Tracce di pneumatici (3/4)

Dove avrà imparato a mentire in maniera così stolida, disse mia madre senza guardarmi, che forse non ero più degno neppure del suo sguardo. Le chiesi di chiamare la Prof e risolvere subito l’equivoco. Aspettò un cenno di mio padre per muoversi.

Fremevo, saltellavo.
Fissavo il cellulare neanche fosse una salsiccia, ma la voce di mia madre era così debole, così fiacca che no, non aveva nessuna speranza, la mamma di Mark, Mark Blanchard, diceva timida timida, lui nega, sostiene che… lei invece mi conferma… allora mi avventai sulla salsiccia, Io sono Mark Blanchard, dissi duro alla Prof, quello era Akim Garcia, A-k-i-m-G-a-r-c-i-a capito? due spanne più alto di me, il doppio dei miei muscoli, i capelli un fottìo più lunghi, ma negava, negava la superpazza!, mio padre mi tolse la salsiccia e si scusò a nome dell’intera famiglia, l’intera famiglia dei Blanchard, disse, neanche avessi macchiato il sacro onore della stirpe.
Sono al pronto soccorso, disse mia madre dopo che la telefonata era finita, qualcuno si dev’essere fatto male. Ci sarei andato immediatamente, dissi. Per quanto riguardava loro potevo fare quel che mi pareva, disse mio padre, tanto non mi riconoscevano più.
Non chiesi oltre, non approfondii. Corsi sopra a vestirmi.

Sopra dove poi con la giacca in mano rimasi fermo imbambolato davanti al modellino giallo della Marmon Wasp del 1911, aveva qualcosa quella macchinetta gialla, qualcosa che non tornava, che fosse il numero 32?, o il muso mezzo locomotiva mezzo cane bassotto?, poi capii, erano quegli improbabili pneumatici sottili, mi tornava in mente Akim, il fringuello, dov’era, che ne era di lui.
Uscii. Presi la vecchia vespa di mia madre e mi fiondai in strada. Veniva giù una leggera pioggia, garbata lei, ma fastidiosa.

Un airone mi sentivo, in vespa, divoravo i semafori, trapassavo d’autorità le precedenze, fingevo di non vedere gli stop, soltanto un bastardo di semaforo rosso alla fine ebbe la meglio e dovetti frenare. Ma in effetti non invano, perché al verde decisi di prendere una laterale e deviai verso la casa di Dora, la stramaledetta casa di Dora.
Non tardai a notar le luci blu, riflesse sull’asfalto prima, sopra il camion dei pompieri poi, contai i civici, ventotto, trenta, trentadue, esattamente davanti al trentaquattro c’erano tre camion dei pompieri, e da uno di questi saliva una lunga scala di ferro fino a un terrazzo al terzo piano, e adesso che cazzo sta succedendo, pensai.
Fermai la vespa, scesi, mi avvicinai. Il terzo camion era in effetti soltanto un vecchio mezzo della nettezza urbana, puzzava da sembrarne quasi fiero e se ne stava lì, fermo, bloccato perché la strada era chiusa per almeno metà carreggiata, forse di più. Gli automobilisti erano furibondi. I clacson poi…
Fermo!, e un braccio mi arrestò.
Un casco e una visiera e dentro, forse, un uomo. Dove va, non può proseguire, il casco macchiato di gocce di pioggia come grosse bolle dopo una brutta insolazione. Che è successo, Lei abita qui?, In effetti no, Allora la prego di allontanarsi, Ci abita la mia fidanzata qui, dissi, non saprei perché, mi sembrava furbo, forse era solo scemo. Non si è fatto male nessuno, mi disse, si allontani.

Inforcai la vespa senza far caso al sellino bagnato e una spiacevole sensazione di gelo si diffuse rapida, rapidissima nella zona d’appoggio. Al calduccio del pronto soccorso speravo andasse meglio, macché, il cavallo dei miei pantaloni non era proprio uno spettacolo edificante, troppo corta peraltro la mia giacchetta in plaid, l’impermeabile poi tutto bagnato, una fortuna quella però. Spalmai perbene l’acqua sui jeans, che almeno fosse tutto più uniforme e meno imbarazzante. Funzionò.

