Strumenti a fiato

A tredici anni mi innamoro di una ragazzina coi capelli corti e ricci. Mia coetanea, o quasi. Io frequento la terza, lei la seconda.
Dicono abbia già un ragazzo, quasi maggiorenne. Dicono ci abbia fatto del sesso. Dicono.
Occhio platonico ma mente fervida, la mia. La guardo da lontano, a ricreazione, all’uscita da scuola. Non mi faccio mai vedere. Mi tormentano i pomeriggi, persi fra il dovere dei compiti e le prime, strane fantasie. Costruisco i sogni. Invento le storie.

A scuola ho paura, però. La guardo. E sempre zitto me ne sto.
Lei sta insieme alle amiche. Ci corre, ci scherza. Ci ride, ci gioca a pallavolo durante l’ora di educazione fisica anche se proprio così alta non è.
Alla campana dell’ultima ora faccio in fretta la cartella. Esco quasi sempre prima di lei. La aspetto. La guardo passare. Attraversa la strada, sale sull’auto di sua madre che ogni giorno parcheggia più o meno sempre lì. La carica in auto. Spariscono.
Sua madre ha i capelli ricci, come lei. La forma del viso un po’ allungata, come lei. Non mi ci avvicino mai. Anche di lei ho paura. Che legga i miei pensieri, forse. O che un giorno mi trovi a casa sua, chissà, io ti ho già visto, io so chi sei, e non vorrei.

So come si chiama. So dove abita. Grossomodo. Ho un compagno di banco che vive nel suo stesso quartiere.

Un giorno succede che confesso. A lui, chiaro, non a lei. Glielo scrivo su un biglietto, che parole non ne ho. Vuoi che glielo dica? mi chiede. Scherzi. Ci devi provare, insiste, ti aiuterò io.
Succede che mi aiuta. Succede che le parla. Le fa capire qualcosa.
E me lo dice.

Non riesco più a guardarla come prima. Lei si è accorta di me. Mi vergogno.
La ignoro. La guardo eppure la ignoro eppure continuo a guardarla e i pomeriggi a pensarla e le notti, sempre più spesso, a sognarla.
La desidero.
È terribile, è vergognoso, ma la desidero.
Mi sfugge un’occhiata, un giorno, uscendo da scuola. Sfugge anche a lei: ci si guarda. Un lampo.

Le stai simpatico, dice il mio amico, dovreste incontrarvi. Sa che le piaci.
Sa che mi piace?
Annuisce.
Decido. Mi devo buttare.

Organizza che ci vediamo. A casa di lui.
Un pomeriggio di fine aprile, alle tre in punto.

A pranzo non mangio, mia madre non capisce perché.
Arrivo tutto sudato. Ci presenta. Ci fa stringere la mano.
Le stringo la mano.
Una mano piccola e nuda e senza carne.
Ci lascia soli.

Si siede sul muretto. Maglietta verde sopra la pelle e occhi color del mare.
Io non parlo. Batte troppo il cuore, non si respira, non ne sono capace.
E più non parlo, più vorrei sparire. Sto rovinando un sogno, penso. Sto rovinando tutto.
Fortuna che parla lei.
Dice che sa tutto. Che non sa ancora se le piaccio o no. Ma che sono interessante.
Io continuo a non parlare. Colata di cemento nei polmoni.
Dice che ha bisogno di capire. Guardarsi dentro e capire. E intanto, mi invita a casa sua. Là saremo più tranquilli.
La settimana dopo. Martedì pomeriggio.
Che il martedì pomeriggio mia madre non c’è, dice.

Passo una settimana tutta così.
Di sogni, di buio, di desiderio ragazzino e sconosciuto.
Va male il compito di matematica. Non glielo dire, quasi lo supplico, il mio amico.
Va male anche inglese, chi se ne frega, la scuola finisce fra poco, ma fra ancora meno sarà martedì.

