c’era ancora. La prese, la aprì.
Gli anelli erano lì, insieme. Brillavano grigi come quella stupida giornata di pioggia.

Dal nulla partì un tintinnio metallico, squillante, insistente, come un grosso cucchiaio che picchia su un piatto. Sembrava provenire da un punto indefinito della stazione. Uno sfrigolio di rotaie, poi l’intera stazione prese a vibrare. Lento, pesante, lunghissimo passò un vecchio merci, il frastuono così assordante che pareva dovesse sfasciarsi tutto, la panchina, la stazione, lo stesso merci.
Si alzò in piedi sfidando quel baccano. Estrasse gli anelli dalla scatolina, uno alla volta. Li strinse nel pugno. Poi fece il gesto di lanciarli. Verso il treno. Una volta, due volte, e poi ancora e ancora finché li lanciò davvero, urlando qualcosa che non riuscì neppure lui a sentire.
Passò l’ultimo vagone e tutto si calmò. Solo quel cucchiaio continuava a picchiare, stupido, monotono, senza senso, perché non veniva nessun altro treno.

Josef tornò a sedersi. Proprio in quell’attimo il rumore cessò, rimase solo il tic tic sereno della pioggia sul cemento e in quel silenzio aprì il pugno.
Gli anelli erano ancora lì.

***

Josef, pulito, esce dal bagno. Zdenka è seduta su uno sgabello accanto alla finestra, i gomiti appoggiati sul davanzale. Ha abbassato la tapparella. Guarda fuori.

“Irenka, Adéla, e anche Milana, cosa credi” dice.
Josef appende l’asciugamano bagnato sullo schienale di una sedia. Prende da un cassetto il deodorante al borotalco.
“Tutte cornute. Da anni, e lo sanno.”
Se ne getta un po’ sotto le ascelle.
“All’inizio ci stai male. Poi fai i conti con la realtà.”
Sotto le pliche abbondanti dell’addome.
“Irenka per esempio, lei se ne frega, Adéla no, e si è data da fare. Milana… be’, Milana la conoscono tutti.”
Sulle natiche, fra le cosce.
“La vita è così, Josef. Ma il punto non sta qui.”
Poi si strofina le mani sul petto. Il dorso, il palmo. Poi si schiaffeggia il viso.
“Loro vivono, Josef. Amano, tradiscono, soffrono, ma vivono la vita con persone in carne e ossa.”
È allora che da sotto una piega del lenzuolo vede spuntare il libro. Il dorso sottile, aperto a spaccata.
“E tu? Tu dove sei rimasto?”
Si siede sul letto. Lo prende in mano. È già aperto alla pagina che cerca.
“Tu da anni corri dietro a un fantasma, Josef. A un fantasma che non esiste più. Hai mai desiderato qualcuno, dopo di lei?”
Anche se non vede ancora la meta e non sa dove più tardi la vita condurrà una persona come lei, lei dovrà… prendere sul serio se stesso, cercando di fare qualcosa di sé.”
“Perché hai sprecato in questo modo la tua vita?”
Lo richiude, lo appoggia sul lenzuolo.
“Dove ho sbagliato con te. Cos’è che di te non ho capito.”
Il coraggio di ogni giorno, recita la copertina.
“Più di tutto, Josef, che cosa ti è mancato nella vita?”
Sotto quella scritta, i caldi colori di una natura morta e qualche impronta di borotalco.
“Sai, forse ora una risposta ce l’ho.”

/
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@@@@

Questo è un racconto atipico e piuttosto vecchio, l’idea e la sua prima versione risalgono al 2005.

La sfida era renderlo presentabile (allora scrivevo cose decisamente meno leggibili) senza cambiare l’idea di fondo. E quindi titolo, ambientazione, nomi e carattere dei personaggi, il quartiere, la scena del treno, e soprattutto la citazione dal libro di Hesse. Che è stata poi la cosa che più mi ha messo in difficoltà, perché il senso, l’idea attorno a cui doveva girare tutto il racconto, riscrivendolo, più di una volta mi chiedeva di diventare altro, e invece no, tale doveva restare, questa era la sfida.

