Ai funerali del buon padre del mio amico John

Al buon padre del mio amico John ero affezionato da quando un giorno, a otto anni, all’uscita da scuola, mi salvò da una morte se non certa almeno molto probabile tirandomi sul marciapiede un istante prima che un’auto fuori controllo mi venisse addosso.

Io non mi accorsi di nulla e anche quando vidi l’auto ribaltarsi nel fosso poco oltre trovai soltanto di aver appena assistito al primo fatto veramente interessante della mia vita. Neanche ciò che poi mi disse un’altra donna, che da poco distante aveva assistito alla scena, ragazzino, quell’uomo ti ha salvato la vita, neanche questo mi scosse più di tanto.

Ben più scossa ne rimase mia madre.
Mia madre che ogni giorno, in qualsiasi stagione e con qualsiasi tempo veniva a prendermi all’uscita da scuola. Mia madre che era allora incinta al quarto mese di mio fratello. Mia madre che proprio quel giorno aveva trovato la fila dal ginecologo.
Quasi presentisse qualcosa aveva chiesto più volte di passare avanti, che aveva il figlio da andare a prendere, ma gli sguardi delle altre pazienti prima, la fermezza della segretaria poi l’avevano costretta a desistere.
Aveva chiesto allora che almeno la lasciassero chiamare mio padre, dal telefono della segreteria s’intende, che lui cercasse il numero della scuola e chiamasse in direzione, che mi avvertissero che quel giorno sarei dovuto tornare a casa con l’autobus, e che comprassi un biglietto all’edicola di fianco all’uscita, che la aspettassi davanti a casa e che non mi preoccupassi, sarebbe tornata quanto prima.

Quando seppe, più tardi, eravamo a pranzo, io e lei soli. Lasciò cadere forchetta e coltello, si alzò senza pulirsi la bocca, fece il giro del tavolo, mi strappò alla sedia, mi strinse forte e mi baciò sul mento.
Poi mi chiese il numero di John e telefonò a casa sua perché, mi disse quasi piangendo, voleva ringraziare quel buon uomo del padre di quel tuo amico John. Poi chiamò infuriata il ginecologo. Pretese di parlare direttamente con lui. Al diniego della segretaria, la insultò perché quella mattina a causa sua, disse, suo figlio aveva rischiato la vita. Buttò giù, e mi sorrise.

A cena, della notizia venne informato mio padre.
C’è dell’altra carne?, fu la sua risposta.

Ero già a letto, la stessa sera, quando mia madre entrò in camera.
Al buon padre del tuo amico John devi d’ora in poi la vita non meno che a me, a tuo padre e al Signore Iddio, mi disse. Da oggi e per almeno una decina di giorni dedicherai al buon padre del tuo amico John tutte le preghierine che reciti prima di addormentarti.
Detto questo, spense la luce e uscì.
Divenne un’abitudine. Continuai a lungo a pregare per il buon padre del mio amico John prima di addormentarmi.

Quattro mesi dopo andai a compiere nove anni. Mia madre servì in tavola una torta guarnita di bignè sulla cui superficie contai dieci candeline blu.
Non senza un certo imbarazzo, lo comunicai sottovoce a mio padre.
“Non sai contare,” disse lui.
Le ricontai. Le feci contare anche a lui.
“Hai ragione, è tua madre che non sa contare.”

Ne afferrò una a caso e la tirò via.
“Rimettila subito,” disse mia madre. “È per quel buon uomo che gli ha salvato la vita.”
“Non si discute,” disse mio padre buttandola in parte sul bordo del tavolo.
Mia madre la prese e la rimise suo posto avendo cura che rientrasse perfettamente nel solco dalla quale era stata appena estratta.

Toccava per tradizione a mio padre l’accensione delle candele, l’unico che in famiglia avesse sempre un accendino nel taschino. Le accese tutte, tranne quella. Con la fiamma di una delle altre nove candeline, mia madre accese la decima.

L’anno dopo compii dieci anni e le candeline furono undici.
L’anno successivo dodici. Quello dopo ancora, tredici.

Quando lessi di nascosto, dal computer dell’ufficio, il giovedì pomeriggio, la mail del mio vecchio amico John in cui mi comunicava la scomparsa di suo padre nonché la data dei funerali fissata per la mattina del sabato seguente alle dieci e trenta, mi alzai in piedi e andai alla finestra e guardando la città quattro piani più in basso pensai, e adesso chi glielo dice a Clara.

Clara che da tempo mi supplicava un weekend al mare, ben sapendo che il mare mi rende nervoso, scostante, indifferente nonché poco comprensivo con i bambini.
Le mie scusanti generiche avevano retto bene fino alla terza o quarta richiesta. Alla quinta avevo traballato e alla sesta capii che era tempo di cedere. E avevo ceduto. Proprio per quel sabato. Peggio. Per l’intero weekend.

