6. Sono nei casini

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“Sono nei casini,” mi dice Spassky.
Le rubo una fetta di crostata da sotto gli occhi e la lascio parlare.
“Casini grossi.”
“Ti pare che se non fosse roba grossa me ne avresti parlato,” dico.
“In effetti anche il tipo in questione era piuttosto grosso.”
Smetto di masticare. Non mi piace mai quando tira in mezzo tipi.
“Cos’hai combinato stavolta.”
“Mah.” Si taglia una fetta di crostata. “In sostanza, nulla.”
“E tutto questo discorso per nulla.”
Si ferma appena prima di addentare.
“Ho rotto un violino.”
La guardo.
“Scusa?”
“Un Gustave Villaume del 1932.”
“Un che?”
“Gustave Villaume.”
“Ah, Gustave Villeume! Come ho fatto a non…”
Mi mostra la lingua. Poi morsica la crostata.

Vengo così a conoscere la dinamica dei fatti. La famosa sera in cui mi arriva quella telefonata, abita con te una certa Spassky?, proprio mentre sto scrivendo il pezzo per qui, il terzo pezzo se ricordo bene, sì, lei sta bene, ma è meglio che corri ugualmente.
E corro in macchina fin là per trovarla fuori da un locale con un nome che è meglio non vi dica, e cosa ci fai qui, che ti è successo? andiamocene ti spiegherò.
Vengo a sapere tutto stasera.
Non ha soltanto rotto un violino. L’ha rotto in testa a una persona.

“No, scusa. Che cosa avresti fatto?”
“Cazzo, mi guardava.”
“Ah, ti guardava.”
“Mi guardava in un modo che non mi piaceva.”
“Ah certo, adesso uno ti guarda in un modo che non ti piace e tu…”
“Dovresti essere contento. Di più, orgoglioso della tua fedele Spassky.”
Fedele Spassky, ma sentila.”
“Sentilo lui. Preferivi ci andassi a letto?”
Grugno.

“È rimasto lì per un attimo come se non fosse successo niente. Che per un momento ho pensato, adesso mi crolla per terra, adesso vedi che l’ho ammazzato, che sono nella merda. Poi invece…”
“Poi?”
“È partito alla carica.”
“Meno male.”
“Cioè?”
“Dico, meno male che non è morto.”
“Giusto. Però stava per menarmi.”
“Sai, quel po’ lo capisco anche.”
“Hanno dovuto fermarlo in quattro. Era piuttosto grosso, te l’ho detto?”
“Me l’hai detto. E poi?”
“Non lo so. Lui che lo tengono in quattro e io che gli tengo testa.”
“Ma dai,” scoppio a ridere, “tu che gli tieni testa.”
“Sì, io. Perché?”
“Un armadio che ti insegue per menarti e tu che gli tieni testa. Che finti di sinistro e lo mandi ko col destro, ti ci vedo tutta.”
“Ok. Lui che lo tengono in quattro e io che scappo.”
“Suona già di più.”

“Ancora una fetta?”, dice.
Scuoto la testa.
“Vuole i soldi,” dice, tagliandosene un’altra.
“Mi pare il minimo.”
“Infatti non gli basta.”
“Vuole un violino nuovo?”
“Macché. Mi querela.”
Ti querela?
“Lesioni personali.”
“Ma dai.”
“Dieci giorni di prognosi.”
“Deficiente.”
“Chi, io o lui?”

Mi spiazza sempre.

37 pensieri su “6. Sono nei casini

  1. A me è piaciuta tanto anche la crostata.
    Robe che vedo le bricioline che cadono sul tavolo mentre lei addenta.
    Albicocca, ciliege o cioccolato?
    Ah la pastafrolla!
    Non è che per caso ne è avanzata una fetta?

  2. Perdonami, è che Spassky mi piace solo se è finta, se non esiste.
    Se fosse vera, le darei l’aspetto di Marla Singer e se fosse vera mi farebbe paura.
    Oppure avrebbe l’aspetto di Milla Jovovich, che mi piace molto, da invidia.

    • Sto compulsando google immagini oscilando tra Marla Singer e Milla Jovovich (e la Spassky vera che passa ogni tanto oltre la porta).
      La Spassky vera???
      La soluzione (la risposta, il disclaimer) è un poco più su, cliccando sulla categoria “L’oncologo dai calzini spaiati”. Se fosse ancora troppo criptico, no problem a un outing più esplicito. Anche qui.
      😉
      Grazie, al solito

        • Nulla da perdonare, figuriamoci 🙂 Dicevo in una pagina là sopra che questa – certo ispirata a qualcosa – è comunque fiction. Qualsiasi cosa accada alla voce narrante, a Spassky, alle persone, non sta accadendo a me. Era solo questo 😉

          • Lo racconti come se accadesse a te. Del violino avrei potuto dubitare, perché era troppo Marla, ma di molto altro no. Con il tempo la tua scrittura è notevolmente migliorata. La domanda del giorno è: sei veramente daltonico? Il che spiegherebbe il layout.

            • Mi arrendo, senza se e senza ma. Non sono daltonico. Il che ti fa immaginare quanto la situazione sia ben peggiore. Tipo, non sai come mi vesto. Non sai che topiche. Il guaio è che non noto. Non colgo. Non capisco. Zero su zero. C’è solo una soluzione. Ti dò la password del sito e ci pensi tu. È l’unica.

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