13 pensieri su “Bolevec

  1. Pingback: Sulla strada per l’arrosto | Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio

  2. Grazie Giulia, di essere passata di qui e dei tuoi commenti! Fa nel mio piccolo piacere che qualcuno legga cose che ho scritto (è un’esperienza piuttosto… nuova per me, ecco :-/ come si sarà capito), e ci dedichi anche del tempo per… pensarci, e darmi un ritorno. I vostri commenti me li porto dietro e fanno capolino qua e là più spesso di quello che pensate. Grazie

    • Anche per me è nuova… ma poiché a me fa piacere ricevere consigli e anche critiche, dopo aver letto qualcosa cerco di esprimere il mio parere, se ho qualcosa da dire, sperando di fare cosa gradita. 🙂

  3. Davvero bello!! Delicato, evocativo. Suggestivo il riferimento a Hesse che permea tutto il racconto.
    Per i dettagli, concordo con l’analisi di Gardentourist. Con una sola eccezione: mi sembra che la molteplicità di atteggiamenti di Zdenka sia più complessità che incoerenza, nel senso che l’essere un po’ forte e un po’ vittima, un po’ aggressiva e un po’ amara la rende interessante e vera.

  4. Fantastico, fantastico! Grazie, grazie di quello che hai scritto (e non solo, di averlo letto, e di averci dedicato del tempo). Sono commenti interessantissimi perché io neanche sforzandomi sarei riuscito a focalizzarli così bene. Mi rivedo mentre passo ore e ore a limare tagliare invertire parole, sfrangiare cassare incastrare frasi (la settimana scorsa): ne esci pressoché fuso, e soprattutto (me ne accorgo meglio ora, dopo aver letto il tuo commento) finisci per concentrarti solo sui dettagli, schiacciato in una visione bidimensionale del testo e della storia. Quei tuoi cinque flash sono punti di vista che non hai idea quanto siano illuminanti… come un palloncino gigante che mi tirasse su su su… e mi facesse vedere finalmente tutto (o una parte del tutto, perché chissà quante altre cose vedrebbero altri occhi…) dall’alto. Ci tornerò sopra e ci rifletterò ancora.
    Apprezzo in particolare il punto 3, su cui davvero, se non c’è qualcuno a dirti che scivoli, rischi di non accorgertene mai. Ma anche gli altri… ok, la chiudo qui.
    Grazie!!

    Poi: 1, in caso di refusi clamorosi ed evidenti, ci penso io (eventuali sviste o errori di battitura, qui, di chiunque, li correggo e li correggerò sempre, sono un filo… fiscale per questo genere di cose 😉 ma sul tuo non ne vedo nessuno…).
    2, ok, mi organizzo per il bottone print.
    3, no no, come sempre io scrivo e tu (se lo vuoi, eh!) scrivi a tua volta!

  5. Stampato e letto più volte, nei ritagli di tempo. Al riflesso di Zdenka accanto alla lampada si è sovrapposto il mio illuminato da una parete di bibite ghiacciate, alla pioggia altra pioggia. Ho anche sognato una persona che vorrei poter dimenticare. È una storia che si scioglie mentre la leggi, come gocce d’inchiostro in un bicchiere d’acqua. Funziona, ma ovviamente spero che tu stia già lavorando alla nuova versione. Considera quelle che seguono come appunti di lavoro, ok?
    #1 Benché veda perfettamente la camera d’albergo, ad un certo punto salta fuori uno scaffale che confonde le idee. Serve proprio? Io lo toglierei. Il libro l’ha preso Z prima di partire? Se l’è portato dietro J, in occasione del viaggio-amarcord?
    #2 J è un personaggio solido, Z oscilla fra l’essere forte, possessiva, amara – e vittima. Nel rileggere cerco di spingere l’interpretazione verso il primo tipo di donna (per difendersi dalla quale J ha creato uno strato protettivo)… le manca poco per precisarsi, ma sto facendo violenza a mia volta sul racconto?
    #3 Quel “non cercarmi” di S è puerile, detto da una compagna di studi. Quel “se non sono mai stata la donna”, pure.
    # 4 J e S partono da una stazione, ma poi volano. Il racconto è fisico – pareti, luce, lenzuola, vestiti, sesso… il “teletrasporto” interrompe il contatto.
    # 5 Mi piace oltre il dicibile, ma forse è una metafora che vede solo la mia mente-free-climber-del-nonsense, il deragliamento Parigi-Praga_Plzeň, Bolevec. Fra l’altro, nella Bolevec del racconto ci sono finita pure io, ma si trovava dalle parti della periferia di Dusseldorf.
    Sei un serbatoio di storie, incoraggiante: tirale fuori tutte, mi raccomando. Noi ci mettiamo comodi, in attesa… a proposito: regalaci la comodità del bottone “print” per i tuoi post…

    • P.S.
      Refusi, discordanze, metamorfosi della punteggiatura… la solita storia, mi dispiace. Passi (se proprio!) quando accade “a casa mia”… ma qui, addirittura commentando un altro scritto… sono di una goffaggine da patibolo, mi spiace!
      Ok, è deciso: tu scrivi – io leggo. Punto.

      Nel commento ho anche dimenticato il riferimento al senso di ricerca “in solitaria” di Hesse… ma soprattutto… il grazie!

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