Tracce di pneumatici (4/4)

Che ci fai tu qui, mi disse sulla porta.
Dov’è il cesso.
Il che?
Il cesso!
Ehm, Mark…
Prima il cesso. Poi facciamo i conti.
Ehm… i conti?
Dov’è il cesso!

L’ebbi vinta e mi accompagnò in bagno. Poi lo sentii parlottare fuori dalla porta con sua madre. La mia irruzione poco ortodossa doveva aver creato un certo scompiglio, era comprensibile.

Mi feci accompagnare in camera sua, quella stanza così strana senza che fossi mai riuscito a capire perché, così piena di stupidi poster di culturisti mezzi nudi e modelle in costume appesi alle pareti, alle ante degli armadi, gli feci chiudere la porta e dunque, Allora?, gli gridai furibondo in faccia, allora?, ah cazzo, ah, se potessi spaccarti in quattro!
Mi disse di calmarmi. Di sedermi.
Cazzo!
Ripetere all’infinito la parola cazzo non…
Cazzo! Cazzo! Cazzo!
La voce di sua madre chiese se era tutto a posto.
Sì, tutto a posto.

E comunque negava.
Negava di sapere alcunché.
Negava di aver visto Dora. Dell’incendio, poi, figurarsi. Non sapeva nulla.
Ma non eri partito da casa mia con l’idea di…
Non ne ho avuto il coraggio, mi disse. Meglio sbollire, oggi, non farsi vedere. Domani si chiarirà tutto.
E il tuo telefono? La tua roba?
Ancora tutto là. In camera di Dora.
Ti fidi di lei, dissi, sarcastico.
Lui non colse.
Ci sono cose che non sai, dissi allora.
E lo lasciai friggere un po’.

Infatti iniziò a grattarsi l’ala del naso, a lisciarsi l’orecchio. Si alzò in piedi. Prese una penna, tamburellò col tappo sul tallone di un culturista.
Allora?
Gli dissi che ero stato là.
Sobbalzò.
Perché?
Per aiutarti, mentii.
Sei completamente pazzo.
La Prof stava bene, incalzai. Dora invece aveva il polso fasciato.
Lui non reagì quando dissi questo.
Ma erano tranquilli, proseguii, e sorpresi che fossi lì io. Si aspettavano che passassi tu. O che almeno gli facessi una telefonata.
Si appoggiò alla parete dell’armadio e mi fissò.
Quindi è una telefonata che si aspettano da me.
Annuii.

Ero sollevato quando tornai a casa.
Forse, forse, forse me la potevo cavare. Quella sera stessa. Akim non sapeva dell’equivoco. Avrebbe chiamato. Avrebbe chiesto scusa. Una confessione così piena e plateale da chiarire subito ogni cosa. Forse a quell’ora la Prof aveva già chiamato a casa mia per scusarsi.

Erano quasi le nove, avevo fame. Infilai la chiave nella serratura di casa. Girava a vuoto.
Impossibile.
I miei non chiudevano mai così presto.
Mi affacciai alla finestra della cucina da dove proveniva della luce. La tavola era sparecchiata, piatti sporchi sul lavandino. Bussai sul vetro.
Niente.
Più forte.
Niente.
Feci il giro della casa. Bussai dietro.
Tornai sul davanti, suonai di nuovo. Due volte.
Feci il numero di casa e chiamai.
Che vuoi, Mark. Era mio padre.
Entrare, dissi, scocciato.
Mark, letti e faccia tosta mi pare non ti manchino.
Papà…
Stasera saprai senz’altro trovarti una stanza migliore dove riposare. Magari proprio a casa di quella ragazzina. Buonanotte, Mark.

Varie idee, varie scemenze mi passarono per la mente in quel momento, fra le più inutili gridare, prendere a calci la porta, fra le più stupide prelevare una gomma dal garage e scagliarla contro una finestra, fra le più tristi il suicidio, fra le più serie chiamare di nuovo mio padre, tentare di calmarlo, convincerlo a lasciarmi entrare. E umiliarmi. Mortificarmi. Adulare, ossequiare, lusingare. Ungere.