In sala d’attesa passai in rassegna le teste ma non ne riconobbi neanche una. Allo sportello delle accettazioni mi chiesero nome, cognome, data di nascita e sintomi prego. Una signora con gli occhiali sottili e una mandibola così robusta che pareva una trappola per topi. Sto cercando due persone, dissi.
Non siamo la reception di un albergo, mi disse, se non sta male faccia passare il prossimo.
Le feci il nome di Dora, della prof. Di Akim.
Alzò gli occhi, mi fissò. Aveva un neo gigante proprio sotto la narice destra. Pareva un chicco di caffè sul punto di esplodere. C’era il vetro tra me e lei ma mi allontanai ugualmente un po’.
Sono uno studente della signora, rilanciai, ho ragione di pensare fosse qui.
Avanti il prossimo, disse.
Sua figlia è la mia fidanzata!, sono preoccupato, non riesco a mettermi in contatto con loro, non rispondono al telefono!
Se cercate qualcuno, dite che è la vostra Prof e vi rideranno in faccia, dite che è la vostra ragazza e si commuoveranno. E ve la andranno a cercare.
Infatti si alzò e sparì dietro a un tramezzo. Tornò pochissimo dopo.
Dimesse un quarto d’ora fa, disse.
Cazzo!, mi sfuggì.
Mi osservò per un attimo come se fossi qualcosa di profondamente strano ma di cui in fondo non gliene importava un accidente.
Il prossimo.

Al civico trentaquattro erano spariti i due camion dei pompieri e per fortuna anche il carro portaimmondizie e al cancello d’ingresso nessuno mi fermò.
Anche la porta di sotto era aperta. Suonai.
Tardarono a rispondere. Ma risposero, ed era Dora.
Le chiesi se potevo salire.
Disse di no.
Insistetti, dovevo salire, che c’era un equivoco da risolvere al più presto.
Disse di no.
Senza l’ombra di uno scrupolo approfittai della porta aperta.

Le scale erano un porcile di fango, ghiaia, impronte di scarpe. Salii rasente al muro, dov’era meno sporco. Al terzo piano riconobbi il nome. Dalla porta di fronte, aperta, veniva un forte lezzo di bruciato. La rampa di scale che saliva al quarto piano era immacolata.
Suonai.

S’aprì quel tanto che consentiva un chiavistello a catena, ben teso tra la porta e lo stipite. Comparve, piccolina, la faccia di un uomo con un paio di occhiali spessi e folti boccoli bianchi, come se sul cranio gli crescessero dei petali di rosa.
Chi è, che vuole, disse sbrigativo, la voce calda e tranquilla di un mammifero in letargo.
Spiegai.
Dora e mia moglie sono a letto in questo momento. Non stanno bene. Potrà parlare con loro in un’altra occasione.
Due minuti fa sua figlia mi ha risposto al citofono, dissi.
Le assicuro che sono entrambe a letto.
Lo pregai di farmi entrare, che almeno avrei parlato con lui, ne andava del mio nome, della mia faccia, della mia reputazione.
Allora lasci che le parli chiaramente, ragazzo. Lei è stato sorpreso da mia moglie oltre questa porta non più tardi di tre ore fa, in una situazione, me lo lasci dire, incresciosa. Si è comportato prima da animale, inducendo mia figlia ad atti che non si confanno né alla sua età né alla sua buona educazione né al suo decoro; poi da vigliacco, quando l’ha lasciata a terra in mezzo alla sala con una ferita al polso e un vaso rovesciato sulle ginocchia; infine da violento, quando, prima di scappare come un coniglio, ha spintonato mia moglie contro la porta, contro questa stessa porta. E trova ancora il coraggio, il coraggio di farsi vedere qui. Dovrebbe ringraziare il buon cuore di mia moglie, ragazzo, se lei ora è qui e non dalla polizia a rispondere dei suoi atti. Se ne vada.

Animale. Vigliacco. Violento.
C’è un equivoco, uno scambio di persona, dissi, calmo.
L’uomo sbuffò.
Si schiarì la voce.
Guardò alle sue spalle.
Scosse la testa. Prima socchiuse la porta, poi sfilò il chiavistello e si fece da parte.
Mi fece rimanere sulla porta. Prima di lasciare la stanza mi diede un’occhiata come volesse dirmi, a cuccia.