Un martedì afoso ma casa sua è fresca, in penombra, e sa di pulito. Finestre non ce ne sono, o se ci sono sono chiuse, la luce è un petalo di ginestra sul tavolino, le poltrone due morbide conchiglie, il te’ appena tiepido che mi offre sa di primavera e siamo solo io, lei e il silenzio.
Ricordare il resto è impossibile.

Mi regala un orologio col disegno di un uomo che suona un flauto.
È il segno di lei. Lei addosso alla mia pelle.
Lo porto stretto al polso per sei giorni. Le vene mi tremano ogni volta che lo guardo. Ogni volta che lo sfioro, lo tengo, lo spingo, lo accarezzo, lo stringo. Ogni volta che lo sento.
Una settimana dopo me lo richiede indietro.
All’uscita dalla scuola.
Dice che i sentimenti sono cose strane, che vanno e vengono senza un perché.
Me lo sfilo proprio lì, nel semicerchio di facce serie delle sue amiche.
C’è uno scooter che la attende quel giorno dall’altra parte della strada. Sbuffi di fumo dallo scarico e un ragazzo sul sellino.
Torno a casa a piedi.

42 pensieri su “Strumenti a fiato

  1. Ah i tempi dolce-amari delle medie…Quella sensazione di essere sempre fuori posto e sempre sbagliata/o, i primi batticuori che non capivi perché-fa-così-male 🙂

    Io credo che tutti almeno una volta durante i primi anni dell’adolescenza abbiamo patito uguale o simile sofferenza per un amore appena sbocciato. Quella emozione, quella forza, quel trasporto assoluto e totale, in cui tutto ti sembrava ruotasse intorno a lui/lei. Quando finita la scuola non avresti voluto altro che correre a casa a sprofondare nel tuo letto, con la testa sotto il cuscino e magari un diario su cui scrivere con una penna colorata i tuoi sentimenti (mica sullo smartphone? :P).

    Io ricordo vividamente ancora a distanza di quasi 20 anni (ommiodio, come passa il tempo) il mio primo batticuore in assoluto. Era una notte d’estate, c’era la festa del paese e avevo conosciuto un ragazzo più grande. Per la prima volta avevo ricevuto un apprezzamento, un complimento, mi ero sentita per la prima volta carina. Ebbene quella notte il mio cuore pulsava come impazzito e lo sentivo nelle orecchie e in gola. Non ho chiuso occhio, complice una luna grandissima (come quella di alcuni giorni fa) che illuminava a giorno la mia camera da letto. A quel batticuore seguì un unico, tristissimo appuntamento a quattro. Peccato che mi ero portata l’amica figa e sgamata, e che io feci la figura dell’ingenua ragazzina. Fine della storia. A quel batticuore così tormentato credo di aver continuato a pensare per anni. E il ricordo oggi è così lontano ma vivo che mi fa sorridere 🙂

    • L’hai descritto benissimo. E quante ne avremmo da raccontare. Condividersi, scambiarsi emozioni, guardarsi indietro e sorriderne un po’, e scoprire che non siamo poi così diversi, blog o letteratura che differenza fa?

  2. Ma perchè poi ogni volta mi sento sempre quella più sfigata dei due?
    Che poi anche lui, possibile che non l’aveva capito che per lei non era la stessa cosa, quano gli ha detto che doveva pensarci, che non lo sapeva ancora?
    Ah l’amore, quell’amore che si prende tutto e alla ragione non vuole stare a sentire.
    Che poi vedi che lei mica lo chiamava amore? Diceva sentimenti, che vanno e vengono senza un perchè. Ma tu pensa!
    L’avevo detto io di non innamorarti!
    Ma che ci vuoi fare, il cuore corre non sa fare altro…
    E noi facciamo fatica a stargli dietro 😉

    • No, se permetti lo sfigato sono io, cioè è lui, insomma… hai capito. Lei è quella ok. Lei è quella che ha capito tutto e sa come si suona il flauto.
      “Devo pensarci” è però in effetti una risposta che puoi dare solo a tredici anni. Dopo, no.
      E solo se hai tredici anni (e se sei per giunta sfigato) è una risposta che puoi riuscire a incassare facendo quasi bel viso, come se ti avesse detto “scusa un attimo, devo capire se questo fischio è la pentola a pressione o la bombola del gas, ti rispondo poi”.
      No, lei non lo chiamava amore ma su questo non le so dar torto.
      Dò invece ampia ragione a te: mai innamorarsi!
      Attraente e pericoloso come il fuoco. Specie se hai tredici anni.

