Melodiche

Ho accostato. Ho attaccato le quattro frecce. E ho spento il motore.
Il pezzo era appena finito.
Avrei dovuto cambiare stazione. Non ce l’ho fatta. Il confine tra l’uomo e il vigliacco, in quei momenti, dove sta.

Sergej Rachmaninov, ha detto una voce.
Ah, però.
Dalla sinfonia numero due in mi minore opera ventisette avete ascoltato il terzo movimento, adagio.
Ah, però.
In una registrazione del settembre 1981, Vladimir Ashkenazy alla guida di un’orchestra di Amsterdam dal nome impronunciabile.

Sergej Rachmaninov.
Sì, avevo la vaga idea che fosse un musicista, quel nome. Vivo, morto, non avrei saputo dire. Testa o croce. Morto, avrei detto.
Credevo di non conoscere niente di questo Rachmaninov.
Invece.

Ho acceso la radio che era già iniziato. L’adagio. Non l’ho ascoltato tutto. Non l’ho neanche riconosciuto subito. Forse per questo non ho cambiato stazione.
La margherita delle scuse è sempre colma di petali.

D’un tratto lo riconosco. Verso metà. Cresce, cresce, cresce, poi, quelle note. Quelle note.

Come può essere così forte. Così amaro. Così tanto tempo dopo.
Quell’idea. Quel profumo, quella voce. Dov’è che si nascondono.
Perché in quelle note sento la sua voce.

Ero studente, allora. Tania ci abitava già da un anno in quell’appartamento.

Le sere delle assemblee dei coinquilini. Primo lunedì di ogni mese. Io e Alan, lei e Katia. In quattro, gobbi sul tavolino della cucina. A notte fonda, perché solo allora eravamo tutti insieme. Aria assonnata e caliginosa che neanche in una bisca. E lei, Tania, quella stramba, che stende il verbale. Dico. Che stende il verbale. Per quattro ragazzini che decidono a chi tocca pulire il cesso.

Quei verbali poi, che diventavano il codice. Il codice di Tania. Appeso sul retro della porta d’ingresso.
Righe, schemi, tabelle. Numeri. Io e quell’altro deficiente, ovviamente, a ridere.
Chi usa il bagno e a che ora. Primo gruppo, lei e Katia. Secondo gruppo, io e Alan. Perché noi secondi, protestava Alan.
Chi lava, dove. Come. E quando. Chi pulisce. Come si pulisce. E le settimane alterne e quelle invertite, e i giorni pari, e quelli dispari, e questa è proprio pazza, dicevo ad Alan. Scappata da un carcere, mi correggeva lui.
La volta che Alan l’ha legata alla manopola del rubinetto con un paio di manette.
La volta che era finito il detersivo. Che Alan è sceso, ha fatto un lavoretto a un ciao parcheggiato in strada. E ha pulito il bagno con la benzina.

E il riscaldamento, e quando va acceso, e quando no. Come va acceso, come no, e quando va spento. E come.
La volta che in piena notte è esploso il calorifero. Lei è scalza, ha i piedi nell’acqua, le caviglie pallide, inquiete, le tremano, e adesso?, mi chiede.

E i sette minuti e mezzo della doccia, quando la tacca rossa è sui trentanove gradi. Ordinaria. I quattro e quarantacinque, se la tacca è sui quaranta. Dinamica. I dieci abbondanti, se è sui trentotto. Rilassata.
Che casino, dico io. Così c’è acqua calda per tutti, dice lei. E poi è tutto a verbale.

A che ora la mattina è troppo presto per parlare a voce alta. A che ora la notte è troppo tardi per guardare la TV. E niente telefono con l’antenna, perché sai, le onde, non si sa mai. E niente amici per le partite di calcio, siamo mica al bar. E niente sigarette. Eh?, niente, neanche in stanza tua. Ma come?, caro mio no, che l’aria circola e si mescola e si respira e si annida e poi ci ammazza.
E allora sul terrazzo?, ma sei pazzo, guai a uscire sul terrazzo, le auto, l’incrocio, gli scarichi, l’odore.

