Cosa mi è tornato in mente lassù

Ragazzi,
scrivervi da qui, dall’aereo voglio dire… quel rituale di alzarsi e clic, aprire lo sportello, cercare lo zaino, infilarci una mano in quella maniera studiata, lenta e pensosa… tastare qua e là, scovare la custodia, estrarla… e poi clang, richiudere lo sportello, sedersi… zip, ziiiip, zip la cerniera… e finalmente estrarne il computer… aprirlo… accenderlo… e tic tic tic

Ecco, giuro che mi prenderei a sberle quando mi vengono questi idioti rallentando, volevo solo-solo-solo dire che mi sento un po’ cretino perché ho appena acceso il computer per scrivervi il pezzo e averlo pronto appena atterrati, fra un po’ di ore… pronto da postarvi… ecco, tutto questo fa un po’… un po’ cronista, no? giornalista, reporter, fate voi… ecco, e io ci sto giocando, a questo gioco, perché tutto ciò stuzzica adorabilmente quell’angolino molto, molto remoto del mio per il resto (vi assicuro) non proprio smisurato ego che ha sempre sognato nel suo piccolo di fare nella vita… questo. Proprio questo.

E ora che ci penso, a scrivere dei pezzi così confesso che ci avevo provato anche qualche anno fa. Per scherzo, però, mica come adesso. Allora i lettori me li immaginavo e basta. Volete proprio che ve la racconti? È che ero partito per scrivere tutt’altro…
Hmm…
Mah. Sarà l’altitudine. O la velocità. O il poco ossigeno, non so. Non so cosa mi ha preso quassù, ma ve la racconto.

Un paio di estati fa. Al solito si era in due, io e lo schermo indulgente del mio computer. Sì, proprio lui, quello di cui parlavo nella Guida pratica, quello che si è sciroppato tutto, ma proprio tutto ciò che ho scritto senza mai degnarsi una volta (che sia una!) di darmi lo straccio di un consiglio, foss’anche un misero ehi, guarda che non va.
In pratica ero da solo. Come sempre.
Cercavo idee, stimoli, esercizi. Qualcosa che mi costringesse a scrivere ogni giorno e insieme a darmi ritmo, sprint, tempi stretti. E allora cosa vado a inventarmi?
Che mi assume un giornale.

Cosa uno si inventa per convincersi che c’è qualcuno che lo legge, eh?

Ma non solo! Mi assumono, ovvio, mica per farmi fare il lavoro sporco, la gavetta…
Eh no.
Mi prendono perché vogliono affidarmi una rubrica.
Una rubrica!
Nientemeno.
E dai, dovevo pur far finta sul serio, no?

Poi, per… moderare l’ebbrezza, diciamo (o per rendere l’ebbrezza più credibile), mi invento che il giornale è solo un foglietto di provincia che non legge nessuno, e la rubrica soltanto un buco da riempire nei tre mesi d’estate, da quando gli è saltata una pubblicità e non possono metterci un cruciverba o le previsioni del tempo perché son già pieni di pagine dedicate.

Sono andato a riprendere quei pezzi — li ho nel computer eh, non sono neanche dovuto alzarmi, e clic e clang e rumori del genere.
Primissime righe. La mettevo così:

“Mi invitano a scrivervi dei pezzi. Per gioco, per scommessa, per scherzo, non lo so. Pezzi che pubblicheranno nei prossimi tre mesi in qualche remoto angolino di questo giornale. Angolini fuori mano nei giorni in cui ci sarà spazio. Scusa ma abbiamo l’abitudine di esser franchi, mi dicono, ci servi solo per riempire. Se c’è spazio ti schiaffiamo dentro. Se non c’è, passi al giorno dopo. O a quello dopo ancora. Capito?”

Ecco. Lo riconoscete il tipo, no? E così, rigorosamente per nessuno, ho scritto tutte le sere, ogni giorno (salvo una settimana a ferragosto, il caldo aveva stroncato anche me).
Tema della rubrica era il mio lavoro. Di giorno quindi tenevo su le antenne. Osservavo, mi appuntavo qua e là qualche idea. E la sera provavo a tirarne fuori qualcosa. Ogni sera e niente scuse: sveglio, pimpante o stanco morto che fossi. Tre mesi così.

