Abbiamo solo mezz’ora (2/2)

Impaziente, il senatore cercava la manopola del finestrino, “qualcuno sa che fine ha fatto?” bofonchiava tastando la portiera, svelto allora l’uomo al volante girava la chiave nel cruscotto e azionava l’interruttore elettrico, il vetro prendeva ad abbassarsi e il senatore restava a fissarlo stupito, “scendono col pensiero” lo si sentì mormorare mentre esaminava con le dita la fessura gommosa dove il vetro era appena andato a nascondersi.
“Lei è il titolare?” abbaiò in quel momento la vocina da dietro.
L’uomo che aveva appena bussato al finestrino fece segno di sì con la testa e chiese di rimando chi fossero i signori.
“Siamo il senatore Bechis”, rispose la vocina, convinta.
“Ah, il senatore. Non era domani?”
“Che domani e domani. Ci faccia entrare, ci porti dalle galline, facciamo queste foto e ce ne andiamo. Abbiamo solo mezz’ora.”
Il titolare, incuriosito dalla voce, chiese al senatore il permesso di sporgersi leggermente all’interno dell’auto. Così, per guardare meglio.
“E tolga di mezzo i cani!” aggiunse un volto sorprendentemente aquilino.

Era giunta in effetti qualche giorno prima al titolare dell’allevamento una strana telefonata. Una voce che si diceva vicina al senatore Bechis avanzava una richiesta singolare: trattavasi di fare alcune fotografie al senatore in compagnia di una gallina nell’atto della cova.
Il titolare aveva pensato a uno scherzo.
Si tratta di un’iniziativa a scopo benefico, aveva chiarito la vocina, il senatore Bechis dovrà essere fotografato mentre appoggia una mano sul dorso di una gallina. Tutto qui. Le chiediamo di metterci a disposizione la gallina, nient’altro.
Il titolare aveva continuato a pensare a uno scherzo.
Si era comunque segnato la data sul calendario. Senza troppa convinzione. E sbagliandosi infatti di un giorno.

Entrarono nel cortile.
Scesero tutti e tre dall’auto. L’autista, il senatore, l’altro uomo che aveva al collo una grossa macchina fotografica. I cani osservavano la scena da una certa distanza, diffidenti.

Il senatore si guardò intorno. Davanti ai suoi occhi si trovava un immenso capannone. L’altezza della costruzione era stimabile in parecchi metri. Il suo stupore pareggiò presto quelle notevoli dimensioni. Era proprio curioso d’entrarvi.
Fu massima dunque la sua delusione quando il titolare, anziché puntare il capannone per entrarci, prese piuttosto ad aggirarlo. E lo aggirarono tutto, e giunsero sul retro, dove c’era una zona recintata che terminava in una piccola costruzione in cemento che pareva, questa sì, piuttosto stretta. Alta ben poco più di un uomo.

“Qui tengo quelle scelte”, disse il titolare, caricando d’enfasi l’ultima parola.
“Le ricordo che il senatore non ha mai visto una gallina”, lo ammonì l’autista.
Il titolare assicurò che non sarebbe stato affatto un problema, “le galline sono animali docili,” aggiunse. “Piuttosto,” e si fermò, voltandosi. Squadrò il senatore da capo a piedi. “Le scarpe.”
L’autista guardò le scarpe lucide del senatore chiedendosi che cosa non andasse.
“Se non vuole ritrovarsele piene di cacca, se le deve togliere.”

Giunti al recinto il titolare offrì tre paia di zoccoli. Il senatore li prese e ringraziò. L’autista li tenne a distanza con la punta delle dita e prese ad esaminarli. Erano sporchi. Parecchio usurati. “No”, disse poi, “il senatore non si toglierà mai le sue scarpe per indossare una roba così zozza”.
“Su”, disse il senatore che si era già tolto la scarpa sinistra, “infiliamoci queste cose, facciamo queste benedette foto e andiamo via.”
L’autista rimase a guardarlo perplesso, gli zoccoli penzolanti dalle mani.

Con ampi gesti tentarono di richiamare quello della macchina fotografica. Non ci fu verso. Il titolare dovette emettere addirittura dei fischi. Finché quello capì. Aspettarono che si cambiasse di scarpe anche lui. Poi entrarono nel recinto.