Era uno stanzone ampio e insolitamente luminoso quello dove si era consumata la scena del delfino, una sala piena di luce e di blu. Blu i tappeti, con sopra delle spirali bianche, blu i cassetti del mobiletto al centro, blu la stoffa di un piccolo divano a due posti con i cuscini grigi, tutto così blu che pareva d’essere in un acquario, per forza che ti venivano certe voglie, lì dentro.
Mi prese l’ebbrezza della scena del crimine.
Ma poi comparve la Prof, che si fermò in fondo alla stanza, e l’uomo coi boccoli, che si piazzò al centro, e mi ricordai del pasticcio in cui ero finito.
Sostiene il ragazzo di non essere lui l’interessato, disse l’uomo. Lo guardai quasi con affetto. Almeno mi dava ascolto. Pina, sei sicura che fosse lui, non puoi esserti sbagliata?
Antonella faceva di nome la Prof. Da dove diavolo veniva Pina?
Scosse la testa invece, Pina. Non mi sbaglio, disse gelida: è lui.
Provai a protestare, con la massima calma s’intende, col massimo rispetto, con molta, anzi con estrema cortesia, che si stava sbagliando, che doveva aver visto male, che forse, ecco, nella concitazione del momento poteva essersi confusa. Guardavo ora lei ora il boccoluto che poverino era l’unico che mi ascoltava, che forse mi credeva, forse.
L’uomo disse allora, Dora!, e lei apparve, esile, minuta, con una grossa fasciatura al polso destro, le gote accese, gli occhi gonfi come se avesse appena pianto.
Sostiene il ragazzo di non avere nulla a che fare con questa brutta storia. Dora, è lui lui o non è lui?
Lei abbassò lo sguardo.
È lui, disse.
Mente!, gridai, mente! Mente come una bugiarda! Non ero io, era Akim!
Inverosimile!, gridò allora la Prof, dare della bugiarda a mia figlia dopo quello che le hai fatto! Screanzato! Cafone!
Pina, per favore, disse l’uomo, Dora, è dunque con questo ragazzo che avevi una storia?, e lei fissò il pavimento e annuì, Ho bisogno che mi guardi in viso e mi dica sì o no, Dora, lei alzò gli occhi e lo guardò in viso e poi guardò me e con gli zigomi rossi disse Mark, è finita fra noi, ti ho voluto bene ma ora non voglio vederti mai più.

Varie idee, varie scemenze mi passarono per la mente in quel momento, fra le più inutili gridare, battere la testa contro il muro, fra le più comode gli schiaffi, fra le più tristi il suicidio, fra le più sceme levarmi la giacca, il maglione, la canottiera, sì che la superpazza notasse quanto diverso, più magro, più esile, più bianco, più schifoso, più indesiderabile fossi di quell’altro fringuello sciupafemmine, ma se quella donna davvero non mi riconosceva la faccia figuriamoci le spalle le costole le ascelle, così fra tutto quel campionario di scemenze scelsi forse la più innocua, iniziai a girare in cerchio con le mani nei capelli, guardavo le spirali sui tappeti blu e giravo insieme a loro come se tutto ciò avesse un senso, e sentivo le interiora liquefarsi e la continenza sfinteriale messa a dura prova, e allora con quei pantaloni bagnati, tutto quel freddo e quel mal di pancia finii per chiedere, c’è un bagno?
Fu evidentemente troppo anche per l’uomo.

Mi prese per la giacca, mi accompagnò alla porta e senza aggiungere altro mi sbatté fuori.

Schiumavo, dietro la porta, c’era dunque del dolo, della malafede, è finita tra noi, com’erano possibili simili parole, quelle sì vergognose!, come poteva Dora mentire, lei sì, in maniera così stolida, a me che quasi neppure la conoscevo, figuriamoci se ci avevo giocato al delfino, l’idea di toccarla poi, voltarla, cavalcarla, io, io!, che mentre quei due scopavano ero a fare esperimenti di termodinamica!, io!, sfigato secchioncello della classe, che santo a parole sarei passato per porco nei fatti, ah cazzo, Akim, cazzo, dove sei.
Tirai fuori il telefono di tasca e lo chiamai, ma figuriamoci se rispondeva, il fringuello, certo, ora però fringuello ero io, ah con quale piacere avrei assestato un calcione a quella porta, da farli sobbalzare tutti e tre là dentro, no, Mark, mi dissi, non devi perdere la calma.