Finii per scegliere il garage.
Ma non presi la gomma.
Restai piuttosto immobile davanti al tavolo. I miei bricchi, i miei sensori. Il mulinello, le valvole, il generatore.
Il mio mondo.
Il mio caro, tranquillo esperimento di termodinamica.

Mi rannicchiai sotto il tavolo. Allungai un braccio verso uno pneumatico, me lo tirai vicino. Mi ci appoggiai sopra e decisi che sarei rimasto lì tutta la notte. Che m’importava, alla tua età spaccavo il mondo!, quante volte l’avevo sentita a casa. Ed era vero, in quel momento l’avrei spaccato anch’io.
Ma quella fame. E quel freddo. E i pantaloni bagnati. E il maglione tutto umido, e la giacca che non scaldava niente.
Ma alla mia età loro spaccavano il mondo.

Fu il mondo invece a spaccare me, verso le dieci e trenta, neanche troppo tardi.
Tremavo. Avevo fame.
Uscii dal garage. La vespa, con quel freddo, neanche a parlarne.
Mi misi a correre. A correre verso casa di Akim.

Venne suo padre, mi fece entrare.
Chiamarono Akim. Era in pigiama.
Che vuoi adesso? Stai tremando.
Una doccia, chiesi, guardando per terra, l’imbarazzo che aleggiava nell’aria mi bastava, non ci tenevo ad affrontare anche gli sguardi.

Sotto il getto di acqua bollente rimasi a lungo col viso rivolto all’insù. Nel naso mi entrava, in bocca. Mi tappava le orecchie, pizzicava le dita.

Akim mi prestò un paio di mutande, una canottiera, dei jeans. Un maglione. Per guardarsi allo specchio, in camera sua, bisognava alzare un poster. Ne liberai uno spicchio.
Sorrisi. Tutto il pomeriggio che giuravo e spergiuravo di non essere lui ed eccomi, ora. Ero lui.

Ce l’hai un sacco a pelo?
Ti fermi a dormire qui?
Annuii.
Potevo darti un pigiama allora.
Dormirò così.
Perché sei tornato?
Hai sentito Dora?
No.
Perché.
Domani.
Ma perché?
Credimi, domani.
E in quell’attimo d’improvviso lo notai, cos’aveva di strano quella stanza. C’era che tutti, tutti quei dannati uomini e donne seminudi, appesi alle pareti, alle ante degli armadi, alla porta della camera, erano tutti di schiena. Non ce n’era uno, uno solo, una sola di cui si vedesse il viso. Solo le spalle, il dorso, le anche, i glutei, gli incavi carnosi delle ginocchia, i polpacci, i talloni. E non un volto che fosse uno, là dentro, che guardasse.

Akim.
Dimmi.
Sono nei guai.
Anche tu?
Solo io.
Hai fatto saltare il garage?
Peggio.
La casa?
La Prof.
Hai fatto saltare la Prof?
Mi ha scambiato per te.
Che cosa?
Cioè, ti ha scambiato per me.

Stava aggrappato allo schienale della sedia, le gambe accavallate. Aveva la stessa faccia stupita che avevo intravisto prima sul volto di sua madre. Sembrava sincero.

Quando la Prof è rientrata in casa.
Sì.
E vi ha trovati nudi in salotto.
Sì?
Ha creduto di vedere me.
Che… cosa?
È andata così.