La volta in cui scopro che c’è un altro terrazzo. Che dà sulla corte. Senz’auto, senza incrocio. Senza scarichi, senza odore.
Si può tenere nascosto un segreto. Un sentimento. Ma come si fa a tenere nascosto un terrazzo.

Si è messa a ridere. Nossignore, mi ha detto. Niente terrazzo.
C’è la mia finestra, che dà sul quel terrazzo. Sia mai che mi vieni a spiare. Sia mai che mi vedi nuda. Dietro le tende.
Ché mica ti spogli in camera?, ridevo.
Ché se anche fosse?, rideva. E metteva a verbale.

E niente sesso, là dentro. Che il letto è come la Repubblica, diceva. Uno e indivisibile.
A verbale.

Finché inevitabilmente succede. Che dividiamo.
Il suo.

Adesso come la mettiamo?, le dico.
Fanculo. Tu e le regole. E mi caccia un dito in bocca.
Scendiamo sul tappeto, dico, e le rosicchio la pelle. O tagliamo il letto a metà.
Fanculo!
Mi chiude a forza la bocca.

Più tardi scende dal letto. Attacca la musica, torna da me.
È classica, protesto.
È bella, dice.
È triste, dico.
Non capisci niente, dice.

La mette ogni volta.
Forse un po’ anche mi piace. Ma le dico che no. Che è noiosa. Che fa piangere. Che è sempre quella.
Mi prende a schiaffi.
Le deve piacere che dico così.
Mi tira i capelli. Mi soffoca col cuscino.

Dura un’estate e un inverno intero.
Finisce con una telefonata. Lì per lì quasi mi offendo.
Resta dove sei, mi dice.

Scemo, fa, appena mi vede.
Mi racconta tutto.
Altro che telefonata. È finita da un pezzo.
Non te n’eri accorto?
Ride e piange e ride e piange.
Io no. Io tengo duro.
Poi mi stringe una mano e mi chiede scusa.
Io tengo duro.
Dev’essere ancora sposata con lui.
Hanno due bambini.

Forse mi sbagliavo, con quella storia dei sentimenti. È più facile tenere nascosto un terrazzo.

E comunque dovrebbero proibire la musica alla radio.

42 pensieri su “Melodiche

    • Dev’essere il nostro destino, oscillare indefinitamente tra armonia e incomprensione. Che poi ti dirò, se non fosse così non ci sarebbero neppure tante storie da scrivere… ce ne facciamo una ragione! 😉

    • No, grazie a te. Che spulci fra i vecchi post e ripeschi quella frase e mi fai tornare in mente quello che mi passava per la testa quando è saltata fuori come per magia a chiudere quel… quella specie di raccontino lì. Thanks! 😉

    • Certe volte capita anche a me che un pezzo mi lascia senza una parola sensata da dire perché… mi sentirei di aggiungere il superfluo.
      Chissà che emozione ti ha trasmesso. Te lo posso chiedere? Come (forse) sai mi incuriosisce l’effetto che fa sugli altri quello che scrivo (e anche il contrario, quando sono io quello che legge cose scritte da altri, per questo a volte mi butto e mi azzardo a commentare – confessare – la mia impressione, e capire quanto lontano –prendo di quelle topiche…– sono andato dall’idea di chi scriveva).
      E quando chiedo un’impressione a chi legge, di solito mi lascio scucire anch’io una piccola confessione (sorta di mano tesa -> ti chiedo di giocare /gioco anch’io), e quindi ti dirò che finora questo è il pezzo che mi piace di più, per com’è nato, per com’è si è lasciato scrivere, per quello che è diventato, ma il pezzo che mi fa “piangere emozioni” è l’altro racconto che ti sei letta stasera, il palloncino a forma di pera, che infatti evito chissà perché da un po’ di andarmi a rileggere.

