Due mani un cervello una tastiera

Molto interessante il dibattito seguito alla pubblicazione, una settimana or sono, di quelle poche righe di Danilo Kiš che avevano come titolo “Perché scrivo”.
Mi ha fatto riflettere (parola grossa…) in particolar modo quanto è stato scritto sulla vanità.

Vanità è, quando una cosa pare, e non è, disse Francesco da Buti, latinista e critico letterario del tardo trecento.

Due definizioni ne dà il Devoto-Oli del 2010.

La prima: frivolo compiacimento di sé e delle proprie qualità personali, vere o presuntela stolta vanità di certi letterati. La seconda: inconsistenza, in senso strettamente materiale. E poi: con intonazione ascetica, di quanto è sentito come caduco, contingentela vanità dei beni temporali, delle glorie umane; nel mondo, tutto è vanità. E ancora: a proposito di quanto non produce il risultato volutola vanità delle sue minacce, delle sue promesse, delle sue fatiche.

La scrittura è vanità, scrive Kiš. Futile, caduca, inconsistente. Inutile. E tuttavia, meno inutile di altre forme di esistenza.
Si può essere d’accordo. In tutto, in parte. Oppure no.
Lui la pensa così.
Mi piace citare proprio per provocare, confondere, giocare, come scrivevo in un commento.

Veniamo all’altro concetto. Di cui Kiš, a mio modo di vedere, non parla nel suo breve pezzo.
La vanitosità.
E che pure è argomento assai interessante.
“La vanità è una caratteristica peculiare di chi scrive”, recita uno dei commenti. “Discordo col fatto che si scriva per vanità o almeno non sempre è così”, sostiene invece un altro.
Intanto grazie per aver detto la vostra. Confrontarsi, ascoltarsi, che c’è di più bello?

Dirò due cose.
La prima: che appunto mi piace il confronto fra le idee. Banale, lo so. Ma mica poi tanto. Se ci si pensa. Ché il mondo è pieno di pietre convinte di ciò che credono di pensare.
Le idee, almeno le mie, sono altro che pietre: sono abbozzi, tentativi, sempre in divenire. Leggo, ascolto, raccolgo pareri qua e là e via via cerco di correggere il tiro.

La seconda.
Concordo col fatto che non sempre si scriva per vanità.
Per esempio. Perché scrivo. Per giocare. Perché mi diverte. O perché a volte ho qualcosa che mi morde lo stomaco, o mi fa battere il cuore o tremare le dita, e per liberarmene devo trovargli spazio sulla carta. Fuori da me. Lontano da me.
Perché pubblico su questo blog (da tre mesi a questa parte). Perché prima di scrivere ho letto. E leggere, in fin dei conti, ti regala tanto. Può insegnarti qualcosa oggi, può essere terapeutico domani, può strapparti un sorriso dopodomani.
Ho insomma dentro di me questa specie di istinto irriverente a scrivere. E ho avuto tanto da chi prima di me ha scritto.
Mi sento in dovere di provare a restituire. Tutto qui.

Per il resto, detesto apparire. Detesto concentrare l’attenzione su di me. Mi mette a disagio.
Ecco perché non c’è una mia foto, qui, ecco perché Ian Saiin “è un’entità astratta che sfugge ormai alla comprensione perfino del tipo che l’ha creato”, come ho scritto pochi giorni fa sulla guida pratica. Ecco perché nessuna delle persone con cui condivido la mia vita “reale” sa chi sono, e che scrivo, e che ho un blog.
Perché Ian Saiin ha sì –forse, spero, chissà– qualcosa da dire, ma fugge le attenzioni su di sé. Perché questo vorrei essere, due mani un cervello e una tastiera, nulla più.

40 pensieri su “Due mani un cervello una tastiera

  1. Io l’avevo pensata cosi:
    Ora le parole sono come acqua
    scorrono nel fiume del mio corpo
    Portano i segni del viaggio
    Le emozioni dentro me.

    Sono i detriti dell’anima
    La sabbia delle lacrime
    Il calcare del dolore
    le onde dei sorrisi
    Le spinte della rabbia
    le rive degli abbracci.

    Parole che riempiono
    e che svuotano.
    Che accarezzano
    e che colpiscono.
    Che sollevano
    e che schiacciano.

    E bevo.
    Perché non posso farne a meno.
    Perché ho sete.

    Lasciatemi bere.