Si era alzato in piedi e aveva preso ad andare su e giù per la camera. Due passi avanti, due indietro, due avanti, due indietro, come se volesse scavare un solco nel pavimento, un solco ovale, tra la porta e la scrivania.
Dev’essere cieca, o scema, o completamente pazza, non lo so, eppure poco dopo che sei scappato ha chiamato mia madre, puoi immaginare per dirle cosa, e Dora l’ha capito subito e ti copre sai?, è furba quella ragazza, ti copre, ha detto che mi lasciava, capisci Akim?, ha detto che lasciava me, come fosse stata la mia ragazza, non la tua, a te non fa una rabbia bastarda tutto questo?, ma Akim non mi ascoltava più, era uscito dalla stanza.
E poi rientrò, col sacco a pelo, e confessò, mi disse che sapeva già tutto, che aveva sentito Dora, che avevano deciso assieme di tenere duro su quella versione, ma che non mi preoccupassi, che tutto si sarebbe sistemato, forse già l’indomani stesso, e io guardai di nuovo quelle spalle, quei dorsi, quei talloni e nessuno che si voltasse, maledizione, nessuno che avesse il coraggio di girarsi e finalmente, una volta, mi guardasse in viso.

E poi la mia vita subì uno scarto.
Una transizione di fase, un cambiamento di stato.
Quella notte. Dentro quei jeans, in quel sacco a pelo.
Il mattino era sereno, uno splendido giovedì di marzo con la brina e il cielo terso.
Andai a scuola in filobus con Akim, c’era matematica alla prima ora, e niente latino quel giorno, un attimo prima delle nove bussarono alla porta ed entrò un ausiliario coi baffi che disse, Mark Blanchard, e tutta le teste si girarono a guardarmi, ma io non mi alzai, aspettavo che aggiungesse, Akim Garcia, invece non aggiunse nulla, fece anzi un passo avanti e ripeté, a voce più alta stavolta, Mark Blanchard, e prese a guardare fisso verso di me, allora mi arresi, mi alzai e mi consegnai all’ausiliario, e passammo accanto all’insegnante di matematica che ci guardò come fossimo due struzzi, uscimmo dalla classe senza dire nulla e mi lasciai accompagnare dal preside.
Il preside mi comunicò che ero sospeso per almeno due settimane e che i miei genitori erano stati convocati per le nove e mezza di quella stessa mattina per un colloquio con lui e con la Professoressa di latino. Fui accompagnato in una stanza con luce obliqua e polverosa che puzzava di colla al silicone, lì mi attendeva una donna con i capelli a cespo di lattuga e il naso che pareva una spada e che disse di essere la psicologa e mi fece sedere su una sedia in legno che accogliendomi scricchiolò, e disse di rilassarmi e mi chiese se avessi avuto traumi o paure o inibizioni o esperienze di perdita o luttuose nella mia infanzia e poi fece un lungo discorso di fidanzatine e identità di genere, di pratiche rituali e rapporti sessuali, di peccati e di promiscuità, disse infine che non dovevo sentirmi minacciato ma anzi, era venuto il momento di chiedere aiuto, e sorridendo mi strinse la mano e mi congedò.
Il preside mi convocò l’indomani mattina, venerdì, per un secondo colloquio alla presenza della psicologa e, stavolta, anche di Dora.

Il giorno dopo era limpido e terso come il giorno prima e andai a scuola in macchina accompagnato dai miei e nella stessa stanza che puzzava di colla al silicone e con la stessa luce obliqua trovai Dora assieme alla psicologa, che ci fece sedere di fronte, io sulla stessa sedia in legno del giorno prima che accogliendomi scricchiolò ancora, Dora su uno sgabello in metallo, e parlò solo lei, la psicologa, di nevrosi, e scissione, e diniego, e del trauma che avevo causato alla mia ragazza perché sì, lei era consenziente ma avrebbe aspettato un altro po’, e mai comunque l’avrebbe fatto lì, nel salone, sul tappeto, men che meno con la faccia dentro nel vaso dei pesci rossi dove, risultava, ce l’avevo messa a forza io, sorta di gioco sadico e perverso.

L’indomani esplose il caso sui giornali, Incendiano l’appartamento per un gioco erotico, due ragazzi senza generalità avevano perso il controllo di uno spasso a tinte forti e chissà, forse urtando una candela, chissà, forse giocando ad accendersi che cosa, chissà, rapide le fiamme si erano estese a coperte, cuscini, tende, soggiorno, all’appartamento intero.
Più strabiliante ancora il giornale concorrente, Sesso di fuoco, titolava eloquente, fonti riservate e attendibili attribuivano l’incendio a una fantomatica corda di materiale plastico infiammabile con cui due ragazzi, senza generalità, si erano legati a turno. Una svista, una disattenzione e dal giochino innocente alla sirena dei pompieri il passo era stato breve.
Comparvero i titoli sulle edizioni on line dei giornali. Quel genere di notizia che non puoi non cliccare.
E c’era pure il video.

