Bourrée

Dopo un lungo contrattare, scusarmi, umiliarmi al telefono le strappai la promessa che mi avrebbe atteso per le sei, all’imbocco di via dei Giuliani, che saremmo entrati in un bar e avremmo preso insieme qualcosa e che finalmente mi avrebbe lasciato spiegare, perché io allora credevo che tutto si potesse spiegare, credevo che tutto avesse una logica, delle ragioni, e io gliela volevo spiegare, la mia logica, e volevo che sentisse anche le mie ragioni, prima di prendermi e buttarmi via, e quando misi giù il telefono corsi in cucina e accesi la radio, perché avevo bisogno di una voce che mi distogliesse da tutti quei pensieri, ma in tutte le stazioni che passavo c’era solo musica, nessuno che parlasse, e allora girai la manopola del sintonizzatore fino a quando non andava più, da una parte, e poi la girai all’inverso fin quando non andava più, dall’altra parte, e in tutte le stazioni c’era soltanto musica, e le volte in cui sentii parole era solo pubblicità, e comunque durante la pubblicità c’era sempre della musica, e io non volevo la musica, volevo parole, e allora andai in salotto per accendere la televisione, ma sul mobile la televisione non c’era, c’era solo un lungo rettangolo scuro disegnato sulla polvere, e io allora mi ricordai che la televisione se l’era portata via lei la settimana prima, insieme alle altre sue cose, e anche insieme ad alcune cose che non erano sue, ma che erano mie e che lei invece si era portata via lo stesso, senza spiegare il perché, e allora decisi che avrei dovuto uscire, anche se non erano ancora le cinque, perché non la sopportavo più quella solitudine, così mi infilai le scarpe, la giacca, il cappello e uscii, e fuori c’era vento, e gocciolava la pioggia, dei grossi goccioloni così, e mancava più di un’ora all’appuntamento e non sapevo dove andare, così camminai fino alla fermata dell’autobus, quella coperta delle due, mi riparai là sotto e aspettai, e iniziò a piovere molto forte, un vero e proprio diluvio, e poi il temporale, e la fermata si riempì di gente che si spingeva ma nessuno che davvero parlasse, qualcuno sì, parlava al telefono ma non si sentiva, così io rivolsi la parola a una donna che stava in piedi accanto a me, e le dissi qualcosa, qualcosa senza senso, mi scusai, volevo solo parlare con qualcuno, lei cercò di scostarsi, spinse via un uomo e una ragazzina e sparì in quella ressa spicciola, d’un tratto ci fu una luce fortissima, improvvisa, vidi gli occhi grandi, spalancati e abbagliati della ragazzina, sentii voci gridare, alcuni si spinsero altri si strinsero, venne un istante dopo il tuono che squassò la plastica la gente e anche il terreno, pareva fosse esploso il mondo, in molti presero a gridare, come nulla fosse la pioggia continuava a martellare imperterrita la plastica il marciapiede l’asfalto, s’era fatto buio e le auto rallentavano, qualcuno allora mi strinse alle spalle, mi voltai, era un uomo dal sorriso senza denti, mi disse qualcosa, non capii, mi liberai dalla presa e mi allontanai, spinsi una persona, ne spinsi un’altra, poi la folla senza un motivo prese a risucchiarmi all’indietro, mi voltai, passava un autobus, ero fra gli ultimi, non riuscii a entrare, mi bagnai soltanto, tornai sotto la tettoia, eravamo rimasti una decina, c’era una panchina libera e andai a sedermi, l’uomo senza denti mi guardava, distolsi gli occhi, guardai per terra, il fiume d’acqua sull’asfalto, il tombino che beveva beveva a più non posso, una mano mi sfiorò, era lui, si sedette accanto a me, iniziò a parlare, da solo, io mi presi la testa fra le braccia e lo lasciai parlare, parlare, non so di cosa parlò, non so per quanto tempo parlò, alla fine aveva smesso di piovere, il tombino aveva smesso di bere, io non sentivo più la sua voce, mi ridestai da quel sopore, stropicciai gli occhi, l’uomo non c’era più, il polso diceva le sei e tre quarti e in tasca c’erano sette chiamate non riposte, tutte di lei.

29 pensieri su “Bourrée

  1. Praticamente una giornata come quella di oggi, io sono in casa, apparentemente tranquilla, con un diluvio che non smette , ma è come se fossi fuori……….e l’ora della telefonata è passata come quell’appuntamento.
    Che rabbia!

    • Thanks!! Una delle idee era appunto quella, dargli un certo ritmo incalzante, poco spazio e poco tempo tra inizio e fine.
      Piccoli esperimenti… 😉 poi sempre bello che qualcuno ti legga e ti commenti!

    • Ottima domanda.
      La prendo da lontano. Ogni tanto il titolo arriva da solo. Ogni tanto lo devi cercare tu. Quando lo devi cercare (come in questo caso) mi piace fare così. Prendo dal testo un’idea, un’immagine, un dettaglio che per me è importante. Lo concentro in una parola. Una soltanto. La scrivo. Poi ne scrivo un’altra. E un’altra. E via avanti, nuove parole sempre più lontane dalla prima ma che a quella restano legate da un filo, una sfumatura di significato. Finché trovo quella giusta. Quella che mi piace. Quella che dice senza dire. Quella che evoca. È un attimo.
      Avevo in mente quel ritmo binario mentre scrivevo quel pezzo (non so perché). Ce l’avevo nella testa come una musica. Ce l’ho visto in più di una scena (le stazioni della radio da una parte e poi dall’altra, le due persone che spingono – prima è una donna, poi è lui –, le persone spintonate sono sempre due, i due occhi della ragazzina, i due seduti sulla panchina). L’idea della danza, poi. L’idea che lui, probabilmente, e senza saperlo, non stava scegliendo nulla, stava soltanto danzando a un passo stabilito da altri.
      E quindi la danza, il ritmo binario, rapido, incalzante. Dopo molte parole che non dicevano abbastanza, finalmente, ecco la Bourrée.

      • Bellissima spiegazione. Il mio gap stava tutto nel pensare insistentemente a una Bourrée di Bach senza trovarne il nesso, quando in realtà il nesso c’era tutto, ed era nel tempo della composizione. 🙂

        • Raro poterne parlare così!
          Che poi, il nesso faccio proprio apposta a che non sia chiaro. A che sia soltanto un filo sottile, lontano, evocativo e nulla più. A volte lo è più, a volte meno, chiaro. Ma non mi sorprende che ogni tanto non si colga subito, anzi, va proprio bene così. 🙂

        • Fa un piacere che non immagini leggere il tuo commento che… invoca Marzio!! Ho solo deciso di diradare la frequenza. Ti spiego, avevo fatto male i conti. Uno alla settimana sarebbe diventato troppo. Mica per chi legge, lo so, ma per chi scrive e per il blog. Consideràti i miei ritmi, ben più della metà dei post sarebbero stati suoi. Capisci, sarebbe diventato il suo blog, non il mio. E questo non va bene. Ho deciso (e ho anche aggiornato la guida pratica) che lo pubblico ogni primo sabato del mese. Magari con qualche sorpresa in più ogni tanto. Non è male, dai! 😉 Lo aspettiamo!!!! – Grazie –

  2. Una bella prosa, incalzante, che bene rende l’angoscia frastornata del protagonista, in una realtà di rapporti umani resi impossibili dalla incapacità di ascoltare e di farsi ascoltare. Complimenti!

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