Vi razzolavano un numero consistente di galline. Il senatore, meravigliato, stimò che fossero almeno una cinquantina.
Seguirono un camminamento piastrellato punteggiato di deiezioni biancastre. Parevano fresche.
L’autista camminava come sugli spilli. L’uomo con la macchina fotografica ne approfittò per chinarsi più volte e ritrarre delle galline.

Entrarono nella piccola costruzione in cemento. Il titolare dovette abbassare la testa.
Vi era un odore acre di fieno e di qualcos’altro che pareva sudore. Sul terreno erano sparse delle cassette rivestite di paglia. In alcune di esse vi erano delle uova. In una, vi era adagiata una gallina bianca. In molte altre, sembrava esserci solo la paglia.
Il titolare oltrepassò le cassette vuote. Giunto sopra la gallina, si chinò. Avvicinò la mano sinistra, la appoggiò sul dorso pennuto e prese ad accarezzare lentamente. La gallina non si mosse.
“Ha visto? È molto semplice.”
Il senatore si schiarì la voce. Osservava la propria mano sinistra con aria nostalgica, come di chi se ne dovesse di lì a poco separare per sempre. Riuscì a verbalizzare un pensiero. “Non mi pizzicherà col becco?”
“Si figuri. Bestie docili, queste”, disse il titolare rialzandosi.
Il senatore tossicchiò, poco convinto.

Il fotografo prese posizione. Scrutò nell’obiettivo. Fece un segno con la mano al senatore. Questi si inginocchiò titubante. Il titolare fece un passo indietro, disse all’autista di allontanarsi anch’egli. “Aspetti”, disse poi. Si chinò accanto al senatore e infranse alcune tele di ragno sulla parete alle sue spalle. “Così va meglio.” Si rialzò.

“Posso?” Il senatore sollevò la mano sinistra e si arrischiò ad avvicinarla alla cassetta.
La gallina sollevò leggermente il capino.
“Posso avvicinare la mano ora?”, chiese il senatore.
“Ma certo. Le si avvicini.”
Il senatore obbedì.
Con un rapido scatto la gallina piegò il capino nella sua direzione.
Il senatore ritrasse spaventato la mano.
“Mi guarda”, disse.
“Si tolga la fede. Le attira tutto ciò che brilla.”
“Dia qua”, fece l’autista.
“Resti dov’è!” disse il senatore. “Non si avvicini, che questa poi si allarma.” Si levò la fede, la posò sopra la paglia di una cassetta lì vicino.
“Ora posso riavvicinare la mano?”
“Lo faccia. Lentamente.”
Il senatore fece come gli era stato detto.
La gallina questa volta non si mosse.
“Vede?”, disse il titolare. “Lei stia pronto a scattare”, disse all’altro. “Ora abbassi la mano, senatore. La posi delicatamente.”
“Sulle piume?”
“E dove gliela vorrebbe posare.”
Il senatore, tremando, abbassò la mano. Lentamente. Avvertì una leggerissima sensazione di calore prima di appoggiarsi sul piumaggio morbido.
La gallina sussultò e il senatore si ritrasse svelto.
“Ma che fa.”
“Questa s’è mossa!”
“È una gallina. Si muove.”
“Trema.”
“È normale.”
“Poteva avvisarmi.”

Il senatore prese fiato, poi avviò daccapo le manovre di avvicinamento.
“Avanti, così, ecco, ora abbassi, lentamente, si appoggi, perfetto. Trema, vero? Lei sorrida! Sembra più spaventato della gallina. E lei scatti, su, che aspetta. Solo il busto, mi raccomando, non ritragga gli zoccoli. Sorrida senatore!”

Vennero allora scattate alcune fotografie.
Una decina. In due di esse il senatore avrebbe avuto gli occhi chiusi, in altre un’espressione neutra, poco accattivante, in un’altra il sorriso pareva una smorfia assai poco elegante, una era decisamente mossa, due infine potevano dirsi accettabili.
“Abbiamo finito? Posso alzarmi?” chiese impaziente il senatore.
“Piano. Sollevi la mano, la ritragga un po’, bene, ora si può alzare e venir via.”

