3. ABC

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Smonto notte. Non so che ho fatto stamattina. So che alla riunione delle nove c’era qualcuno che si lamentava che al TG avevano messo sole, e invece c’era nuvolo, e vento. Ma non mi ricordo chi era. So che smontando notte sarei dispensato dalla riunione delle nove, ma continuo ad andarci. Per niente, peraltro, che non mi ricordo i casi, né chi c’era. So che ho mangiato qualcosa verso quella che per gli altri era ora di pranzo. Per me un’ora qualunque di sonno e capogiro. So che alle due del pomeriggio è spuntato il sole ma non ce la facevo più. Ho puntato la sveglia alle cinque, ho abbassato la saracinesca e sono crollato. Più o meno due minuti dopo quella è suonata. E faceva le cinque. la canaglia. No, le ho detto, io resto qui. Ti fotti. Dormo ancora. Finché lo voglio. Finché mi va.

Poi boh. Come se dovesse comunque vincere lei. La sveglia, dico. C’è che non mi riaddormento. Per il silenzio, non lo so. Spassky è fuori. Se ne sta fuori tutta la sera. Dove, non lo so. Certe cose me le dice. Altre no. Studia. E frequenta localini del centro. Così mi dice. Che ci vai a fare laggiù, le chiedo ogni tanto. Noccioline e buona musica, mi dice lei. Di più non mi è dato sapere. Valla a capire. Un giorno la seguirò.

Chi è più canaglia, Spassky o la sveglia. In fondo voglio bene a tutt’e due.

Mi torna in mente una frase di Gabbo. La notte ti smonta il cervello. A volte penso che abbia ragione.
Non vi ho parlato di Gabbo. Rimedierò presto. Dici e fai le cose più stupide, di notte, sostiene ancora Gabbo, le cose più folli, le cose più ingenue. C’è poi un’altra sparata tutta sua. Un delicato esercizio di erotismo e raffinatezza. Ecco cos’è la notte quand’è in vena.
Di Gabbo tocca che vi parli presto.

Voglio bene alla sveglia come ai corn flakes. Ai biscotti nel latte, all’odore del caffè. Tutte cose che non diresti mai, ma quando non le hai più, lontano da casa, è come se…

La cosa più strana stasera è accendere il computer. C’è il pezzo che mi aspetta, questo qui. Entro stasera. Mai mi sarebbe saltato in mente di accendere un computer in questo stato di dormiveglia penoso. Non capisci, non ci sei. Un cerchio agli occhi, del piombo in testa. Fame a buco nero.

Vi racconto questa.
Stamattina, appena stimbrato. Dai donatori di sangue.
Una porta. Davanti, tre cartelli rossi cubitali sopra tre diversi sportelli, con su scritto: A, B, C. E accanto un cartello: presentarsi prima allo sportello A, poi al B infine al C. A prova di imbranato.
Non noto niente di tutto ciò naturalmente e mi fiondo soave all’unico sportello libero. Il C.
Scusi, fa una voce.
Metto a fuoco. Dietro al vetro c’è un ometto calvo con un pizzetto dipinto di viola.
Ha letto?, mi dice.
Hm?
A-B-C.
Faccio mezzo passo indietro, studio bene la stanza, le scritte, gli sportelli.
Ah.
Ce l’ha proprio viola, penso.

Mi accodo ai sette o otto che sono in fila allo sportello A. Evito con cura gli sguardi. Sapete com’è.
In piedi barcollo. Lo sguardo fluttua assonnato sulle macchie scure del marmo del pavimento. Marmo sabbiato. Macchiette irregolari, frastagliate, discromiche, proprio brutte, sospette. Le farei vedere da un dermatologo, penso.

Buongiorno, fa una donna, prego, mi dia, metta qui, ha già donato? ha la residenza qui? ha il questionario? ha avuto rapporti sessuali di recente? con partner sconosciuti? ha risieduto all’estero? è stato in Sudamerica? e in Gran Bretagna? ha l’epatite C? e la B? ha il tesserino? e il numero?
Aiuto!
Bene, ora allo sportello B.

Faccio la fila.
Consegno carte.
Bene, ora di là, emoglobina, colloquio, donazione.
Grazie.
Mi raccomando poi.
Eh?
Prima di uscire.
Sì.
Sportello C.
Grazie, penso.

Emoglobina. Colloquio. Dono.
Tutto a posto.

Mi gira la testa.
Mi alzo ugualmente.
Si stenda!
Scusi.
Come fa a notare?, penso.

Mi rialzo.
Si stenda!
Ma sto bene!
Con quella faccia?
Perché, che faccia avrei.
Si guardi, e dal carrello dei farmaci prende uno specchietto.
Lascio perdere. Ho solo sonno, dico. Smonto notte.
Ah, sei un collega?
Più o meno. Ora posso andare?
Stai in piedi?
Forse.

Esco.

Ehi!, lei.
Mi volto.
Sì?
Dove vai?
A casa!
Lo sportello C.
Ah, giusto. Lo sportello C.

Rieccola, mi dice il pizzetto viola. Con tutta la gente che vede speravo non si ricordasse.
Sì, dico.
Ha fatto?
Sì.
Tesserino?
Sì.
Prego.
Ehm… era qui, in tasca. Prima.
Me lo dia.
Non c’è.
Mi serve il tesserino.
Non c’è.
Deve trovarlo.
Scusi. Non lo trovo.
Ma mi serve.
Non lo trovo!
Va bene va bene non se la prenda facciamo senza.
Ecco. Grazie.

Stavo per cliccare invia, finalmente, quando è squillato il telefono. Quello di casa. Un attimo fa. Una voce, sconosciuta ovviamente, ha fatto il nome di Spassky. Mi ha chiesto se abita con me. Ho detto di sì. Mi ha chiesto se potevo venire subito lì perché c’erano casini. Casini? Casini, ha ripetuto, molto calmo. Lì dove? Mi ha spiegato dove. E hanno iniziato a girarmi le palle.
E nonostante il giramento di palle ho chiesto se Spassky stava bene, Lei sì, mi ha detto, ma è meglio che corri ugualmente, ha aggiunto dopo un momento.
Ho buttato giù la cornetta e poi gli avanzi scuri e freddi e sporchi del caffè delle cinque, aggiornato queste righe a pochi istanti fa e adesso clicco invia e l’articolo arriva in redazione e non ci penso più e vado a vedere che succede.

9 pensieri su “3. ABC

  1. Diverto a leggerti e a seguire il vorticoso giro dei pensieri, e non è facile. La sveglia, quella sì, è una canaglia. Suona sempre quando non dovrebbe ed è implacabile.
    L’articolo spedito era ABC oppure mi sono perso nei meandri dei tuoi pensieri?

  2. E mi catturi anche questa volta!
    Monti e smonti come ti pare e ti fai seguire. BENE! MOLTO BENE.
    Questo è ciò che penso io: Spassky non sarebbe d’accordo, o forse sì, forse ha solo il suo modo diverso di guardare la “cosa”. Forse è per via di tutte quelle noccioline… 😉

  3. Forse è Spassky che si sente un pochino sola e vorrebbe la tua compagnia, anche se non ti dice mai tutto tutto, anche se ti racconta parte di quello che fa. Secondo me, un giorno glielo devi chiedere tu di andare con lei, sai come sarebbe contenta?

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