Scrissi al secondo giornale.
Una mail con il mio nome, quello di Dora, il mio indirizzo, il mio numero di telefono. Scrissi che le cose erano andate in maniera diversa da come dicevano loro ma che volendo, avrei potuto raccontargli tutto nei dettagli.
Mi chiamarono quasi subito.
Mi fecero delle domande. Dissero che avrebbero fatto delle verifiche. Che si sarebbero fatti vivi di nuovo, nel caso.
Un quarto d’ora dopo richiamarono. Mi fecero altre domande. Raccontai i dettagli, i particolari, le sfumature. Le sensazioni. Mi fermarono. Chiesero se ero disponibile per un’intervista. Per la TV, fuori campo e con la voce alterata, assicurarono. Dissi di sì. Concordammo un appuntamento per l’indomani mattina, domenica.
Più tardi chiamò anche l’altro giornale, con cui presi tempo e mi aggiornai, non senza fatica, al lunedì successivo. E una radio locale, che era disposta a mandare un ragazzo a casa mia quella sera stessa. Gli dissi di venire.

Si presentò un tipo magro e stempiato che pareva Paul Dirac. Aveva con sé un microfono e altri strumentini piccoli come i miei vecchi e inutili bricchetti. Lo feci entrare nel garage, chiusi il portone. Mi sedetti sugli pneumatici e gli raccontai tutto. Era entusiasta. Mi fece molte domande. Mi chiese se avevo una foto di Dora, dissi di no.
Guardò il tavolo, mi chiese cosa fossero quelle diavolerie.
Stupidi esperimenti di termodinamica, dissi.
Fece il nome di un’agenzia di stampa che poteva essere interessata alla mia voce, dissi di sì. Mi disse di un ghostwriter di una nota casa editrice, la storia c’era tutta, bastava che solo volessi.
Volevo.

23 pensieri su “Tracce di pneumatici (4/4)

  1. Pingback: Tracce di pneumatici (3/4) | Meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio

  2. Ok ma….no!
    Cioè a me è piaciuto nel complesso…però così resta troppo aperto…e se non c’è l’intenzione di proseguire, ci sarebbe stato ancora un pezzettino!
    Devo dire che dei vari capitoli, il primo era quello che ho trovato più immediato da leggere, scorrevole…e azzeccato. Ok che il protagonista è un ‘secchioncello’ da lui definito…ma l’uso di ‘stolida’ per un ragazzino della sua età, mi sembra un tantino eccessivo. O forse sono io che ci ho fatto particolarmente caso.

    Mi è piaciuta la ripetizione sul ‘cosa pensa di fare’ e sul ‘pensiero suicida’…Ma per dare maggiore forza a questo tipo di ripetizione -vedi come mi ripeto – l’avrei usata ancora una o due volte…
    🙂
    detto ciò, complimenti perché non è facile ideare una storia così 😀

    • Ottimi commenti. Sulla ripetizione, mi segno senz’altro il consiglio. Stolida, giusto… però lo dice sua madre, non lui. Sul finale, hai visto, anche ad altri non è piaciuto così aperto. A me piace invece che lasci qualche domanda. Che cosa è scattato nella mente di Mark, si è fatto manipolare o ha preso in mano lui la situazione?, è una povera vittima, uno sporco opportunista o uno che si tira fuori in maniera brillante da un’ingiustizia che sembrava soverchiarlo?, forse un po’ di tutto, a seconda di come la vede ciascuno di noi.
      Grazie 🙂

  3. Finalmente riesco a finire di leggere anche l’ultima parte! Che dire, ho trovato il finale troppo aperto (non ha senso chiedere un quinto capitolo vero?)… Però se questa è l’alternativa alla fine del primo capitolo è più che ottimo! Anche se ancora una volta hai lasciato un particolare aperto: che ne è stato dello pneumatico dopo che è stato abbandonato di notte? Immagino che gli siano passate varie idee per la “testa”: la più stupida era fuggirsene con un auto come ruotino di scorta, quella più triste era gettarsi su di un chiodo e farla finita! Scherzi a parte complimenti davvero!