    Stefy

  2. No, c’ho pensato, non sono d’accordo con chi dice che nella scrittura c’è sempre della vanità. Assolutamente. Pensa a un giornalista inviato di guerra. A uno scrittore che, nei suoi libri, denuncia un certo tipo di problematiche sociali o culturali. Pensa a un medico/ricercatore che butta giù una relazione scientifica su una nuova sperimentazione. Pensa a una lettera d’amore (anche materno, eh!) o a una lettera scritta da uno prima di suicidarsi, o a un testamento. In tutti gli esempi che ho fatto (e potevo andare avanti all’infinito) può esserci anche della vanità, okay, ma è più probabile che non ci sia. Tu scrivi bene, e nei tuoi scritti, almeno per quel che ho letto, ho percepito a volte vanità stilistico-letteraria, altre volte non l’ho percepita. E a me va bene sia in un modo che in un altro, se è bello è bello comunque. Se fa riflettere, fa riflettere comunque. Quindi, nessun dogma. La mia, questa è solo la mia. Un saluto a tutti.

    • Tu non sei quello cui si risponde “bellissimo commento” (pena essere la millesima persona che te lo dice) ma è la prima cosa che mi viene da pensare dopo aver letto (e anche la seconda, e la terza, e la quarta). La quinta è che sono d’accordo con te (come si era forse già intuito). La sesta è che comunque fai benissimo a concederti il beneficio del dubbio (“può esserci anche”…”ma è più probabile che”), modo di porsi alquanto raro e prezioso in un mondo pieno di certezze e che di ogni opinione tende a fare un dogma, specie quando l’opinione è la propria.
      Riguardo a quello che scrivo: intanto lusingato che qualcuno legga (non scontato, lo sai) e ci faccia caso. Poi, vero, magari un po’ di “vanità stilistico-letteraria” ogni tanto salta fuori anche da me. La vedo come un gran complimento: per vantarti di qualcosa, la devi almeno un minimo saper fare. Ecco.
      Quando, perché mi succede. Non lo so. A volte inconsapevolmente: perché mi diverte e mi lascio prendere la mano. A volte più consapevolmente, sì, ma con un obiettivo: quando cerco di far passare un certo tipo di registro emotivo, quando cerco di ricreare un’atmosfera. Non ho altre armi che lo stile. O almeno così mi sembra.
      Grazie

  3. Come ho già detto altre volte le ragioni per cui uno inforca la penna e si mette a scrivere sono mille e più. Fra queste la vanità c’è sempre. Comunque non è una malattia grave… 😀
    Nicola

  4. si scrive per giocare, per divertirsi, ma concedimelo, un po’ di vanità ci sta, ci sta eccome. Non credo che tu non sia un po’ contento di sapere che noi qui ti leggiamo con tanto piacere, difficile pensare che tu non ne sia almeno un po’ compiaciuto. Compiacersi di piacere non è un po’ vantarsi? Forse hai ragione tu, forse son cose differenti, comunque, chi se ne frega. Io ti leggo e se tu non vuoi vantarti peggio x te. Ha ha ….

    • Te lo concedo… certo che sono contento. Sorpreso e contento.
      Tre quarti di me.
      L’altro quarto vorrebbe nascondersi come uno struzzo.
      Te l’assicuro.
      Allora facciamo che i tre quarti e lo struzzo si beccano a vicenda. Lo struzzo serve a scrivere e i tre quarti a pubblicare. Equilibrio perfetto.
      😉

  5. vediamo se riesco a formulare un pensiero di senso compiuto…che ultimamente non riesco a mettere insieme più di tre parole…
    Scrivere per vanità?
    No, credo di no, o almeno non la maggior parte delle persone lo fa, credo che il motivo principale per cui ci si racconti in un blog, sia condividere.
    Condividere se stessi, o le proprie esperienze di vita da mamma, o c’è chi racconta le disavventure sul lavoro, o le proprie ricette, o chi pubblica i propri racconti.
    Non ci vedo vanità perchè non c’è imposizione…”io” non sto imponendo me stessa, io sto là… chi è interessato legge, e magari mi fa anche un regalo lasciando un commento, chi non è interessato non è costretto a tornarci.
    Ed è bello come ci si riesca a confrontare con persone che non conosci, ma che pian piano diventano parte del tuo quotidiano e che lasciano segni dentro di te con le sole parole.
    In fondo, forse, nella vita “normale” quasi più nessuno riesce a dirti qualcosa in maniera completamente sincera e disinteressata…..sarà il filtro dell'”anonimato” che facilita l’essere sinceri?
    Probabilmente si, però lo ammetto, se si “stringe” un amicizia o si crea un affetto particolare, io vorrei saperne di più della persona dall’altra parte dello schermo!
    “La curiosità è una delle forme del coraggio femminile.” Hugo
    (figheggio anche io con una citazione…)
    ehm ehm….non era mia intenzione scrivere un commento così lungo…mi son lasciata prendere la mano!!
    😀

    • È molto bello il tuo commento invece! E grazie pure del tempo che ci hai dedicato!
      La frase che metterei in grassetto è questa in fondo, forse, nella vita “normale” quasi più nessuno riesce a dirti qualcosa in maniera completamente sincera e disinteressata….
      Avevo appena assistito a una scena in cui questa frase calzava a pennello.