      • Perch Ian, a volte capita che leggendo resti impigliato in quella virgola, e magari due parole ti frugano dentro e come una lanterna fanno luce su cose che volutamente avevamo dimenticato. E cos, senza che te ne accorgi arrivi al punto che come una pozza raccoglie emozioni. All’inizio del post come una preda mi hai disorientato, poi hai messo l’esca e ti ho seguito, e alla fine ti ho lasciato fare perch ormai mi avevi preso in trappola, mi son sentita tanto lei e tanto lui. Fino a consolarmi all’ultimo punto

        Il giorno 17 giugno 2013 23:34, Meglio tacere e passare per scemi che aprir

  1. Pingback: E finalmente! | Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio

  2. Non ci crederai ma ho rivissuto prima di addormentarmi tutta la scena.
    “La margherita delle scuse è sempre colma di petali.” devo scrivere questa frase nel mio quaderno scritto a mano con una vecchia stilografica.

    • Ti credo invece!, che a volte prima di addormentarci ci tornano in mente proprio le scene, le idee più strambe e curiose… e chissà come immagini tu il terrazzo, la ringhiera, la corte… la finestra, la tenda, la stanza…

      • Allora: la stanza mi sembra un po’ squallida, muri scrostati, oggetti dovunque, però nel contempo la percepisco “vivace”, la tenda è un po’ logora di colore scuro, ma la finestra è particolarmente splendente il terrazzo è strano, non saprei come definirlo : bombato forse? Il camino rimane in un angolo e dà poco calore, più che altro fa compagnia. Come tutti i camini. 🙂

    • Ieri sera proprio mentre tu leggevi ero a correre a una manifestazione organizzata ogni anno dalle mie parti, una staffetta 24x1h. Più tardi, ancora in pista ad incitare gli altri, dopo una bella doccia ma ti assicuro mezzo morto per la stanchezza ho sbirciato al volo le mail sul telefonino. E mi ha fatto un sacco piacere perché: uno, qualcuno si era fatto un giretto tutt’altro che frettoloso sul mio blog, due, ti è piaciuto di più proprio il racconto che a me piace di più 😉
      Grazie!

  3. Ciao! Grazie della visita e del commento. 🙂
    Complimenti, questo racconto-poesia è molto bello… scrivi benissimo!
    Non mi capita spesso di incappare in blog dallo stile così curato, passerò ancora a trovarti.
    Buona giornata! ^_^

  4. ATTENZIONE: commento da saltare a pié pari in quanto dimostra l’assunto del blog.

    Bello l’incipit, che come il pezzo di Rachmaninov fa mettere le quattro frecce anche a noi lettori. Il mio personaggio preferito è il terrazzo: entra in scena offrendo la libertà di una sigaretta per poi fare da paraninfo.
    Ah, bello anche il nuovo tema wp – chissà se la scelta di un post con melodia è casuale o pensata per siglare il cambiamento (che ovviamente può essere avvenuto in precedenza senza che me ne accorgessi ma se non seguissi fino in fondo le mie idee balzane rischierei di lasciare qualche dubbio sul mio ruolo qui).
    Grazie!

  5. addirittura i ricordi degli altri sono ancora più interessanti… ti coinvolgono al punto tale da pensare se c’eri anche tu fra quei ricordi…. Blog interessantissimo…. io mi aggancio alla catenella delle parole attorcigliate e ti seguo. ciao Cate!!!

    • …la catenella è una bellissima immagine… è in fondo il senso di molte storie, parole pensieri ricordi stretti annodati attorcigliati da districare dividere e poi condividere…
      grazie!

  6. Dolcissimi ricordi i tuoi, ma qualcosa mi stride…forse sta fissa di farlo con rachmaninov…, non so, mi ricorda il film “Ten”.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...