    • Ottimi spunti e nuovi punti di vista, come sempre, dai commenti, e un grazie per averci dedicato del tempo.
      Sì, il finale è molto (troppo) aperto, ma forse mi piace così, sa di provocazione, di non concluso e non mi dispiace… ancora più aperte poi, come mi insegni tu, le strade per lo pneumatico!

  4. Nel complesso bello. La critica riguardante la differenza del primo capitolo con il resto ci sta’, ma ricordiamo che non avevi previsto un seguito a quell’episodio, giusto? Sul finale, io mi immagino che lui dai giornalisti venga incastrato ancora di piu’, ma e’ il prezzo che paghera’ perche’ diventera’ famoso. 🙂

    • Giustissimo, non avevo previsto un seguito e ho fatto una fatica non piccola, costretto a tenere un certo tono, un certo ritmo, un certo equilibrio, una certa prospettiva cui mi ero vincolato per un migliaio di parole, non certo per quattro puntate… al di là dei tantissimi difetti che ci sono, credo di aver vinto la scommessa, almeno con quanto speravo da me stesso (non speravo granché, come vedi… 😉 ).
      Grazie, a voi che leggendo avete dato un senso, e un ritorno, a tutto ciò.

  5. Wow finito! Mi è piaciuto molto!
    Bello il ritmo, interessante il personaggio di Mark, intelligente e ironico, si percepisce tanto il cambiamento quando si sveglia a casa di Akim, il momento in cui capisce tutto, riconosce davvero quei presunti amici per ciò che sono,, Bello il finale che lascia immaginare come andranno effettivamente le cose ma potrebbe accadere di tutto lo stesso, nella testa di chi lo legge. E poi lasciami dire che nella mia quel ghostwriter magari sei tu, dietro ad un nickname invece che dietro ad un falso autore, che hai accolto la storia di Mark e l’hai scritta sul blog 🙂
    Mi è piaciuta anche l’immagine dei poster senza volti, ho trovato lo sconforto e lo smarrimento e quel sentirsi tradito di Mark, lasciato da solo da amici bastardi.
    Bravo 🙂

    • Carissima grazie!!
      Il tuo commento è sottile, azzeccatissimo e mi fa assai piacere, dallo “scarto” di quella notte (uno scarto reale, vissuto, ho sentito proprio cambiare il ritmo di quello che scrivevo, e la personalità di Mark) al finale aperto, dall’accenno al ghostwriter alla metafora dei culturisti… che proprio questi messaggi siano passati, anche magari solo ad alcuni di quelli che leggono, è già una grande conquista 🙂

  6. Controcorrente, ma sincera o poco intenditrice.
    Secondo me è stata bello solo il primo capitolo,
    gli altri tre non sono alla tua altezza.
    Sai fare MOLTO meglio.
    Ma , ovviamente, è solo questione di gusti.
    Ciao, Laura

    • Come ormai sai (sapete) apprezzo TANTO anche i commenti “negativi”, anzi vi prego di massacrarmi più che potete! 1°, ci mancherebbe piacesse tutto a tutti, non ci credo io per primo!!! 2°, c’è sempre tanto tanto tanto da migliorare, commenti così aiutano a fiutare i punti di forza… e quelli di forza minore.
      Un racconto è per tutti, tutti hanno diritto alla propria opinione. Anzi, forse, meno intenditore sei, più il giudizio è genuino.
      Ti dico che potresti avere perfettamente ragione, che in un certo senso anch’io la penso così salvo, salvo, salvo…
      Ci mediterò 😉
      Cmq grazie!

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