Tracce di pneumatici (2/4)

Lo feci entrare in casa con l’idea di rosolarlo sulla graticola, prima, e di congedarlo al più presto, poi. Si era messo nei casini con le sue mani. Con quelle se ne sarebbe tolto. Da solo.
Che discorsi.
Lo misi a sedere al tavolo della cucina e gli offrii un bicchiere d’acqua. Poi iniziai a saltellargli attorno. Come un passerottino attorno alla gabbia del fringuello.
È un falso problema il tuo, in fondo, che hai fatto? Ciò che migliaia di nostri fortunati coetanei fanno con migliaia di nostre fortunate coetanee, in ogni momento della giornata, in qualsiasi luogo del mondo. Siete stati solo così deficienti da farlo nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Fine.
E quel caos che hai fatto con la Prof, poi? Deficiente che sei. E che? Stavi forse rubando, picchiando, sfasciando? Ti eri forse introdotto in casa senza permesso? Sarebbe bastato rialzarsi in piedi. Coprirsi. Da uomo. Sgattaiolare in camera. Rivestirsi con dignità. Da uomo. Tornare fuori e affrontare la situazione. Da-uo-mo.

La tua calma mi dà ai nervi, mi aveva detto.

Ancora fuori, in garage, era uscito a riprendersi la gomma. Ed era rientrata quella prima di lui, rotolando a una velocità folle, travolgendo un bricco d’olio e un secchio di plastica neanche fossero birilli, rimbalzando sul muro in fondo al garage e finendo la sua corsa dove?
Sui miei stinchi, naturale.
Gliel’avrei tirata addosso.
È che pesava, la dannata, quando la presi su.
Pesava.

Che poi: in garage piagnucolava, il fringuello. In cucina invece partì alla carica. Gli era tornato il vigore, al ragazzo. Il vigore virile. Da-uo-mo.
La vita non è un esperimento di fisica, sentenziava. A furia di passare i pomeriggi in garage perderai la percezione della realtà. L’hai già persa, per quel che mi riguarda.
Il fringuello.
E io ribattevo, e il diploma? Non te ne frega niente del diploma? Soltanto del sesso t’importa? Dei giochini piccanti? Dei delfini?

S’incazzava. Ma poi mica tanto.
Forse sapeva che un po’, un pochettino soltanto, lo invidiavo.
Ma soltanto un po’.

Diceva che non capivo, che non potevo capire, che avrei fatto meglio a continuare con i miei esperimenti che tanto come amico non gli sarei servito a nulla. Che prima di insegnargli a comportarsi da uomo avrei dovuto imparare un sacco di cose e come minimo, aggiunse il bastardo, scopare almeno una volta.
Cazzo.
Si ricordava.

L’irrazionalità non paga, non ha mai pagato, cinguettavo, antipatico e impassibile. Avreste dovuto pensarci, calcolare la possibilità dell’evento, immaginare prima che cosa avreste dovuto fare nel caso di un imprevisto, cautelarvi.
S’incazzò.
Finalmente.
Diede un calcio a una gamba del tavolo e ci mancò poco che sputasse sul pavimento. Fece solo il gesto.
Poi cambiò espressione. E si mise a piagnucolare di nuovo.
E adesso che succederà?
Colpo di grazia.
Nulla. Cosa vuoi che succeda ora, nulla. Riferiscono al preside, vieni sospeso, perdi l’anno e finisce lì. Oppure ti denunciano per lesioni, omissione di soccorso o chissà cos’altro, finisci a giudizio e poi ti assolvono perché sei minorenne.
Nulla insomma.
Proprio nulla.
Tacque un momento. Poi fece un verso e mi mostrò i denti e disse, La tua stupida calma mi dà ai nervi, signorino.

Il signorino prese l’elenco del telefono. Cercammo insieme il numero di casa di Dora. Provammo a chiamare. Squillò per parecchio tempo ma non rispose nessuno. Chiamammo il suo cellulare, che fino a prova contraria doveva essere ancora dentro lo zaino, in camera di lei. Ma squillava a vuoto pure quello. No, non è proprio giornata, disse lui.