Fuori dal recinto si disfarono di quegli zoccoli sporchi e declinarono ripetuti cortesi inviti a bere qualcosa in taverna. “Il senatore è atteso”, si giustificò più volte l’autista.
Si congedarono stringendosi la mano. Un cane annusò scodinzolando le scarpe dell’autista. “Ci vuol poco a farmi amico”, commentò questi.
Poi il titolare li scortò a piedi fino al cancello.
Partirono.

Non avevano fatto che pochi metri.
La seconda delle due auto frenò di colpo e prese a suonare ripetutamente il clacson. Ingranò la retromarcia e tornò indietro. I cani presero nuovamente ad abbaiare. Furiosi.
L’auto si fermò a pochi passi dal titolare. S’aprì una portiera, saltò fuori il senatore. Fece il giro dell’auto, dribblò con piglio insospettabile almeno due cani facendoli indietreggiare e quando fu accanto al titolare “…la mia fede!” sibilò puntando deciso verso il recinto delle galline.

“Che diavolo succede qui! Tolga di mezzo quei cani!”
“Il senatore ha perso la fede.”
“Che cosa? Si faccia da parte.”
“Senatore, prenda gli zoccoli.”
“…dov’è? dov’è? la mia fede…”
“Ve l’ho detto. Ciò che brilla le attira.”
“Lei! Doveva vigilare! Mioddio, senatore, la aiuto io, senatore. Sciò! Via! Via!”
“Piano, così me le spaventa.”
“Zitto lei! Cerchi insieme a noi!”
“Vuole un consiglio, prenda gli zoccoli.”
“Quali zoccoli! Ci dia una mano!”
“Inutile frugare nella paglia.”
“Passeremo al setaccio l’intero pollaio.”
“…l’avevo messa qui… la gallina c’è ancora, ma lei no… non è più qui… la mia fede…”
“Se la dev’essere mangiata proprio quella.”
“Questa? Verifichi subito. La apra.”
“Che?”
“Apra la gallina!”
“Aprire la gallina, ma mi faccia il piacere.”
“Se non la apre gliela faccio sequestrare.”
“Se vuole gliela regalo.”
“Come si permette! Usare questo tono!”
“La prenda, così almeno la pianta e ve ne andate.”
“Andarcene? Cos’ha capito, bisogna setacciare l’intero pollaio.”
“L’intero pollaio. Avevo capito che eravate di fretta, signori.”

***
Fine
La prima parte del racconto si trova qui

14 pensieri su “Abbiamo solo mezz’ora (2/2)

  1. Concordo con manutheartist sulle battute: fulminanti. Però ammetto che non mi fa morire dal ridere – fa di peggio: si mantiene sul punto di riuscirci. Su di me sortisce l’effetto di un’ilarità composta. Dev’essere il valzer in cui componi chi ha fretta di concludere e chi asseconda con bonomia… è davvero un bel guazzabuglio, che sei riuscito a sostenere fino alla fine con continui scontri, intrecci, accelerazioni … lo definirei un racconto “muscolare”. Ci sono momenti in cui invece è lo sguardo a prendere il testimone: servono tantissimo a tenere tutto assieme. Penso alla vista del capannone, alle ragnatele. Proprio bello, grazie. Soprattutto, si capisce che ti sei divertito per primo. Però… Rostro Marzio… eh be’… lui… è proprio un’altra cosa! ;-D

    • …è stata una sfida. Interrompere il racconto a metà, pubblicarlo subito, senza pensarci su (last week). E poi, qualche giorno dopo, provare a riprenderlo da dov’era rimasto. Costringendo le dita sulla tastiera – che sarebbero andate dove volevano loro – alle regole che avevo stabilito la volta prima. Ci si prova. E ci si diverte, vero! Grazie a voi che ci state 😉 E adesso… go on, come disse qualcuno!
      Grazie, come sempre

  2. Lo scambio di battute ‘gliela regalo’ ‘come si permette, usare questi toni’ è semplicemente geniale!!! Se non fossi influenzata mi rotolerei dalle risate
    😉
    Bel racconto, riuscito benissimo!

      • Ma che lungo e lungo, era perfetto, lo scambio di battute veloce e il racconto descrittivo al punto giusto, mi pareva di essere lì a godermi la scena : )
        Grazie, anche se il mio corpo per una volta ha decisamente deciso di farmi stare a letto 🙂

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