Tracce di pneumatici (1/4)

Ero in garage alle prese con uno dei miei stupidi esperimenti di termodinamica quando mi parve di sentir suonare al campanello. Mi affacciai sul cortile. Oltre il cancello di casa c’era Akim.
Vengo ad aprirti, gli dissi, ma doveva avere fretta perché scavalcò.
Diedi un’occhiata curiosa in strada per vedere se ci fosse qualcuno che lo inseguiva. Vidi una signora a passeggio con un cagnolino e un ragazzino con lo zaino della scuola. Nessuno dei due aveva l’aria particolarmente aggressiva e soprattutto entrambi camminavano nella direzione opposta a casa mia.
Ti è successo qualcosa?, gli chiesi.
Fammi nascondere Mark, presto, fammi nascondere, e mi passò accanto, coprendosi il viso con le mani.
Chi ti sta inseguendo?, gli chiesi.
La vergogna!, disse lui, e senza chiedermi il permesso si fiondò nel garage.

Ora, Akim sapeva bene dei miei esperimenti di termodinamica, era anzi stato lui a darmi una mano più di una volta durante l’inverno precedente in alcune sedute in cui necessitavo di un aiuto. Sapeva quindi benissimo che mentre ero alle prese con quegli esperimenti non sopportavo che qualcuno entrasse in garage senza il mio esplicito permesso. Non sarebbe stata la prima volta che un esperimento andava a rotoli perché una persona inciampava su un filo teso (mia madre, due volte), o mi turbava un campo magnetico (Akim stesso, qualche settimana prima).