  6. Volevo dire una cosa, ma sono stata già preceduta da E.
    A me piacerebbe far leggere a qualcuno che sa chi sono il mio blog, però me ne guardo sempre. Sarebbe bello che tutti sapessero qual è il mio vero io e mi lasciassero un po’ stare o stessero più vicini. Eppure non lo faccio, perché ho paura di essere ferita. A te non piacerebbe sapere che qualcuno sa veramente quello che pensi?
    ps. Il tuo modo di cominciare a scrivere mi ha ricordato tanto la teoria del “nano sul gigante” 🙂

    • Credo di averle provate, quelle ferite, ed è per questo che scrivo sempre così leggero, scanzonato, non gioco più al gioco di far conoscere agli altri il mio vero io…
      No che non mi piacerebbe, che quelli che sanno chi sono, sapessero anche del mio blog. Figurati poi, ciò che penso. Ciò che penso mi piace mescolarlo, nasconderlo, condirlo con altre cose e poi farlo emergere qua e là.
      …comunque come nano sul gigante ci sto proprio benissimo! 😉

  7. “Ecco perché nessuna delle persone con cui condivido la mia vita “reale” sa chi sono, e che scrivo, e che ho un blog.”
    E’ vero al cento per cento? Nessuno nessuno, manco il cane?
    🙂

    • La solita, tu 😉
      Acuta, come sempre.
      Dunque, domanda pungente chiama risposta sincera.
      Ho fatto l’inventario, ho anche chiesto al gatto… temo sia proprio vero.
      Ok, ammetto, a rigore la frase “nessuna delle persone con cui condivido la mia vita “reale” sa chi sono, e che scrivo, e che ho un blog” andrebbe corretta con “nessuna delle persone con cui condivido la mia vita “reale” sa chi sono, e che scrivo, e una sola sa che ho un blog”, pur non avendoci mai messo piede perché a, non ha a sua volta un blog, b, non gira sui blog, c, non sa il mio nickname, d, non sa il mio indirizzo, e, eccetera eccetera.
      Tipa da sottigliezze tu… 😉
      Che mi piaccia scrivere, poi, insomma, dai, è noto, certe cose non le puoi mica nascondere, le stronzate, le prese in giro stile Marzio mi sono sempre venute spontanee, all’Università poi… conservo certe cose…
      E comunque, come scrivevo tempo fa in non so quale commento, se un giorno ci sarà da metterci la faccia lo farò, e tanto per dire una volta l’ho pure già fatto.
      Basta!!!!
      Ho detto troppo.
      😉

  8. Sono d’accordo, per il “non sempre si scrive per vanità”.
    Se si scrive un blog personale, spesso ci va un pizzico o più di vanità, o, meglio, di egocentrismo. Altrimenti perché scrivere di te?
    Quando scrivo per me sola, sui BlockNotes, sul mio nuovo quaderno, quello è per necessità.
    E in effetti, in quel caso anch’io scindo la mia vita con i miei racconti.

    • Egocentrismo. Interessante.
      Anch’io in effetti ho qualche quaderno pieno.
      Eppure c’è il blog.
      Egocentrismo…
      Boh.
      Ma può anche darsi.
      Cos’è, questo istinto a farsi leggere.
      Forse è l’idea di poter dire la mia sul mondo.
      La mia piccola parte.
      Da qualche parte che non ricordo, anni fa, ho letto “un uomo che muore è un’interpretazione del mondo che se ne va”.
      Ecco. Prima di andarmene, mi piacerebbe lasciare qualche frammento della mia personale interpretazione.
      Che sia questo?
      È egocentrismo desiderare questo piccolo spazio?
      Forse. Chissà.
      Però mi ci hai fatto pensare. E mi hai fatto tornare alla mente quella frase.
      Grazie.