Prima di congedarlo, prova della mia amicizia nonostante tutto, il signorino lo aiutò a preparare un piano.
Stabilimmo che per prima cosa doveva scusarsi con la Prof, la variante potenzialmente impazzita di tutta la storia. Calmarla. Umiliarsi, mortificarsi. Adularla. Ossequiarla, lusingarla, ungerla. Gli ripetevo queste parole sì che gli entrassero bene in testa, ungere, ossequiare devi.
Secondo punto. Capire da che parte stava Dora. Non sarebbe stato difficile, bastava prestare attenzione quando adulava, ossequiava, lusingava, ungeva sua madre. Se anche Dora avesse adulato, ossequiato, lusingato, unto allora era chiaro.
Terzo. Cotta a puntino la Prof, era da tenersi stretta Dora. Prenderle delicatamente la mano, chiederle cosa si era fatta al polso, offrirsi di medicarla, nel caso fosse stata una cosa da nulla. Ofrirsi di portarla in ospedale, fosse stato invece qualcosa di serio, In ospedale? Sì, anche in ospedale la devi portare, nel caso.
Quarto, offrirsi di pulire. Importantissimo. Asciugare, lustrare, disinfettare. Tutto il pavimento dell’ingresso da tirare a lucido. E un tappeto peloso da strizzare.
Quinto e ultimo: chiamare il signorino e dirgli com’era andata a finire. Con un grazie, magari.
Ma questo non glielo dissi.
Lo congedai e tornai al mio garage, finalmente, al mio esperimento.
Ed era passata forse una mezz’ora, non di più, quando arrivò una telefonata.
E che diamine, non era Akim.

Mia madre, era.
La solita telefonata per chiedermi quante uova c’erano in frigo, e se erano finite o no le arance, e che aspetto avessero i pomodori e se era il caso di buttarli e comprarne degli altri, credevo. Ma non mi chiese niente del genere.
Dov’ero invece volle sapere, dov’ero e dove fossi stato precisamente, sottolineò quel precisamente, nelle ultime ore. Le dissi che ero stato in garage e ovviamente, sottolineai quell’ovviamente, da nessun’altra parte.
Mal me ne sarebbe ben presto incolto, per quella specie di verso che le feci, ma come potevo saperlo.

Doveva essere in macchina per il rumore di fondo e perché la voce arrivava parecchio disturbata. E il tono non mi piaceva. Le chiesi se fosse successo qualcosa, mi disse che aveva ricevuto… e poi un gracchiare indistinto.
Uscii dal garage. Nel vociare indistinto tre parole però le intesi bene, erano professoressa di latino, e allora ebbi una specie di fremito al cuore. E scoppiai a ridere.

A ridere, sì, a ridere mentre mia madre ancora gracidava lunghe e amabili incomprensibilità, e io ridevo, ridevo di quella deficiente di Prof che aveva chiamato perfino mia madre, mia madre!, che conosceva di vista per uno stupido corso frequentato insieme anni prima, povero Akim, non bastavano i suoi, era veramente pazza, pazza furiosa, superpazza, chi altri avrebbe chiamato ora, i giornali? senz’altro, campione mondiale di delfino pescato nudo in groppa a una delfina mentre nuotano in una vasca per pesci rossi, quel genere di notizie che non puoi non cliccare sul sito del giornale on line, non puoi, specie se c’è scritto vicino a caratteri rossi, video, e me li vedevo già i giornalisti davanti alla scuola, l’indomani, sappiamo che sei l’amico di Akim, dicci, avevano già dato segni di squilibrio mentale? ma l’avevano fatto anche in classe? nello spogliatoio della palestra? li avete mai ripresi con un telefonino? venivano da famiglie difficili? è vero che Akim rischiava di ripetere l’anno?, certo che avevano dato segni di squilibrio mentale, certo che sì, si barricavano sempre nello spogliatoio durante le ore di ginnastica, già, molto difficile la famiglia di Akim, quella di lei poi… ha una madre piuttosto severa, guardi i miei voti in latino, ripetere l’anno? con questo casino qui rischiamo di ripetere tutti l’anno…

Quando mia madre irruppe in casa si fermò sull’uscio.
Gesto insolito.
Lasciò cadere sul pavimento la borsa della spesa.
Gesto più insolito ancora.
Quella per inciso si afflosciò di lato e ne uscirono due arance, una rotolò sotto il termosifone, l’altra venne verso di me quasi a sfiorarmi il piede destro che… Mark!, disse di colpo mia madre.
E una pausa.
È la più grossa vergogna della mia vita.