Per fortuna non si era avvicinato al tavolo. Si era rannicchiato per terra, in fondo al garage, seduto con la schiena contro il muro accanto agli pneumatici invernali della vecchia Mercedes di mio padre. Muoveva il torace su e giù, su e giù, rapido come i pistoni di un motore diesel.
Be’?
Non mi rispose. Continuava ad ansimare.
Guardai lui, poi guardai fuori, a lungo. Poi ancora lui.
Allora, dov’è questa vergogna? Quand’è che arriva? Scavalcherà il cancello pure lei? Entrerà senza chiedere permesso come hai fatto tu? È meglio che chiuda subito il portone del garage?
Mi disse di smetterla, che era nei guai e che dovevo aiutarlo. Tossì.
Spero che siano guai seri, tali da giustificare l’interruzione improvvisa di un importante esperimento di termodinamica, dissi.
Ero a casa di Dora fino a un attimo fa, disse.
Dora era la sua ragazza. Dora era anche la figlia della nostra professoressa di latino. Relazione proibita e clandestina, perciò. Durava da circa due mesi.
L’hai messa incinta, scommetto, dissi.
Ti diverti, tu, disse.
L’hai messa incinta, dai. Racconta.
Peggio, disse.
Due gemelli.
Macché. Impossibile, peraltro.
E come fai a saperlo? Ti sei controllato al microscopio gli spermatozoi uno per uno?
Finiscila! Perché è successo un attimo fa.
Se è successo un attimo fa, non puoi ancora sapere se è incinta.
Te l’ho detto, non è incinta. Voglio dire, lo spero. Cioè, impossibile. Insomma, ho fatto attenzione.
Certe volte, lo sai, le cose van male anche se si prendono tutte le precauzioni. Non ricordi i corsi di educazione sessuale delle scuole elementari?
Non ho bisogno delle tue lezioni, non adesso che… E tossì di nuovo. Più di una volta.
Ascoltami Akim, dissi. Io i pomeriggi li passo a studiare. A imparare il latino o a fare esperimenti di termodinamica. Se tu invece fai altro, devi assumerti le tue responsabilità. È molto semplice, è tutto qui.
Lui sputò per terra.
Era una sua abitudine. Sputare per terra. Lo faceva dappertutto. Nei bagni della scuola, al campo di hockey, sulla retina del canestro. Nel mio garage.
Inutile, non reagiva alle mie sollecitazioni, ai miei tentativi di farlo ragionare, e così, facendo finta di non aver visto lo sputo tornai al mio tavolo di lavoro. L’esperimento esigeva peraltro tempistiche molto strette e non potevo lasciar passare più di cinque, dieci minuti senza dover buttare via tutto.
Bell’amico sei, sentii da dietro la sua voce.
Non è questione d’essere amici belli o brutti, dissi senza voltarmi. È piuttosto una questione di responsabilità. Ad esempio, io so che un giorno o l’altro durante uno di questi esperimenti se andasse qualcosa storto potrei far saltare in aria il garage. Ecco, lo so e me ne assumo la responsabilità. È un discorso che ho fatto anche a mio padre. Se salto in aria, salto in aria. Punto.
Fantastico allora. Potresti farlo saltare adesso. Su, forza, fallo saltare adesso, il garage. Così saltiamo in aria io e te e finisce tutto.
Finire tutto, finire tutto, che fretta c’è di finire tutto. Lasciamo almeno passare due mesi, diplomiamoci. Dico, agli esami di stato manca così poco, vuoi finire all’altro mondo senza neanche uno straccio di titolo di studio? Con la sola licenza elementare? Figurati, che quando poi schiattano anche i miei mi inseguono col forcone per tutta l’eternità.
Diploma o non diploma, io domani mi ritiro dalla scuola.
Mi scivolò uno stantuffo di rame dalle mani. Nel tentativo di riprenderlo urtai col gomito un sensore di pressione che quasi si rovesciò a terra. Riuscii a tenerlo diritto per un soffio.
Quel genere di piccoli incidenti che mi mandano il sangue agli occhi.
Respirai a fondo.
Stava per cadermi il sensore, dissi.
Ci ha visti, piagnucolò lui.
È un sensore. Sente, non vede.
La prof, stupido. La prof, e tossì ancora una volta.
Mbè? Prima o poi si sarebbe saputo della vostra storia. Dov’è il problema.
È molto peggio. Ci ha sorpresi in casa sua.
In casa sua, ma che diamine. Alla sua età Dora sarà pur libera di invitarti da lei, ogni tanto.
È che non doveva tornare così presto, capisci? Il martedì, cazzo. Il martedì rientra sempre dopo le sei, giurava Dora.
E invece?
È rientrata alle quattro. Le quattro e qualcosa. Cazzo!
Guardai l’orologio. Erano le quattro e venti. E Dora non abitava così vicino.
Sei venuto qua correndo o sbaglio?
Tu e le tue domande stupide, sei un fottuto bastardo, mentre io vado affanculo, tu ti diverti.
Perché staresti andando affanculo?
Di sicuro quell’altra chiama i miei. Stasera, sicuro come la pioggia a Ferragosto, no, io stasera non torno a casa.
E io non torno a scuola, e io non torno a casa, che lagna sei, allora che fai, ti trasferisci qui? Nel mio garage?
Ce l’hai un sacco a pelo?
Su in soffitta.
Allora mi fermo qui.
Smettila di scherzare.
Magari mi potessi fermare. Ma a quest’ora avrà già telefonato, a quest’ora i miei sapranno tutto, mio dio, furibondi saranno, e Dora, la starà tirando per casa per un orecchio, starà chiamando suo padre e raccontando tutto anche a lui. Merda.
Finiscila con questa commedia, soltanto perché vi ha trovati in casa sua.
Non ti ho detto tutto, disse con un sospiro.
Avanti allora.
Mi vergogno.
Vi ha trovati abbracciati sul divano. Ti vergogni per così poco?
Non sarebbe nulla questo.
Eravate in camera sua. E stavate… ehm.
Non eravamo in camera.
Ma stavate…
Sì.
In camera dei suoi?
Magari.
In bagno?
Sul tappeto.
Del bagno?
Del salone.
Quasi picchiavo un pugno sul tavolo.
Che? Vi siete messi…
Doveva rientrare alle sei, cazzo, alle sei! Cazzo, cazzo, cazzo!
A malincuore, interruppi nuovamente l’esperimento e mi voltai verso Akim. Era ancora lì, con la schiena addosso alla parete. Guardava lo sputo sul pavimento e teneva sotto il braccio uno pneumatico come fossero le spalle della sua ragazza.
Ripetere all’infinito la parola cazzo non servirà a cambiare le cose, dissi.
Capisci, all’inizio eravamo sul divano, non volevamo fare nulla di strano, cioè, immagina, ti baci, ti tocchi, ti levi i vestiti, succede così in fretta, sai come vanno queste cose, poi lei ha perso l’equilibrio, e sotto c’era il tappeto, e allora mi sono lasciato scivolare anch’io, giù sul tappeto, ci siamo rotolati un po’, era caldo, peloso, e pizzicava, e rotolando siamo finiti addosso al tavolino di vetro, in mezzo al salone, e sopra al tavolino c’era il vaso dei pesci rossi, senza pesci mi sembra ma pieno d’acqua, e l’acqua ondeggiava, ondeggiava, ci siamo messi a ridere, allora lei si è tirata su, ti piace nuotare?, ha detto, e poi ha infilato la faccia nel vaso, nell’acqua, e si è allungata e si è messa a muovere le braccia come se nuotasse, e a battere anche i piedi, proprio come in piscina, e io le sono salito sopra come se fosse un pesce, a un delfino ho pensato, cavalcavo in groppa al delfino e in quel momento si apre la porta ed entra sua madre, cazzo, proprio di fronte, Dora si è presa uno spavento, ha fatto uno scatto, si è rovesciato il vaso per terra, sua madre si è vista arrivare addosso l’inondazione, ha fatto un salto all’indietro, è finita con la testa contro la porta, si è messa a gridare, te la vedi la prof che grida, te la immagini?, sono saltato via dal delfino, zompato verso i vestiti, preso quello che c’era e sono corso via, e uscendo ho spintonato la prof di nuovo contro la porta, e mi stavo rivestendo appena fuori, sul pianerottolo, quando dall’appartamento di fronte è uscito un tizio che ha cercato di prendermi ma gli sono sgattaiolato via giù per le scale, e con le scarpe slacciate e senza calzini mi sono messo a correre, e poi non ho pensato più a niente e sono arrivato qui, e qui… e allora si voltò di lato, abbracciò con entrambe le braccia lo pneumatico e piangendo si mise a colpirlo con il pugno.
Mi inginocchiai accanto ad Akim. Gli misi una mano sulla spalla.
Ho spinto la prof contro la porta, continuò, lo ricordo bene. Devo averle fatto male. E Dora sanguinava. Sanguinava a una mano, a un braccio, non lo so, ho un’immagine di lei, devo essermi girato un istante sulla porta, c’è lei inginocchiata sul tappeto che cerca di alzarsi, i capelli bagnati e una mano che sanguina, e io sono scappato, capisci?, scappato come un codardo, come un infame, lasciandole lì tutte e due, capisci, scappa dopo essersi scopato la figlia della prof lasciando lei ferita e l’altra contusa, omissione di soccorso, finirò in prigione, dimmi, non è meglio che saltiamo tutti in aria?, ma che potevo fare, scusi prof, ora mi rivesto, ci rivestiamo, non l’ho neanche toccata sua figlia, non è successo nulla, anzi, la aiuto a pulire per terra, dio, chissà quanta acqua, sarà pure scivolata per terra, sarà morta, chissà, e venendo qua mi sono accorto che in casa sua ho anche dimenticato lo zaino, dove ho i libri di scuola e il portafoglio, il telefonino… e ci sono pure due foto porno che mi ha infilato stamattina quel coglione di Davide insomma è finita Mark, risaliranno a me prima ancora che finisca di parlartene Mark, è finita finita finita, e spinse via da sé lo pneumatico e riprese a piangere e a dare pugni sul pavimento.

