11. Perifrasi

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“Nabokov era proprio un coglione.”
Spassky è una che quando ha qualcosa di importante da dirmi la prende sempre alla lontana.
“Mi son fatta fottere da un volumetto dell’Adelphi,” dice. “E mi scoccia parecchio.”
Frasi che in apparenza non significano nulla.
“Adelphi, tu ti fideresti di Adelphi?”
E poi ci ricama sopra.
“E di Nabokov? Ti fideresti di Nabokov?”
E punto croce dopo punto croce arriva sempre dove vuole lei.
“Un fottuto seminatore di avverbi, e di aggettivi, troppi, e ancora di avverbi.”
Ribattere non serve.
“Tutti uguali voi uomini.”
Ecco.
“Promettete tanto, e poi.”
Provo garbatamente a dire qualcosa.
“E io ne ho abbastanza di avverbi, e aggettivi, e belle parole, e colori rosa e arancio e promesse. E sviolinate.”
Neanche avesse colto il garbatamente.
“I patti son patti, no? Le promesse promesse.”
Provo ad aprir bocca. “Avevi stretto un patto con Nabokov?” dico.
Mi ignora, ovvio. “A un certo punto invece…” dice.
Deve studiarseli in anticipo i discorsi. Costruirseli al contrario.
“A un certo punto non ne puoi più.”
A ritroso. Non ho altre spiegazioni plausibili.
“E spacchi un violino in testa. Normale.”
“Normale,” dico.
“Sì, perché?”
“Non è stata una bella idea,” dico.
“Quel tizio infatti sta male,” dice.
“Male?”
“Ricoverato.”
“Ricoverato?”
“Mi dicono.”
Gabbo ricoverato.
“Ha tipo un ematoma subqualcosa.”
“Un ematoma subaracnoideo?”
“Ecco. Quella cosa lì.”
“Cazzo,” dico.
“È grave?” mi chiede.
È il primo lampo di umanità che si lascia sfuggire. C’è quasi un po’ di paura nello sguardo. Tanto che avrei voglia di dirle, sì, è gravissimo. Anzi peggio, morirà, e sarà tutta colpa tua, e adesso?
Invece dico solo “be’…”. E neanche poi troppo convinto.

Gabbo però, in effetti, son due giorni che non è al lavoro.

Esco con una scusa.
Rifletto.
Dunque.
Spassky, che io sappia, non sa. Non sa chi è Gabbo. Non sa che lavoro con lui.
E neppure Gabbo sa. Non mi ha mai visto in giro con Spassky.
O non dovrebbe.
Questi hanno avuto una storia.
Questi forse hanno ancora una storia. Torbida e burrascosa tanto da prendersi a violinate in testa. Ma ce l’hanno.
Che faccio. Scenata?
A chi. A Spassky? A quell’altro?
A entrambi?
Quando.
Ora? Chiamo Gabbo?
O sto zitto.
Penso che potrei chiamare Gabbo.
E se è ricoverato?
Così gli chiedo.
E magari gli faccio anche la scenata.
O mezza scenata.
Se non sta male.
Vediamo.
Lo chiamo adesso.

13 pensieri su “11. Perifrasi

  1. Gabbo c’è riuscito. A forza di violini sul cranio, ce l’ha fatta.
    Certo che i tuoi dubbi sono più che legittimi. Però se a parlare si passa per scemi, è meglio tacere e uscire, così si evita dispute inutili su Nabokov

  2. Secondo me potresti garbatamente provare a sentire Gabbo: quando uno sta male si attiva quel processo incoerente per cui le persone che ti piacciono hai piacere a sentirle e quelle che non sopporti le scansi.
    Stasera è la notte dei morti: può essere che risorga. Capace che sia a casa con il suo bel costume spaventoso e solo in attesa che qualcuno lo porti fuori.

    • Ci vedi giusto, io però lo chiamerei “quel processo coerente“, una specie di licenza di essere finalmente quel che sei.
      Garbatamente, dici.
      Hmm.
      Sottovoce per favore, che tira una certa aria…

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