  9. Bellissimo quanto dici che ti senti in dovere di provare a restituire qualcosa a chi prima di te ha scritto. Ancora oggi non capisco come sia possibile pensare di scrivere (seriamente) senza leggere, senza formarsi uno stile, o più stili, un pensiero (in divenire, come dici), o più pensieri. Eppure c’è chi lo fa, e magari ci riesce anche. Come te, anche io faccio parte della schiera di chi pensa che scrivere sia una necessità. Ma che si può (e si deve) anche tenere occhi e orecchie aperti sul mondo degli altri, per non restare sempre al punto di partenza. In soldoni, la vanità può anche essere una componente della scrittura…ma se è l’unica non va molto lontano. 🙂

    • Capita anche a me nei periodi in cui, per tante ragioni leggo meno, o leggo poco, o non leggo proprio niente. Ti si inaridisce la vena. E non te ne accorgi. Poi riprendi, e solo a quel punto ti rendi conto su quale pavimento di cartapesta stavi camminando…
      Restituire, sì. Nel mio piccolo, ovvio. Ma tanti di quelli che hanno scritto prima di me, prima di noi, avevano anche loro un “piccolo”, eppure li leggiamo, eppure sono ancora qui…

  10. wp (e non solo) è pieno di persone che scelgono nickname e/o pseudonimi per non farsi riconoscere (altrimenti perché?). sinceramente, credo che si sentano molto più libere di scrivere pubblicamente ciò che desiderano, valorizzando l’aspetto interiore rispetto all’immagine. (in un’epoca dove l’immagine fa da padrona è anche questo un dato che induce a riflessione). mi piace molto il tuo ‘istinto irriverente a scrivere’ ed il tuo dovertene liberare trovandogli spazio… 🙂 buona serata

    • Vero. Il nickname, per esempio, che altrove si presta ad abusi (vedi recente dibattito sugli account Twitter anonimi), qui ti permette di scoprirti con molta più intensità e sincerità. Credo.

  11. Vanità e scrittura… forse più che vanità nella scrittura c’è un desiderio di espressione del sé e di riconoscimento esterno del proprio io. Forse per quello si può aver paura a mostrare agli occhi del mondo ciò che si ha scritto: paura di ferire il proprio io reso nudo e vulnerabile. Sicuramente ci sarà anche chi scrive per pura esibizione e vanità ma non credo che si possa attagliare a tutti. Ho letto anche il post precedente con tutti i commenti, è stato interessante il dialogo che ne è sorto.

    • “paura di ferire il proprio io reso nudo e vulnerabile”, credo sia la frase che condensa tutto, ferire appunto, o “mostrare”, che anche solo mostrare il proprio io reso nudo e vulnerabile significa ferirsi e in ogni caso soffrire, almeno un po’.

  12. No, non si scrive per vanità… per me almeno è una necessità. Anche se mi fa molto piacere se qualcuno trova interessante quel che scrivo ma perchè scrivo di, quindi trova interessante me. Cmq c’è gente autocompiaciuta quello sì, c’è chi scrive solo nella speranza di essere scrittrice e di pubblicare, in quel cso non lo è. Se scrivi perchè scoppi se non lo fai, potresti esserlo…

  13. Bell’argomento la vanità… Io penso che un pizzico deve esserci, per piacersi prima di piacere agli altri. Come un velo, quasi invisibile, almeno agli occhi degli altri. Sulla questione del tenere separate la vita privata dal blog, notavo che in fondo è così che si mettono le cose anche se in partenza non lo erano. Infatti spesso le persone sanno che hai un blog e lo dimenticano l’istante dopo…

    • Un pizzico, forse, se non altro per convincerti che ciò che hai scritto può essere degno dell’attenzione di occhi diversi dai tuoi (cosa, ti assicuro, non così scontata dalle mie parti!).
      Davvero funziona così con quelli che sanno che hai un blog? Be’, benone, allora mi faccio un sacco di problemi inutili, io… 😉

      • Bhè non si può stare a pensare troppo su cosa può attirare l’attenzione altrui, almeno è così per me. Partendo dal fatto che comunque si scrive per comunicare e la comunicazione deve necessariamente avere un destinatario, sono certa soltanto di una cosa, che il primo destinatario sono io, e ciò che scrivo deve piacere prima a me. Scrivere volendo piacere per forza significa forzare la mano e allontanarsi casomai da ciò che si ha dentro davvero…
        E’ incredibile vero? Spesso più una persona dietro ad un nickname è interessato a sapere ciò che ti passa per la testa e per il cuore rispetto a qualcuno con cui hai a che fare tutti i giorni. Non si può dare mai nulla per scontato….

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