Giochi di carta per bambini

Nel polveroso disimpegno dietro i bagni della scuola custodivano i palloni del centro estivo, le chiavi le aveva un uomo in pantaloncini corti e canottiera a chiazze che chiamavamo il pancione, e quando erano le quattro del pomeriggio a noi bambini ci faceva sedere in cerchio e allungare le mani come se aspettassimo la comunione, e faceva tintinnare le chiavi del disimpegno, e girava accarezzando uno dopo l’altro i capelli di noi tutti, e chi va quest’oggi a pigliarsi i palloni, diceva, e quand’era sopra di me giocava con la treccia buttandomela avanti e facendomi il solletico sul naso, eppure a me non le dava mai, le chiavi, quelle erano per Davide, il piccolino biondo e arruffato, perché sempre Davide, perché sempre lui, protestavamo noi, e Davide, tutto rosso e orgoglioso scattava in piedi, e stringeva in pugno le chiavi, e dava un bacio alle nocche come custodissero un tesoro e via, correva verso il retro della scuola, e allora il pancione si metteva un dito davanti alla bocca, una mano dietro l’orecchio, e si sentiva lo sferragliare della porta, e poi silenzio, e poi uno, due, tre rimbalzi, un cigolio rauco, un colpo, un pugno e un attimo dopo riappariva Davide con due palloni, uno per braccio, quello da calcio, per loro, quello da pallavolo, per noi.

Perché vuoi giocare sempre a sinistra?, si arrabbiavano le altre bambine, perché sì, dicevo col broncio, e allora perché ieri volevi stare a destra?, ecco Maila la rompi, sempre lei, che aveva capito tutto, perché anche a lei piaceva Davide, ma non aveva bisogno di giocare dalla parte del campo più vicina a dov’era lui, perché erano già amici, loro due, e facevano spesso la fila insieme, loro due, e si davano la mano, e la sera dopo il centro estivo tornavano a casa insieme, e abitavano vicino, e sicuro che si piacevano, sicuro che si volevano bene, loro due, che quando Davide segnava un gol si baciava la mano come un campione e puntava il dito al campo di pallavolo, e non era mai verso di me, anche se ero sempre dalla parte sinistra, o dalla parte destra, insomma, dalla parte sua.

Greta la capogruppo ci insegna un pomeriggio a costruire gli aerei di carta, era sempre stato il gioco dei maschi, durante l’anno, a scuola, li guardavo a ricreazione fingendo di scrivere sul diario i compiti per casa, lunghi e stretti li facevano, piegavano il foglio in due, in quattro e in un attimo l’aereo era pronto, ci avevo provato anch’io, una volta, in camera mia, con la porta chiusa, avevo staccato la doppia pagina centrale di un quaderno a righe che guai se mi avesse visto la mamma, avevo piegato il foglio in due, poi in quattro, come facevano loro, l’avevo lanciato verso la finestra, mi era caduto sui piedi, allora ero salita sul letto, l’avevo lanciato con più forza, da più in alto, tutto inutile, era sceso in picchiata, cozzando sul cestino della spazzatura e infilandosi sotto una ciabatta. Ne avevo fatto decine di pezzettini, sparpagliati nelle immondizie della cucina, mescolati alle bucce d’arancia, che la mamma non capisse cos’avevo fatto, non sospettasse mai.
Greta ci insegna un aereo nuovo. Più piccolo, più stretto. Più difficile, ha una punta che pare un becco d’uccello. Ma funziona. Vola. Vola!
Vola anche il mio, colorato di rosso, una farfalla ci avevo disegnato, e anche un bruco, chissà per quale diavoleria di pensieri, corro per il cortile dietro al mio aereo che vola, cerco Davide, gli corro incontro, glielo lancio, ma lui non se ne accorge, ha appena lanciato il suo a Maila, che lo rincorre per l’aria come una farfalla. Una farfalla, lei sì, altro che il mio bruco.

