9. Grazie

(AP Photo/dpa, Karl-Josef Hildenbrand)

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Sarà perché è notte, e si sente tutto. A me sembra di no. Ascolta anche tu. Respira peggio di prima.

Parla sottovoce. D’accordo. Prima entravo, e si sentiva soltanto il rumore della pioggia. Adesso non piove più, e senti solo quel fastidioso gorgogliare dei polmoni. Si sente anche da qui. Lui è sveglio. Vuole che gli spenga la luce. Non chiede nient’altro. E gliel’ho spenta. Ci sente? Ci sente. E risponde a tono. Senti come respira. Ha capito tutto. Provo a parlargli? Ti risponde. Ma non vuole nulla. Chiede qualcosa? Non chiede nulla. Chiede di qualcuno? Di nessuno. Guarda, cerca di tirarsi su. Lo fa ogni momento. Prima l’ho aiutato. Grazie, mi ha detto. E ha ripreso a respirare. In quel modo. Come se si aggrappasse ai respiri. Ha i polmoni pieni d’acqua, non ce la fa piùForza, morfina e diuretico. Respirerà un po’ meglio. Per quanto? Non importa per quanto.

 

Quant’è passato? Venti minuti ormai. Non sta per niente meglio. Anzi. Non capisco più quello che dice. Però ci guarda. Ci guarda. Mi fa quasi paura sostenere quello sguardo. Sai cosa penso? Lui ha capito tutto. Ci guarda, e sa. Ha lo sguardo di un uomo che sa. È questo che mi fa paura. Sa e non dice nulla. Aspetta. Con tutto il coraggio. Lo vedi, non ha paura. Lui che muore, e non ha paura. Io invece. Lui è un uomo, io ho ancora molta strada. Mi par di sentirlo dire, provaci, vienimi a prendere. Fatti sotto tu per prima. Ti assicuro che sono in pochi a morire così. Ancora della morfina? Sì.

 

Com’è ora. Come prima. Forse peggio. Quant’è passato? Dieci minuti. Ancora diuretico? Proviamogli la pressione. Vado io.

 

Bassa. Niente diuretico. Dell’altra morfina? Proviamo. Forza, dai che questa ti aiuta. Pensa. Che cosa? Lui è lì che soffoca, e io gli prendo la pressione. Sì. A cosa ci serve la sua pressione. A nulla. Che senso ha allora tutto questo? Il senso delle cose… tu lascialo a chi ne sa più di noi, ai saggi, ai filosofi. A quelli intelligenti. Noi siamo solo… non lo so cosa siamo. Piccole persone. Che guardano in silenzio i respiri più difficili di una vita.

 

Lo senti? Si lamenta. Ma non vuole nulla. Non capisco cosa dice. Sai cosa penso a volte? Non devo confondere la pena di stare qui accanto a te, mentre lo vedo morire, e la sua. Filosofa sei tu ora, altro che i saggi. Guardalo. Non ha voglia di arrendersi. Va incontro alla morte sulle sue gambe. Con le sue forze. Vuole cadere in piedi. È più forte lui. È questo che vuole dirci. È questo il senso della sua vita. Lo credi veramente? Trovarsi in punto di morte e dire, vieni a prendermi, se hai il coraggio. Io non mi muovo di un passo. Si è tolto gli occhialini dell’ossigeno. Da un pezzo ormai. Prima gli parlavo, Devi tenerli gli occhialini gli dicevo, devi tenerli. Va bene, diceva lui, e annuiva, e poi, spenga la luce per favore. E io gli spegnevo la luce, e lui riprendeva a rantolare.

 

Vorrei un giorno saper morire così. Sai, stanotte a un certo punto gli misuravo la pressione. Aveva gli occhi chiusi. Dormiva. Facevo piano. Alla fine però non riuscivo a togliergli il bracciale. Ho tirato, giusto quel po’. E lui ha mosso il braccio. L’ha tirato indietro. Capisci, per aiutarmi. A togliere il bracciale. E poi si è girato dalla mia parte, e guardandomi in viso ha fatto come un sorriso, ha preso fiato e mi ha detto, sottovoce, grazie.

 

14 pensieri su “9. Grazie

    • Tanti parenti ti ammirano perché “voi che vedete sempre queste cose, come fate”, tu invece ammiri loro per la forza che hanno di fronte al distacco da uno dei loro affetti più cari.

    • Che infatti in quei momenti non importa quanto sei vecchio o quanto sei malato, è quella mano che fa la differenza. Certe volte ti senti piccolo piccolo davanti a certe cose, dietro a un camice bianco, voglio dire, che ti distacca fin troppo, più di quello che vorresti.

      • Ho desiderato molto il camice bianco, ci ho anche seriamente provato ma ero ormai vecchia e c’è un momento nella vita per tutto e quello non era più il mio, senza rimpianto. Chissà poi se ne avrei retto lo stress emotivo. Credo che il distacco per voi sia strettamente necessario, soprattutto per chi come te ha una forte sensibilità- Notte.

        • Che poi anch’io ho desiderato (molto) altre professioni, e tuttora ancora molto spesso mi chiedo, che ci faccio qui, che sarei nato per fare altro. Invece.
          Ma non ci faccio troppa retorica, è un mestiere, come tanti, siamo uomini e donne come tutti.
          La sensibilità è una brutta gatta da pelare in effetti. Dallo stress emotivo DEVI difenderti (sennò è finita), ed è una continua ricerca del come.

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