7. Senza quasi, dottore

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Funziona che in ambulatorio abbiamo il computer, e dal computer accedi alle cartelle dei pazienti, e di alcune persone che vengono ogni settimana a fare la terapia trovi in memoria sul computer le visite della settimana precedente, e a te tocca aggiornarle volta per volta, con le novità di quegli ultimi sette giorni.

Due del pomeriggio.
La prima visita dopo la pausa pranzo. Una cartella gialla. Signora del 1932.
Entra con una stampella che tiene sollevata con l’orgoglio del bastone di un lord. Si siede, apre la borsetta, tira fuori la lettera della volta prima, gli occhiali. Spiega quella, inforca quelli.
Mi guarda.
“Dottore, dunque. Mi dica.”

Ha un tumore della mammella metastatico con cui convive da una decina d’anni. Quelle malattie poco aggressive che, detta fuor di metafora, ti accompagnano e non ti uccidono, specie se capitano un po’ avanti nell’età.
Leggo dalla visita precedente.
“Buone condizioni generali. Vita attiva. Persistono invariati i dolori in regione lombare destra che si presentano generalmente alcuni giorni dopo la somministrazione della terapia e che si autorisolvono. Assume saltuariamente paracetamolo, con beneficio. Appetito buono, peso stabile, alvo e diuresi nella norma. Non vampate di calore. Non tosse, non dispnea. Non febbre. Non sintomi neurologici. Non disturbi dentari. Fuma 1 sigaretta/die.
Conclusioni.
Si consiglia:
– di smettere di fumare
– paracetamolo al bisogno per i dolori.”

Guardo la signora che mi guarda attenta da dietro gli occhiali e mi faccio sfuggire un mezzo sorriso.

Ora. Ottant’anni passati. Anni di terapie oncologiche che tutto sommato tollera bene e tengono a bada la malattia. Fuma una sigaretta al giorno. (Chissà da quanto). E noi le diciamo si consiglia di smettere di fumare.

La visita è semplice. Sta benino.

Alla penultima riga alzo gli occhi.
Lo lascio? Lo tolgo?
“Signora.”
“Dottore, mi dica,” fa tutta impettita. Si toglie gli occhiali.
“Ho visto che la volta scorsa la collega le ha consigliato di…”
Se li rimette. E prende la lettera, “Dove? Dove?”
“Di smettere di fumare.”
Fa una specie di balzo all’indietro sulla sedia, nonostante gli ottantadue, e si mette a ridere.
“Dottore, sapesse” mi dice.
Stavolta sono io che le dico “mi dica.”
“Sapesse dottore, saranno sessant’anni,” mi dice, sottovoce. “Almeno sessant’anni. Sa dove ho cominciato, dottore, in Svizzera. Lavoravo in cucina, di servizio. Al piano di sotto c’erano dei francesi, e portavano le sigarette… sa, quelle…”
“Quelle?”
“Quelle di contrabbando! E io le mettevo via e le portavo a casa, in Italia, che quella volta erano cose nuove, le sigarette, da noi… e poi in paese le dividevo con altra gente… so che non dovrei, dottore, ma sa perché fumo, perché mi torna in mente quando ero ragazzina, quando ero giovane ancora più di lei, mia madre che leggeva quei libri con le copertine di cuoio e le pagine strappate sui bordi, e le prugne che metteva a prendere sole davanti casa, e mio padre che gli portavano i cavalli da ferrare in giardino, e io nascosta in soffitta a fumare… Ne fumo una, due al giorno… a volte una e mezza… mi viene la malinconia e quella mezza la spengo a metà, e la butto via, ma poi mi resta quel sapore e anche se ho i dolori e questa malattia, mi sembra di essere quasi felice dottore.”
E poi si toglie gli occhiali e piega la lettera, la mette in borsa, punta il bastone e si alza in piedi e quando è in piedi mi dice “no no, sono proprio felice, senza quasi, dottore.”

10 pensieri su “7. Senza quasi, dottore

  1. Che senso ha togliere all’ottantenne il gusto del proibito. Di fumare una sigaretta.
    Si vede chiaramente che aspetta senza trepidazione di concludere la propria vita. Ecco il segreto della felicità. E’ serena.

    • Senti spesso chiedere, qual è il bene più importante, si tende a rispondere, la salute, e io che sono un rompiballe e mi faccio le domande sceme ho pensato, e se fosse invece la serenità? Conosco gente in perfetta salute tutta incazzata col prossimo, con sé stessa, col mondo, insoddisfatta, senza voglia né gusto di vivere. Per morire malato ma sereno firmerei.

      • Tutti dobbiamo morire e questo è una certezza. Morire sereni, credo sia l’aspirazione di tutti, ma c’è modo e modo. Penso che l’essere sereni davanti alla morte sia essere consapevoli del proiprio stato.

  2. Toccante….mi hai fatto tornare in mente una frase di mio padre, quando lo sgridai perché continuava a fumare nonostante la gravità della sua malattia. Mi guardò e mi disse: se smetto adesso guadagno giusto una settimana di vita. Non gli dissi più niente.

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