Sai, mi prende in disparte Maila l’ultimo giorno del centro estivo, devo raccontarti un segreto, mi si aggrappa ad una spalla e mi trascina giù, sul prato, nasconde la bocca fra le mani e mi sussurra all’orecchio, mi piace Davide, mi allontano con uno strattone.
Aspetta, mi dice, torna qui, e ammicca. E di nuovo, all’orecchio, ieri sera, a casa sua, sai, ci siamo baciati, la spingo via con uno schiaffo, lei scoppia a ridere e scappa via.

Autunno, compleanno di papà. C’è una grande novità per tutti noi, dice la mamma. Papà cambia lavoro. E noi cambiamo casa, dice papà.
Mi si strozza in gola il boccone di torta.
Cambierai scuola, dice papà.
Davide, penso. Davide.
Dico di no.
Papà sorride.
E il mio centro estivo?
Mamma sorride.
Ce n’è uno addirittura più grande, dove andremo, dice papà.
Io voglio restare qui, dico.
Ridono mamma e papà.
Io prendo una briciola di pane dalla tovaglia, la avvicino alle labbra, la stringo finché punge, finché fa male, finché si spezza e mi sento piccola, e stupida, e vorrei piangere.

Inverno, ultimo Natale a casa nostra. Mi ingozzo di biscotti rubati e piango di nascosto come una sciocca in camera mia.
Mi ripeto le parole della mamma.
Che importa se saluti gli amici.
Te ne farai degli altri.
Mia madre ha ragione, mi dico.

Primavera, è tutto nuovo. Tutto diverso.
Non sono più io.
Non capisco cosa sono.
Non voglio saperlo.
Mangio tanto.
Mi piace mangiare.

Estate, non voglio andare al centro estivo.
Non conosco nessuno.
Non c’è Davide. Non c’è Greta.
Mi manca perfino Maila.
Piango davanti a tutti come fossi isterica.
Mi ritirano dal centro e mi portano dalla psicologa.
Il sedici luglio.
Ho undici anni, quattro mesi, sei giorni.
Questo me lo dice lei mentre compila la mia scheda.
Piango anche davanti alla psicologa.
Un giorno le strappo gli occhiali e glieli getto sul pavimento.
Non vuole vedermi più.

Un’estate qualsiasi. Oggi.
Ho un’altra età e non piango più.
Faccio l’infermiera.
Non strappo gli occhiali alla gente.

Sul letto quattro è entrato un ragazzo della mia età. Biondo. Ossuto, zigomi sporgenti, fatica a respirare. Non l’ho riconosciuto subito.
Il medico al giro gli ha prescritto una compressa, lui ha chiesto, funzionerà? il medico ha detto sì.

È nei miei letti.
Portargli la compressa toccherebbe a me.
Ho chiesto alla caposala di spostarlo di stanza.
Mi ha detto no.
Ho chiesto al medico se davvero funzionerà.
Mi ha detto anche lui no.

Ho schiacciato la compressa fuori dal blister. L’ho fatta cadere nel bicchiere di plastica vuoto e sono andata da lui.
Ha cercato di tirarsi su nel letto. Non ce la faceva.
Mi aiuta?

Mi dava del lei.
Gli ho infilato un braccio sotto l’ascella e ho spinto all’insù.
Scottava.
Poi ho preso il bicchiere. L’ho capovolto sul palmo della mia mano. Gli ho avvicinato la compressa.
La mano mi tremava.
Funzionerà? ha detto lui.
Ma non parlava con me.
L’ha presa con due dita, se l’è portata alla bocca come per inghiottirla. Poi si è fermato.
Come mi sento stupido, ha detto.
E le ha dato un bacio.
Alla compressa.
E poi se l’è cacciata in bocca.

Sono uscita dalla stanza e mi sono chiusa in bagno.
Ho aperto la finestra, sono salita sul davanzale, mi ci sono seduta, le gambe a penzoloni sul vuoto.

Guardo giù nel cortile.
Sono stanca di emozioni.
Voglio giocare agli aerei di carta.

12 pensieri su “Giochi di carta per bambini

  1. Le emozioni dei primi palpiti del cuore non si dimenticano mai, a volte ritornano e procurano una fitta al cuore, come in questo caso. Riescono ad emozionare anche chi legge! 🙂

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