Figuratevi come restai io, a bocca aperta è un’espressione che non rende neanche minimamente l’idea.
E un attimo dopo rincarò pure la dose.
La più grossa umiliazione della mia vita,
e una pausa.
Mark,
e sparì affidando al silenzio il resto del messaggio.

Avreste capito?
Io no.
Non capivo.
Non capivo che tipo di umiliazione potessi averle dato, che colpa ne avevo di ciò che aveva fatto Akim, o di essere amico di Akim, o se dopo il fattaccio Akim era venuto da me e non era andato da qualcun altro, che piffero di responsabilità potevo avere in questa storia in cui in sostanza e in definitiva non c’entravo proprio nulla, e perché quindi proprio lei dovesse sentirsi umiliata.

E poi arrivò mio padre.
Calmissimo, lui.
Mi chiamò di sotto. Mi fece un cenno, additò il salotto. La poltrona accanto al muro. Dove mi fece sedere.
Mia madre comparve sulla porta. Lui si sedette sul ripiano di marmo accanto al braciere del camino. A una buona distanza da me.
Chiese a mia madre una sigaretta.
Gesto insolito.
Lei sparì in cucina e tornò, veloce, con la sigaretta e l’accendino.
Gesto inconcepibile, mia madre detestava che mio padre fumasse.
Che stava succedendo.
Papà provò ad accendere ma gli tremava la mano.
Mark, disse, e finalmente la sigaretta gli si accese. Dov’eri oggi pomeriggio?
Ripose l’accendino sul ripiano dove sedeva.
Papà, io ero… ero qui.
Eppure la tua professoressa di latino sostiene di averti visto a casa sua, questo pomeriggio. Insieme a sua figlia.
Balzai in piedi.
Mark!
Siediti, disse mio padre.
Gelido.
Mark, te lo chiedo di nuovo. Dov’eri oggi pomeriggio?
*
(2/4-continua qui)

32 pensieri su “Tracce di pneumatici (2/4)

    • Ma nessuno di noi è privo di immaginazione! C’è chi la esercita con le parole, e chi la esercita in mille altri modi… e chissà in quanti di questi mille sei forte tu! 😉

    • “Branca della fisica che descrive le trasformazioni subite da un sistema in seguito a processi che coinvolgono la trasformazione di massa ed energia”.
      Direi che dalla scena del garage a quella del delfino ci siamo assolutamente dentro… 😉

  1. C’è qualcosa che non mi convince. Rileggerò per capire cosa, ma c’è un fatto stilistico che mi urta un po’ e, cioè, il cambio del tempo della narrazione.
    Nella prima parte eravamo lì, in questa stiamo guardando attraverso i ricordi di Mark e c’è già il sapore e la sensazione di una storia già finita.

    • Ottimo commento.
      Ha messo in difficoltà pure me questa cosa.
      È stata una scelta fatta per mettere uno scarto tra la prima e la seconda parte. Non potevo bluffare, cioè: non avevo scritto il racconto tutto in una volta e l’avevo dichiarato. C’era bisogno, lì, di un onesto punto e a capo, percepibile, di una ripartenza. Che rendesse la seconda parte oggettivamente discosta dalla prima e degna di essere raccontata di per sè.
      O magari no, non c’era bisogno di tutto questo, e avrei potuto continuare in maniera lineare raccontando come fossimo stati lì, e sarebbe riuscito meglio. Può anche essere così.
      Sono sfide e domande in più di cui prendo nota, grazie davvero degli spunti! 😉

      • Non voglio metterti in crisi, lo sai. Rimane un parere personale, qualcosa che mi ha colpito.
        Ci sono scrittori che hanno pubblicato i propri romanzi a puntate, sulle pagine di riviste settimanali. Non sappiamo se e cosa sia cambiato dalla prima all’ultima puntata, non sappiamo se la storia sia totalmente diversa da com’era stata pensata inizialmente.
        Però ognuno ha il suo modo di dare uno stacco e di ricominciare, di dare dignità e senso alla propria creatura. Quindi è giustissimo che tu cambi il tempo e il modo di descrivere, se è quello che ti riflette di più. 😉

