Abbiamo solo mezz’ora (1/2)

Il senatore Bechis non aveva mai visto una gallina.

Arrivò puntuale, per le dieci. Nonostante il grosso cancello dell’allevamento fosse spalancato, l’autista dell’auto che lo precedeva scese, e suonò al campanello. Dei bambini comparvero, in lontananza. Ma nessuno pareva venire incontro al senatore.
L’autista guardò l’orologio. Suonò di nuovo. Attese invano.
Stizzito, si voltò verso l’auto dell’anziano senatore. Quello gli fece un cenno con la mano, a dire, che aspetti, suona di nuovo. L’autista fece come il senatore Bechis gli aveva detto. Si levarono dei latrati di cani. Le sagome dei bambini non si mossero ancora. Ma ancora, nessuno veniva incontro al senatore.
L’autista si voltò di nuovo, stizzito. Allargò le braccia. Com’era possibile, che nessuno venisse incontro al senatore.
Il senatore in effetti, dentro l’auto, pareva scuotere la testa. L’autista ne condivideva tutta l’indignazione. Poi all’improvviso il senatore prese a sbracciarsi. Muoveva le mani avanti e indietro, concitate, in direzione dell’autista. Quello piegò leggermente la testa di lato. Con grande fatica l’anziano senatore cercò allora di sporgersi dal finestrino, e proferì qualcosa che l’autista non sentì perché stava già dicendo, con quella sua voce sottile, Non si disturbi!, signor Senatore!, correndogli incontro a cauti e misurati passettini, I cani!, gridò di nuovo il senatore, e fu solo allora che l’autista vide qualcosa alla sua destra, un rapido guizzare di polveri e la sagoma di quattro o cinque bestie di forma e dimensioni differenti che si avventavano contro di lui, ed ebbe egli per sua fortuna quella prontezza di spirito di avventarsi lui stesso sulla portiera del senatore, spalancarla, zompare in auto, o meglio, in grembo al senatore, e mettersi in qualche modo in salvo prima che i cani avessero la meglio su di lui.

L’uomo che guidava l’auto del senatore balzò di fianco, sbigottito, il senatore trafitto da una ginocchiata nel ventre si piegò in avanti, senonché davanti a lui c’era il didietro dell’autista, dove comunque, costretto dal dolore, finì per adagiare il viso, mentre l’autista smanacciava via dal naso la leva del cambio e sgambettava per ritrovare una posizione un po’ meno precaria.

“Cosa le è saltato in mente!”, gridò il senatore Bechis spingendo l’autista di fianco, dove però vi era l’altro uomo, per nulla intenzionato a cedere il posto all’autista introdottosi in quella maniera ben poco ortodossa. Il quale altro uomo cercò infatti di indirizzarlo verso il sedile posteriore, soluzione in effetti gradita dall’autista essendo la portiera del senatore rimasta aperta e insidiata da un paio di cani che abbaiavano e digrignavano due grosse paia di denti bavosi.
Come nuotando, l’autista guadagnò a fatica il sedile posteriore.
“È finito esattamente sopra la mia ernia, lei lo sa questo?”, lo rimproverò il senatore.
L’autista tentò di ricomporsi. Si scusò.
Mentre il senatore scacciava un cane con il piede destro e richiudeva la portiera, da un grosso capannone uscì un trattore che prese ad avanzare proprio nella loro direzione. Si avvicinò. Si fermò di fronte al cancello.
“Ecco, ci mancava il trattore”, disse il senatore.

La prima delle due auto ostruiva il transito e non vi era con tutta evidenza alcun modo di passare. L’uomo alla guida del trattore stava rivolgendo dei gesti piuttosto composti all’indirizzo della prima auto.
Allora l’uomo alla guida della seconda auto mise in moto, azionò la retromarcia, retrocesse di qualche metro, poi frenò e restò in attesa che succedesse qualcosa.
La prima delle due auto continuava a ostruire il transito e, con la stessa evidenza di prima, non vi era ancora modo di passare.
“Come devo comportarmi”, chiese allora l’autista della seconda auto.
“Lei, lì dietro”, disse il senatore Bechis. “Scenda e sposti la sua auto!”
L’autista gli ricordò che non poteva scendere, che c’erano i cani.
Il senatore Bechis ammise che le cose stavano in effetti in quel modo, e borbottò qualcosa fra sé. L’uomo del trattore aspettava.

“Dovrei avere il numero di quel fetente”, disse a un certo punto l’autista.
“Di quale fetente”, chiese il senatore.
“Dell’allevatore.”
“Be’, allora che aspetta!”, disse il senatore Bechis. “Lo chiami subito.”
“L’agenda mi è rimasta in macchina.”
Il senatore Bechis sospirò.

L’uomo alla guida del trattore finalmente scese.
Si fermò accanto alla prima auto. Si chinò verso il finestrino e guardò dentro con una certa curiosità.
Poi prese a camminare in direzione dell’auto del senatore. L’uomo alla guida abbassò il finestrino. Il senatore si piegò verso sinistra, tese attento l’orecchio.
“Avete idea di chi sia quell’auto?”, chiese l’uomo del trattore.
L’uomo alla guida della seconda auto fece un cenno affermativo, senza tuttavia rispondere.
“È l’auto del senatore!”, venne una specie di belato dal sedile posteriore.
“Ah, il senatore”, disse l’uomo del trattore. Poi, grattandosi la barba, “non doveva venire domani?”
“Oggi!”, replicò la vocina, “oggi!”
“Mio fratello mi aveva assicurato che sareste venuti domani.”
“Lei è il fratello del titolare?”, chiese il senatore.
L’uomo annuì.
“L’agenda del senatore è fitta di impegni!”, strillò il sedile posteriore. “Abbiamo solo mezz’ora! Levi di mezzo quel trattore! Soprattutto, levi di mezzo i cani!”
L’uomo del trattore abbassò la testa, spalancò gli occhi chiari e cercò da dove provenisse quella voce.
“Mi permette di spostarla?”, chiese poi accennando all’auto davanti, rivolto al senatore.
Il senatore Bechis annuì.
L’uomo del trattore si allontanò. Tornò verso il cancello, suonò al campanello. Disse qualcosa. Poi salì sulla prima auto.
“Come si permette, quel tipo”, bofonchiò tra sé l’autista.
Si accesero le luci della retromarcia.
L’auto indietreggiò di qualche metro, brillarono gli stop, si arrestò. Si udì il rumore del freno a mano.
L’uomo uscì dall’auto, sollevò la mano in cenno di saluto all’indirizzo dell’auto del senatore. Salì di nuovo sul trattore. Passò rasente al cancello, oltrepassò le due auto e sparì nella polvere.
In quel momento qualcuno bussò a un finestrino.

(continua qui)

10 pensieri su “Abbiamo solo mezz’ora (1/2)

  1. Giallo ocra, giallo di stizza… aspetto buona buona il giallo tuorlo. Perché mi piace e non vorrei ritorsioni da parte dell’autore. Anzi… ecco… la seconda parte del commento arriva la settimana prossima 😉

    • …mi sembra di essere all’intervallo di uno spettacolo. Vorrei uscire per farvi l’occhiolino. Ma so che devo starmene buono buono dietro le quinte ancora per un po’…

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