Guardai la gomma rotolare via. Sfiorò leggermente il muro, poi cambiò direzione e trotterellando uscì nel giardino, pacifica e curiosa.

(1/4.continua qui )

33 pensieri su “Tracce di pneumatici (1/4)

  1. C’è il sorriso di Mark, un abbraccio non ancora scritto, ma che rimane lì.
    “A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”, lo sai Akim?
    Scappare, da chi e da cosa? E la ferita è dentro o fuori?

    Come quando l’ho letto la prima volta, mi piace molto. E mi immagino in un angolo del box di Mark, nascosta dall’ombra e dalla foga di Akim, che ascolto il tutto, facendo finta di niente.

  2. Un bel racconto che lascia il finale in sospeso. Sta a noi, con la nostra sensibilità, prevedere come finirà il povero Akim.
    Io spero bene.
    Prendere il diploma è importante.
    Tutto il resto non conta. 😀
    Nicola

    • Grazie Nicola.
      Il finale in sospeso era l’idea di partenza, non vedevo niente oltre quello pneumatico.
      Ora sto provando a dargli un seguito. Per esercizio più che altro. Per far lavorare la testa e provare a saltare un ostacolo in più. Se mi riesce, se mi piace e mi convince, lo pubblico. Altrimenti resta così.
      Chiaro però che se prosegue, non sarà solo per un epilogo 😉

  3. Finalmente sono riuscita a prendermi il tempo per leggere per bene il racconto.
    E devo dire che ne valeva proprio la pena!!!
    Bello, divertente, frizzante, autentico, partecipato…insomma sembra di essere lì con Akim, le sue piccoli grandi disgrazie, e ti sembra di palparla fisicamente la sua vergogna. E ti immagini tutta la scena, e Dora, e l’ira della prof, e la tragedia di un futuro che sembra impossibile da affrontare…
    Come già altri hanno scritto prima di me, quando si era adolescenti, il presente sembrava un gigante da affrontare. Le gaffe imbarazzanti sembravano problemi impossibili da risolvere e da superare.