      • Ho bisogno di commenti come il tuo. Di chi mi dice che piace, e chi invece mi mostra dove stride, barcolla, non convince. Sono tutti pareri personali, è vero, ma è solo grazie a questi che si salgono i gradini 😉

  2. Adesso rimango in attesa della nuova puntata. E ti metto ansia da prestazione dicendoti: a) la aspetto a breve; b) devi superarmi ancora di più questa ottima seconda puntata!! Ok?
    Cioè, io aspetto eh?
    Stai scrivendo? No, ti chiedo eh! ehehehe 😉

    Complimenti Ian!

  3. Devo dire che la prima parte mi arriva come una cosa scritta in fretta, per dare un seguito alla storia, anche se possiede degli spunti non indifferenti. Poi avviene il colpo di scena, e qui attendiamo sviluppi ben giocati. 🙂

    • Ciao, grazie di essere passato e del tuo commento, molto utile x me specie nella prima parte.
      Proseguire quel racconto presentava alcune sfide, trovare un fatto nuovo, imprevisto e insieme credibile che complicasse la situazione e rendesse sensato proseguire la storia, e poi svilupparlo attenendomi strettamente alle regole, allo stile, al ritmo che avevo invece fissato e pensato per un racconto che doveva finire lì, col pneumatico che trotterella in giardino. Rischioso… Dicono che l’inizio di una storia ti è chiaro soltanto quando ne hai scritta la fine, e ammetto in effetti di aver desiderato non poco di poter andare a modificare completamente l’impianto, fin dall’inizio. Ma non potevo.
      È stata comunque una palestra divertente.

  4. Dai mandami le bozze del prossimo per e-mail, ti preeeego, dammi solo uno spunto, un indizio piccolo piccolo..
    Che non è solo curiosità, leggendo ho la sensazione di essere di fronte alla scena, a fianco dei personaggi.
    Mi sento presa per mano e accompagnata. Fluido, è l’aggettivo per il tuo scritto.
    Ok, domani mattina presto il seguito eh? Ti lascio la domenica libera per scriverlo.
    🙂

    • Il resto del racconto in realtà è pronto, è già finito, rileggerò ancora qua e là per tagliare, sfrondare, sfoltire, eh perché stavolta non sono cascato nella stessa trappola dell’altra volta, voglio dire… PRIMA finisco di scriverlo TUTTO, e POI lo pubblico, magari spezzettandolo per renderlo masticabile su un blog. Eh sì perché una volta va bene sudare sette camicie per ripartire daccapo, e dover riprendere allo stesso ritmo con lo stesso stile e coi tempi stretti, ma due… due no!! 😉
      Che poi, se fosse anche solo curiosità la tua sarei contento uguale, in fondo avrei già raggiunto il mio scopo!
      Il racconto ha sicuramente difettucci qua e là (forse parecchi, ma suvvia), anzi, credo sia proprio come scrivo io che abbia qualche difettuccio qua e là ma ecco, che sia fluido, leggibile, non ostico, pure semplice a volte, questo è importante per me, uno deve sentirsi come dici tu accompagnato mentre legge, in discesa, non perso nel bosco su un sentiero mal segnalato e pure in salita.
      Grazie

      • Non sono scrittrice, non so nulla del processo creativo, ma sono lettrice, e leggo molto e molti scrittori.
        E voglio vedere dove mi vuoi portare con la tua mano sicura. Non è solo la curiosità del finale, è sentire quello che hai da dire attraverso i personaggi. E poi mi piacerebbe rileggerlo dall’inizio alla fine senza pause.
        Ciao ciao!

  5. a metà racconto è partito il sorrisetto di chi sospetta la fine… a fine racconto il “geniaccio” sussurrato davanti allo schermo… ovviamente arriverà presto il terzo capitolo!

  6. Pingback: Tracce di pneumatici (1) | Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio

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