4. Un’interpretazione del mondo

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Erano mesi che non constatavo un decesso.
Quando non ti accade per un po’, finisci col non pensarci più. Ti dimentichi quanto spesso succede. In un reparto come il mio, poi.
Di giorno non sei mai solo. Puoi constatare tu, può farlo il medico di guardia. Può farlo un qualsiasi altro collega. C’è la confusione del mattino, appena fuori dalla porta. Le voci, un carrello che passa al piano di sopra, un tosaerba che ronza in giardino. Soprattutto, c’è sempre la luce.
Di notte no. Di notte sei solo, tocca sempre a te. Di notte i carrelli non corrono, i tosaerba tacciono, e dalle finestre arriva soltanto il brusio lontano degli impianti di riscaldamento, d’estate forse quel poco di cicale, e nient’altro. Di notte è buio, come se nel buio il mondo fosse fermo a guardare. Ad aspettare chissà cosa.

Stanza infermieri, è appena passata l’una di notte.
Suona il campanello in fondo al corridoio.
Dev’essere finita la pompa della chemio di Piccoli, dice Monica a bassa voce. E va.
Rientra poco dopo. Ci guarda. È morto il signor Carlo, dice. La voce è un tremolio, più bassa ancora di prima. Come se dubitasse di quello che ha appena detto.
La guardiamo. Ci guardiamo.
Ha negli occhi un’espressione che non riesce a trasformarsi in parole.
Carlo era sì in condizioni critiche, ma non ce l’aspettavamo così presto.

C’è la moglie accanto. Una signora anziana che guarda ora il marito, ora me, ora il pavimento. Cammina su e giù. Il buio che entra dalla finestra fa le sue mani ancora più bianche.
Le chiediamo di uscire, da prassi, soltanto un attimo.
Lei acconsente. Ci sorride cacciando indietro il magone. Esce.

Non è tanto appoggiare lo stetoscopio sul petto ancora caldo di una persona che fino a un attimo prima viveva. Non è tanto cercargli il polso, e non sentirlo. Non è neppure dovergli sfiorare la cornea, le cornee con la punta del lenzuolo, vedere che non reagiscono. Illuminargli le pupille con una luce, e vedere che allo stesso modo, non reagiscono.
È piuttosto, mentre fai queste cose, pensare a quell’uomo. A una vita nata molto prima della tua che in quel momento, definitivamente, si conclude. Il traguardo. La parola fine. La fine di tutto.
Quest’uomo che ho davanti e che non sente, non reagisce. È qui, ma non c’è più.
Puntuale e feroce mi torna in mente una frase, trovata tempo fa su chissà quale libro, ciascun essere vivente è una nuova interpretazione del mondo.

Resto in silenzio accanto a un’interpretazione del mondo che non c’è più.

15 pensieri su “4. Un’interpretazione del mondo

  1. Hai descritto con semplicità un qualcosa che è naturale ma in effetti non riusciamo a capirlo. La morte arriva sempre ma tutte le volte fa un effetto come se fosse la prima volta. E non riusciamo a farcene una ragione.

    • Tutte le volte fa un effetto come se fosse la prima volta, dici benissimo. Che poi è come dire che in fondo, anche se un minimo ti difendi, non ci fai mai il callo, non ti abitui mai. È sempre misterioso e incomprensibile come la prima volta.

  2. Stupendo, intenso e commovente.
    Hai descritto così bene quello che accade che mi hai fatto tornare il magone per tutte quelle (poche) volte che mi è capitato.
    Se posso aggiungere un’esperienza forse solo mia, in certi reparti capita di sentire, entrando nella camera, sotto tutte le emozioni tue, dei colleghi e dei parenti, un leggerissimo sorriso di sollievo. Come se tutto fosse accaduto con pacatezza, secondo natura. Una sensazione che non potrei mai dimenticare e che in qualche modo sembra rimanere come un ringraziamento per tutti quelli che sono rimasti accanto al “signor Carlo” fino alla fine.

    • Vero, se ci penso. Specie di notte (o forse è solo suggestione mia, chissà). E specie dopo certi distacchi, lunghi, faticosi, dolorosi, che diventano perfino a un certo punto sospirati, desiderati. Secondo natura.
      Grazie 🙂

  3. Siamo unici, hai ragione: un’interpretazione del mondo che non c’è più.
    E fa pensare, a quanto siamo piccoli, insignificanti ma a quanto possiamo fare.

    L’anima dura il tempo che ci attraversa
    la morte è l’ultimo soffio
    la fine dell’aria
    un attimo.
    E’ finire di morire che a volte è interminabile.

    Grazie di questo post, della sensibilità, del tuo sussurro rispettoso.

  4. Mi piace la sensibilità che esce da questo post. I medici, gran parte di loro, di solito si abituano in fretta ai decessi. “E’ una questione di difesa, devi farci il callo se vuoi andare avanti” dicono. Per fortuna non è così per tutti. la tua riflessione ne è prova: “Resto in silenzio accanto a un’interpretazione del mondo che non c’è più.”

    • L’ho sentita anch’io quella frase.
      Un minimo devi. Sennò ti spazza via, sennò finisci tu con gli incubi la notte o i pensieri strani o la vita che scricchiola. Però il callo no. Quello ti assicuro che no.
      Grazie del commento 🙂

  5. Chissà perché non si prova ad attaccare le persone al muro, magari anche non fisicamente, magari anche solo con delle parole, per capire se sono vive o meno?
    Tipo dire al signor Carlo anche solo un quarto di quello che c’è scritto qua e vederne la reazione.

    Comunque queste cose forse a me non competono. E quindi dico solo una cosa: sticazzi (in senso non romano del termine ovviamente).

    • Vivere in fondo non è soltanto sentire, percepire: è anche il battito d’ali della farfalla, essere in grado di causare qualcosa nel mondo.
      È vero, il signor Carlo non sente, non percepisce nulla più: ma li vedi tutti questi battiti d’ali. E quindi… completa tu 🙂

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