“Togliti le scarpe, non vedi che ho appena pulito?” Mi accolse così a casa la sera del giovedì.
Entrai scalzo in cucina e andai subito al dunque.
Mi ascoltò appoggiata al muro. Lasciò che finissi di parlare. Poi prese una sedia da sopra il tavolo, la rovesciò e se la piazzò sotto le cosce.
“È così importante per te?”
Le ricordai che era quell’uomo la ragione della mia bizzarra abitudine della candelina in più che non avevo abbandonato dacché ero bambino.
Teneva gli occhi fissi sul pavimento.
“In fondo quell’uomo mi ha salvato la vita. Senza di lui non sarebbero mai nati i nostri figli. Neppure tu mi avresti mai conosciuto.”
Non gradì il tono melodrammatico con cui caricai quelle frasi che erano pur sempre tre verità e prese ad attorcigliarsi un braccio fra le traverse di legno dello schienale della sedia.
“Così finirai per rompertelo,” dissi.
Si incrinò invece una traversa.

Accettò di partire nel primo pomeriggio anche se questo significava, secondo lei, perdere tutta la giornata del sabato e quindi guastare l’intero weekend. Le dissi che al solito esagerava, che non era affatto così, una giornata e mezza al mare era come dire due.
Disse che non capivo niente.
Provai a muoverla a compassione raccontandole qualche dettaglio, inventato, sulla bontà del buon padre del mio amico John. Come risposta, mi disse che quella sera avrei cucinato io.
I bambini furono entusiasti di poter mangiare ciò che volevano. Si ingozzarono di patatine, cioccolata e succo di frutta.

La mattina del venerdì scrissi una mail molto educata a John esprimendogli sincere condoglianze da parte di tutta la famiglia e ventilandogli la possibilità di essere presente al funerale.

Il venerdì sera, d’abitudine, portai i bambini dalla nonna. Erano tutti eccitati per il mare. Presero a giocare a un gioco strano in cui dovevano toccare mia madre sulle spalle, sulla testa, sulle orecchie, chissà perché. Li richiamai più volte finché lei mi disse stai zitto, continuando a lasciarsi fare.
Le chiesi se si ricordava di quell’uomo che quando ero bambino davanti a scuola… E come no, mi disse prima ancora che avessi finito di parlare.
“Bene,” dissi, “è morto.”

Volle sapere come e quando. Ovviamente non ne avevo idea.
Come si fa a non avere idea.
Le dissi che negli anni ero rimasto in rapporti con il figlio, ma che del padre non avevamo praticamente mai parlato. Ipotizzavo fosse ancora vivo, cosa di cui avevo avuto peraltro la certezza soltanto il giorno prima, quando avevo saputo che era morto. Tutto qui.
Ingrato, disse mia madre.

Volle sapere la data del funerale e se mi sarei degnato d’andarci.
Le dissi che era il giorno dopo e che ci sarei andato anche senza il suo garbato consiglio.
Mi disse che l’indomani mattina non aveva impegni, e che sarebbe venuta anche lei.
“Quando mai hai impegni, mamma,” le dissi. E aggiunsi che non mi pareva una buona idea.
“A che ora mi passi a prendere?”

L’indomani mattina il cielo era coperto e le previsioni per la domenica erano anche più incerte. La sola idea del mare mi dava la nausea. Il funerale rischiava di essere la parte più divertente del weekend.

A colazione provai a giocarmi le ultime carte.
“Hai visto che tempo?”, dissi.
“Già,” disse Clara che stava iniziando a riempire lo zaino rosso del campeggio.
“In effetti partendo così tardi dopo il funerale finiremo per perdere quasi tutta la giornata di oggi.”
Clara tolse dall’armadio il fornelletto a gas. Lo mise in una borsa di plastica. La richiuse, la annodò e la infilò con cura sul fondo dello zaino.
“Avevi ragione,” tentai il tutto per tutto. “Partendo così tardi, finiremo per guastare l’intero weekend.”
Strappò la confezione a una bustina di tovaglioli di carta, ne prese una buona metà, li cacciò nello zaino e ributtò gli altri nell’armadio.
Sparii a vestirmi.

Durante la messa la mia attenzione fu catturata dalle piastrelle grigie del pavimento.
Sette file di piastrelle si contavano dalla prima panca alla quinta, dov’eravamo seduti io e mia madre. Le panche erano ventisei o ventisette, se ero riuscito a contarle bene, cosa non facile essendo così avanti — io mi sarei messo in ultima o penultima, aveva insistito mia madre, naturalmente. Le file di piastrelle avrebbero dunque dovuto essere in totale trentasette, trentotto, forse addirittura trentanove. Mi ripromisi di contarle alla fine della funzione, una volta che mi fossi alzato, camminando lentamente verso l’uscita insieme a mia madre.