Finché anche allora, finita l’estate, sono partito per il Giappone. E anche allora — ed ecco l’aggancio — ho scritto un pezzo sull’aereo (e poi un altro da un autobus; e un altro da un treno; e avanti). Tutti pezzi, naturalmente, per nessuno. Pezzi che immaginavo di spedire al giornale, per il mio pubblico di fantasia.
Ecco, adesso avete capito di cos’era (di cos’è!) capace il vostro pseudo-narratore. Quali e quante panzane è stato capace di inventarsi pur di non… devo andare avanti?
Basta.

Due note sul viaggio. Siamo ancora in piena Siberia. Dirvi all’altezza di quale città è un bel problema perché dalla mappa che brilla sul didietro del sedile davanti sembra che qui sotto non ci siano città per centinaia, ma che dico, migliaia di chilometri. Siamo comunque ancora un bel pezzo in là, a Oriente. Dalle parti dell’Aldan Plateau, così leggo sulla cartina, se vi dice qualcosa. Immagino di no. Allora guardatemi mentre punto un dito a sud: laggiù c’è ancora la Cina. Reso meglio?
L’aereo è pieno per due terzi, dunque ho anche un ragionevole bonus supplementare di spazio, il che non è affatto male considerando le 11 ore e 40 minuti che ci vogliono da Osaka a Francoforte. Le prime due orette, fra l’altro, non particolarmente divertenti, e temo neanche per il bestione bianco che ci porta in groppa, visti gli scossoni che si è dovuto sorbire risalendo su per il Giappone e poi su quella fetta di mare fino a Vladivostok che a guardarla pare così stretta ma oggi credetemi non finiva mai. Le facce di quelli che mi stavano attorno erano abbastanza indicative di come doveva essere la mia. Giuro che neanche le hostess si sono azzardate ad alzarsi in piedi per tutta la prima ora e mezza di volo. Il comandante in compenso, bontà sua, si è scusato due volte per tutti quei salti. Neanche fosse lui che stava giocando con la cloche. Un signore.
In genere sulla Russia la faccenda tende a farsi più tranquilla, e in effetti sta andando proprio così (che altrimenti mica avrei preso il computer per fare tic tic tic e raccontarvi le mie storie, nossignori). Ora là fuori l’aria è così liscia che par proprio di filar via così, leggeri, bianchi e silenziosi.

Leggeri, sì, come tutte quelle maledette tonnellate che pesiamo, e silenziosi poi, come il fracasso infernale che ci dev’essere appena qui fuori, nell’aria liscia, bianca, eh sì, mi sa che è proprio l’altitudine. O la velocità. O il poco ossigeno.
Fate voi.

25 pensieri su “Cosa mi è tornato in mente lassù

  1. scusate se intervengo, ma scrivere in volo mi sa che è veramente ganzo…chissà cosa potrei scrivere io sotto l’effetto del mix di psicofarmaci che prendo…interessante….

  2. Sono nei guai, non riesco a leggere il tuo post. Ho cominciato le prime tre righe (belle, belle, belle) e poi il testo è diventato senza sfondo, no lo sfondo è diventato lo sfondo del tuo blog e non vedo più nulla 😦 che cosa si può fare? Ciao

  3. Mi è sembrato, per un istante, di essere lassù su quell’areo così potente e silenzioso. Pur negli scossoni, che quando capitano ti salta il cuore in gola, e che poi quando passano non ci pensi più. Un po’ come la vita 😉
    La tua popolarità è frutto della tua bravura.
    E se sempre più interessante da leggere :))

    p.s. perdonami, ti sto leggendo durante la mia tristissima pausa pranzo in ufficio, mentre mi nutro di una tristissima insalata-tonno-pomodorini, sperando che il cibo mi faccia risvegliare dal torpore di una giornata poco produttiva…ma il tuo post è bellissimo!

  4. Scrivine un altro… scrivine un altro!!!! Sarò tua lettrice per molto, molto tempo, se continui così!!! Vado a leggermi tutti gli altri post, a ritroso. Divertenti, interessanti e mai scontati.
    Buon atterraggio!
    E.

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