E non la persi, mi imposi di non perderla e quindi mi voltai, vidi l’ingresso dell’appartamento incendiato e mi venne un’idea, È permesso?, chiesi, affabile, comparve un giovane uomo, posso usufruire del bagno?, chiesi.
Ma certo, disse il giovane uomo sorridendo, Chiara, vieni a vedere, c’è uno stronzo qui fuori, anzi un grande stronzo, Ehi, grande stronzo, hai gli occhi per vedere?, dopo ciò che è successo qui tu vorresti usufruire del bagno, vieni, allora entra, grande stronzo, che ti spacco la faccia appena metti piede qui dentro.
No, non era giornata.

In strada il sellino della vespa era ancora più zuppo di prima. Ma anch’io ero già bagnato e dunque non me ne fregava nulla, saltai su e puntai dritto verso casa di Akim.
Akim.
A noi due, Akim.
*
(3/4 continua qui)

25 pensieri su “Tracce di pneumatici (3/4)

  1. Pingback: Tracce di pneumatici (2/4) | Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio

  2. Il passaggio ” io!, sfigato secchioncello della classe, che santo a parole sarei passato per porco nei fatti, ah cazzo, Akim, cazzo, dove sei.”
    è decisamente il passaggio che preferisco, il migliore!
    Sei come sempre molto bravo a introdurci nelle tue storie e farle vivere…in prima persona!
    Corro a leggere l’ultimo (?) episodio!

  3. Per fortuna sono arrivata quando avevi già pubblicato tre puntate, altrimenti… che sofferenza! Piena solidarietà a chi ha dovuto pazientare…
    Mi piace la mancanza di “inerzia” dell’ambiente in cui Mark è cresciuto. La credulità degli adulti, troppo presi dalle proprie dinamiche per confrontare un dato nuovo con quelli raccolti negli anni precedenti. Direi che l’insieme è kafkiano, ma… una parte di me (quella che prende i granchi, do you remember?) tifa per un trionfo del protagonista. Già me lo vedo, additato come un eroe dai coetanei pronti a dimenticare – come i loro genitori – il nerd che faceva esperimenti di fisica nel garage…
    Va bene. Adesso mi metto in fila con gli altri ad aspettare il seguito. Buon lavoro! 🙂

    • Ciao e bentornata!,
      quale scopritrice nonché prima lettrice di questo blog è sempre speciale ospitarti qui, e mi mancava lo stile e il punto di vista dei tuoi commenti!!
      Come avrai visto si tratta, al solito, di un gioco, doveva essere un raccontino iniziato e finito col primo post, invece vuoi per sfida vuoi per curiosità ho provato a proseguire, prendendomi tutti i rischi del caso e cascando ovviamente in tutte le trappole connesse! L’ho concluso ancora a inizio gennaio. Pubblico qualcosa ogni settimana, poi leggo i commenti e autogiudico, autocritico, correggo il tiro, taglio e sfrondo sulla scia delle cose che vengono dette. Ho notato e capito più di un afosa grazie ai commenti di chi legge. Faccio finta di non vedere i macroscopici difetti che ha (cosa che da Gran Signora vedo che fai anche tu 😉 ) – altrimenti peraltro l’avrei già fatto sparire dalla circolazione – ma appunto è soltanto un gioco e allora… si fa.
      🙂

    • Sai che apprezzo molto anche i commenti negativi, migliorarsi è una sfida infinita e c’è sempre tanto, troppo da imparare. Ci mancherebbe poi piacesse a tutti, non ci crederei io per primo!!!
      Grazie 😉

    • Bel commento, anch’io ci ho pensato (e penato), e Dora che fa???
      Alla fine fa quadrato con Akim. Se fossi un romanziere provetto (e magari avessi scritto in terza persona) avrei forse preparato questa cosa, che risultasse un’agghiacciante sorpresa o la conferma di un tratto già noto del suo carattere. Ma visto che per ora sguazzo solo nei raccontini, prendo appunti del tuo prezioso commento!
      Grazie 😉

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