Pessima era inoltre l’acustica della chiesa. Ogni volta che il parroco articolava una vocale, dagli altoparlanti usciva un lungo e stridulo grido di cornacchia che andava a soffocare il resto della frase. Capire fra tutto quel gracchiare ciò che stava dicendo era fuori dalla portata se non di tutti i presenti, sicuro della mia.
Durante la predica la cadenza del parroco si fece se possibile ancora più militare. Un signore anziano con un vistoso apparecchio acustico dovette alzarsi in fretta e uscire tenendosi l’orecchio con una mano.

Quando finalmente la cornacchia si tacque, e s’andò a sedere sotto una colonna, a fianco all’altare, la chiesa smise di gracchiare e fu finalmente la pace.
D’improvviso mia madre si alzò.
“Deve la vita, mio figlio, a quell’uomo” disse puntando un dito verso la cassa. L’eco della sua voce si perse fra uno scricchiolio di panche e un brusio di mormorii.
Mamma siediti, le dissi tirandola per il vestito.
“Trent’anni che ti sono grata, trent’anni senza averti mai visto.”
Mamma, ti prego, siamo in chiesa.
“Grazie,” disse.
Poi mi fece segno di lasciarla passare.
Mamma, dove vai.
Le feci spazio senza alzare gli occhi e in quel momento notai cosa teneva in mano, stretta fra le dita. Una candelina blu.
Senza dire una parola, nel silenzio incerto della chiesa, mia madre avanzò sicura una fila di piastrelle dopo l’altra. Le sue scarpe scure si fermarono a pochi centimetri dalle ruotine di gomma che sostenevano il feretro. Rimasero ferme in quella posizione per qualche istante. Poi presero a girare su se stesse, tornando sui propri passi.
Mi urtò un ginocchio rientrando nella fila. Riuscì comunque a non perdere l’equilibrio. Mi passò davanti. Non aveva più niente in mano.
Dopo un silenzio che mi sembrò infinito il parroco riprese la parola.
*
Il dietro le quinte di questo racconto si trova qui

23 pensieri su “Ai funerali del buon padre del mio amico John

  1. Pingback: Giù le carte! | Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio

  2. Come dire, hai mescolato molto bene le carte!
    E hai vinto la partita.
    Il training funziona, adesso tocca a me…
    E’ dura, mi sento gia’ tutta indolenzita e gli allenamenti sono ancora tanti 😉

  3. Sento molto di personale in questo racconto, poi magari mi sbaglio, ma si tratta senza dubbio di un racconto molto bello. Grazie per averlo condiviso, e se qualche storia è in bilico tra la pubblicazione e il nulla, buttala qui comunque!

    • Credo che non ti sbaglieresti a prescindere…
      C’è in effetti una radice reale (come rispondevo più sotto a Manutheartist), e si tratta di un fatto, di una persona. Ma è un flash, un’idea, un punto di partenza senza niente attorno. La sfida è stata provarci a costruircelo, quel qualcosa attorno, lavorandoci su in maniera un po’ diversa dal solito.
      Anche infine un commento come il tuo, sobrio e coi piedi ben a terra, fa molto piacere. Grazie

    • Ma grazie a te!
      È un esercizio. È venuto così, un po’ sui generis. Ma mi sono divertito a scriverlo! E (ammetto) più ancora che a scriverlo, a pensarlo nei momenti di stacco mentre facevo altro. È lì che mi sono arrivate (da dove poi??) le idee su come farlo (e soprattutto non farlo) girare.

  4. -ah,… ma che meraviglia! CASPITA, bellissimo racconto e modo di raccontarlo 🙂
    Mi ha riempito di lacrime ma non ne ho versata mezza…è strano spiegartelo…è come quando si gusta un film complicato, dove il protagonista, alla fine, ce la fa comunque. E si è felici!
    (Ma per le file di piastrelle della chiesa, hai provato a contarle per davvero, da qualche parte, vero? Anche a me è capitato a volte di contare le panche…ma non ero arrivata alle piastrelle!)

    …si vede che ci hai dedicato tempo, e ci ha messo impegno ed esercizio. Da 30 e lode 🙂
    Ben tornato Ian, mi mancavi un casino 😛

    • Grazie del tuo contagiosissimo entusiasmo!
      Vero, il racconto come forse immagini nasce da un episodio reale (l’auto? la torta? il funerale? le piastrelle? chissà 😉 ), cui ho provato a mettere vicino dei pezzi per vedere cosa saltava fuori. Ci ho dovuto lavorare un po’, vero. Fa tutto parte di quel training training training di cui parlavo nel precedente post.
      Confesso, contare è una mia fissazione, mi hai scoperto… Comunque avrei potuto anche farlo guardare le acconciature delle statue, le forme degli arabeschi, i colori delle vetrate… mi spiego? 😉

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