      • No. No la sfigata era lei!
        Che si vergognava a portare gli occhiali e in gita li toglieva per sembrare più carina.
        E in gita ha conosciuto lui, quello biondo, bassino ma tanto bello, che con le sorrideva e che nell’autobus ci ha pure scherzato insieme.
        E quel giorno lei è tornata a casa saltellando per stare a ritmo del cuore che le rimbalzava in petto.
        Per non parlare del giorno dopo quando lei non voleva farsi vedere con gli occhiali e invece poi l’ha visto pure lui con gli occhiali che usciva da scuola e sembrava ancora più bello.
        E non sapeva come fare per parlarci ancora, perché lei si vergognava ma le piaceva tanto.
        Così l’ha confidato alla sua migliore amica che quel biondino le toglieva il fiato.
        Ma il giorno dopo lo sapevano tutti e li prendevano in giro. La prendevano in giro e lui non la guardava più.
        E il cuore le è sceso nella pancia.
        Lei non lo voleva più prendere il pullman che la portava a scuola ma doveva salirci lo stesso e allora si metteva seduta davanti a guardare fuori dal finestrino e lasciava in fondo al pullman i sorrisini e i pettegolezzi dei compagni di scuola cattivi.

    • Non so, ho come l’idea che se di bellezza davvero si tratta (e ti ringrazio a prescindere anche se il merito non è affatto mio, ma sempre di quid esterni a me), questa bellezza salta sempre fuori quando non la cerchi. Di più, quando hai in testa di scrivere altro, magari un postaccio proprio brutto.
      Succede in tante cose, del resto.

  3. A tredici anni è tutto così bello e inteso, che vera o no che sia sta storia, le emozioni raccontate sono le cruda realtà che ognuno di noi ha vissuto a quell’età…..e la richiesta di restituzione dei regali è una “coltellata” che solo a tredici anni potremmo saper dare…

  4. Sai cos’è la cosa pazzesca? Che la vita non cambia poi tanto, anche da adulti si sentono ancora quelle sensazioni, magari invece di guardare l’orologio al polso, guardiamo un sms o una fotografia in cui buttiamo un sacco di speranze, poi tante volte arriva la delusione e ci riassestiamo..altre, si continua a sperare. 🙂

    • Non per nulla non ho un bellissimo rapporto con gli oggetti.
      Migliora col passare del tempo, quello sì.
      Però come vedi sembra che il tempo medio sia attorno ai vent’anni.
      Cosa che da un lato mi preoccupa.
      Dall’altro mi dice che forse, almeno per i prossimi vent’anni avrò un sacco di oggetti e di storie da raccontare. Il che mi piace di più.

  5. Questa è una storia “vera”, non perché sia avvenuta davvero, ma perché è la storia di tutti e tutte noi alle prese con quell’oggetto misterioso che è il primo amore, cioè col primo tentativo imbarazzato e anche un po’ goffo di comunicare con l’altro (o altra), a lungo vagheggiato nei nostri sogni e nelle nostre fantasie. Queste storie, che ci fanno crescere, finiscono, così, senza una ragione. E’ la vita. Complimenti per la bella e limpida prosa.

    • Prima di finire in un racconto i personaggi vengono già demoliti e poi ricostruiti e poi magari demoliti di nuovo, e ricostruiti di nuovo… figurati se non ci si può permettere di dar loro della carogna, o anche peggio!
      Quindi, ottimo anche il tuo commento.
      E senza timore di demolire nulla!
      😉

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