Com’è andata poi quaggiù

L’aeroporto di Osaka.

Sì, proprio lui, quello progettato da Renzo Piano (non vi dico il pizzico di orgoglio tutto italiano ogni volta che ci passo) e costruito sul mare. È collegato alla terraferma da un ponte di tre chilometri che qui non si vede e parte dall’angolino in basso a sinistra.

Adesso aguzzate la vista e guardate ancora sulla sinistra. Quella strisciolina di asfalto che corre lunga e stretta sul bordo sinistro dell’aeroporto. Inizia con due strisce bianche parallele e all’inizio è un po’ più scura, più gommata. Bene, è lì che si atterra e si decolla.

Adesso voi siete con me dentro l’aereo. Proprio lui, il nostro bestione, quello da quattrocento tonnellate a pieno carico. Fermo. A inizio pista. In mezzo a quelle due striscioline bianche. Ecco che comincia a far girare i motori, forte, forte, sempre più forte. Poi, lentamente, si muove.

Bene. Avete presente la differenza fra un piccolo aereo e un bestione quando prendono la rincorsa? Il piccolo inizia a far un gran casino, ti schiaccia sul sedile fin quasi a levarti il fiato e parte in quarta. Il bestione no. Lui è più subdolo, più sornione. Fa relativamente poco rumore. Parte con lo sprint di una tartaruga e il sedile… il sedile è lì, ti accarezza il didietro e poco più. E prima di staccarsi da terra…

Tu sei dentro e senti il bestione che accelera, ma lentamente… come se non avesse poi tutta quella voglia… tanto che a un certo punto pare quasi che lasci perdere, che non stia neanche più accelerando… e fuori dal finestrino vedi passare una dopo l’altra le code degli aerei fermi ai gate, e poi i numeri dei gate vuoti, poi finisce anche l’aeroporto, e iniziano i capannoni, meno male che ci sono i capannoni, ma poi finiscono anche quelli, e il bestione è ancora lì che trotterella, tranquillone, poi solo la pista e l’erba e il mare, poi neanche più la pista ma solo erba e mare, erba e mare, e uno scossone sull’asfalto, e un altro, e solo erba e mare, erba e mare forza amico, andiamo su, forza, fammi quest’ultimo sforzo che la pista non è infinita, e ancora erba e mare finchè boh, qualcosa là davanti sembra sollevarsi giusto quel filo, il culo smette di far rumore, inizia a vibrare tutto, finisce l’erba, c’è solo mare e… sei su.

Su? Ma se si è appena staccato da terra. E allora vibra e salta e sbuffa e si piega e trema e rallenta (rallenta?) e le barche però son sempre più piccole e la costa sempre più lontana, e le montagne sembrano colline, e poi le nuvole… e salti, e saltelli e mamma mia che succede, e il resto dai, lo sapete.

**

A Francoforte è nuvoloso, il bestione si appoggia gentile sulla pista e attacca a frenare, ginocchia schiacciate al sedile davanti, un libro e un cuscino per terra. Sono di nuovo in Europa. Sono inaspettatamente sveglio.

Il secondo volo è una sorpresa. Ci caricano su un autobus. Dieci minuti di slalom fra furgoncini, carretti pieni di valigie, aerei in sosta, poi ci fanno scendere accanto a una specie di grissino appuntito. No. Dobbiamo davvero salire su questo?

Ci sono le scale ma si potrebbe fare anche a meno, un saltino e saresti a bordo. Diversi di noi, in piedi, devono piegare la testa, il grissino è proprio piccolino.

In compenso, ha un entusiasmo che pare un cucciolo di bassotto. Saltella svelto dal parcheggio alla pista, si ferma, scalda i motori fischiando tutto eccitato, parte a missile e neanche il tempo di arrivare di fianco all’aeroporto si impenna e va su, come un giocattolino.

Atterra un poco più tardi, tutto contento, nella luce gialla e obliqua del tramonto. E allora i clic delle cinture e gli stock delle teste che crollano abbattute come birilli, una dopo l’altra, schiacciate sotto il vano portabagagli alto un metro e mezzo o poco più, dolce e sottile delizia per chi di botte ne ha prese tante, sotto le porte, in Giappone, e peccato che non ho filmato, che avreste sorriso anche voi.

17 pensieri su “Com’è andata poi quaggiù

  1. Ciao Ian,
    quand’è che scrivi un altro post sugli usi e costumi giapponesi? E’ bello leggere la quotidianità di un’altra nazione. Ciao, grazie
    Elena

    • Ti dimentichi quasi (senza quasi) che è un’isoletta, quando ci sei sopra…
      Poi la parte più cattiva di te si chiede, occorreva proprio costruirlo sul mare? Ok ok non avevano spazio sulla terraferma, vero, Osaka è circondata da rilievi e dove non ci sono i rilievi ci sono Kyoto e Nara…
      Il guaio è che è stato il primo spicchio di Giappone su cui ho messo piede dodici anni fa, ragazzino che vedeva il mondo dall’altra parte, per la prima volta. Ecco, resterà sempre un posto speciale, per me.

      • capisco…a me ha fatto un effetto simile l’aeroporto di Ancona. Vedi l’aereo abbassarsi sempre di più sul mare ma non riesci a vedere la terra ferma davanti all’aereo e così pensi ad un romantico bagnetto fuori programma…. :)))

  2. Per una come me che non ha mai volato, per oggi basta e avanza! Ho paura che mai salirò su uno di quei bestioni, però i tuoi racconti sono irresistibili!!!!!

    • …se ti ho fatto anche soltanto vagamente intuire la sensazione, sono già più che contento così. Se un giorno ti capiterà sul serio, invece… vedrai che ne sarà valsa la pena! Almeno una volta… 🙂

  3. Mi sembrava davvero di essere sul bestione! E’ vero, i grandi fan proprio così che ti viene il cagotto e pensi non ce la fa non ce la fa… L’aeroporto è stupendo e mi piacerebbe un sacco vedere il Giap, dove ha vissuto anche mio suocero… per ora mi accontento. E adesso? Cosa succederà?….

  4. miiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii
    devo provarlo il decollo da Osaka col bestione!!!!!
    io di voli ne ho fatti pochi, tra voli brevi, lunghi e scali vari, saranno una ventina di voli, ma il decollo è sempre stato un’emozione grandissima… poi il primo, non ti dico… 😀

    • A me in realtà durante il decollo devo dire che… si torcono un po’ le viscere, ecco… emozione grandissima è il momento in cui tocca terra e inizia a frenare, ti assicuro!! 😉 Però mi affascinano quei capolavori di ingegneria, quei bestioni, voglio dire.
      Fammi sapere, mi raccomando, quando capiti dalle parti di Osaka! 🙂

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