    Sei davvero bravissimo Ian 🙂 ma questo già lo sai!

    • Grazie!! Che l’hai letto, che te lo sei vissuta, che ci sei entrata con gli occhi e l’immaginazione…
      Sei troppo buona tu a scrivermi quelle cose… io ogni volta che finisco di scrivere qualcosa dico boh… e faccio sempre una faccia così 😐 però ho imparato a prenderla come loro, i personaggi voglio dire: alla leggera, scanzonato, scrivo, pubblico e via. In fondo basta divertirsi. O no?

  4. Che belli i casini dei ragazzi….quando c’eri dentro sembrava che non ci potesse essere via di uscita….no il mondo era fermo lì….una catastrofe….ora ricordo quei casini ma non ricordo come poi si fossero risolti…..vedo una gomma che rotola via pacifica e curiosa….

    • Ah ah 🙂 🙂 mi hai fatto scoppiare a ridere, stavo cominciando a scrivere il seguito e… se quelle due tre righe che penso io resistono a letture e riletture… c’è la risposta 😉

  5. Prima di leggere i commenti pensavo quale potesse essere il finale di questa storia insieme divertente e spiazzante, ma ora visto : finale sì, finale no, non mi interessa più.
    Qualsiasi cosa deciderai di fare andrà bene perché leggerti è sempre un piacere,
    Davvero! 🙂

    • Commenti come questi fanno veramente piacere, sono curioso anch’io di sapere come va a finire e se mi diverto come mi sono divertito a giocare con la prima parte, arriverà anche il finale.
      Grazie! 🙂

  6. Giocare?
    Mi trovi subito, senza metter tempo in mezzo.
    Spettatrice in attesa.
    Tu scrivi, io leggo.
    Di storie e meraviglie, di domande e di risposte, di risate e di possibilità.
    Niente di meno.
    Non mi aspetto niente di meno.

  7. E, forse e sottolineo forse, il seguito non è poi troppo importante.
    E se salta fuori che Mark è invecchiato, ha quattro figli da donne diverse, ha ormai sessant’anni e neppure si ricorda più di lei, del cuore che gli martellava nel petto, della termodinamica e dello sputo?
    E se si fosse risolto tutto nel migliore dei modi, se tutti si fossero spiegati e abbracciati e consolati? E se fosse scappato senza voltarsi indietro e se l’esperimento fosse davvero esploso..
    Non lo so, forse basta davvero quello che già hai detto.
    Sono le possibilità a renderlo perfetto.

    • Bel dilemma…
      Hai anche ragione, tu. Il rischio di rovinare tutto c’è. Ha già un suo equilibrio, un suo senso così com’è, come inizia, come finisce, per quello che dice e per quello che tace.
      La metterei così: se il seguito fosse soltanto raccontarti come va a finire sarebbe una coda inutile. Se il seguito fosse invece un colpo di scena… un problema inatteso… un’altra complicazione…
      Vedi, mi piace giocare 😮

  8. Non so se ridere o piangere per quel disgraziato.
    Anche io vorrei un seguito!
    Bello, bello veramente, me lo sono gustata meglio dei miei biscotti preferiti.
    Sono preoccupata x il pesce rosso…
    Chissà poveraccio 😉
    E sai cosa? Mi e’ venuta voglia di provare… mi manca il tavolino di vetro ma posso rimediare 🙂

    • Ok, confesso che anche a me è venuta voglia di sapere come va a finire…
      Il tavolino di legno non è un problema, va bene anche un mogano, è il tappeto che fa la differenza… 😉 quello ce l’hai?

      • Comprato ieri…
        Il colore lo sapra’ solo chi lo prova.
        Che poi io pensavo a quella poveraccia… la mazzata che si e’ presa e lui poco carino, cosi violento…
        A sfogarsi su di lei, una vecchia gomma d’auto abbandonata in un garage di un pericoloso chimico inesperto.
        Peggio ancora: scrittore.
        I più pericolosi!
        😉

  9. E poi?
    Che di leggere non mi sono annoiata un secondo, mi hai resa partecipe e anche io ho cominciato a respirare sussultando senza nemmeno rendermene conto.
    E arriva la fine.
    E lo rileggo, perché gli occhi son già tornati indietro, all’inizio, avidi.
    Ne vorrebbero ancora.

    • Guarda, ti ringrazio proprio del commento, ti posso dire che mi sono divertito scrivendo, avevo questa scena in testa, l’ho scritta e non ho resistito a postarla, e… e poi?
      E mo’ come la mettiamo? 😉

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