12. All’assalto di Gergovia

uomo

“Scusa l’ora.”
“Che c’è.”
“Non ci sei da due giorni.”
“Mbè?”
“Sei ricoverato?”
Sbuffa.
“Chi ha messo in giro questa cosa?”, dice. Non parla, sembra che mi voglia dire qualcosa. “Tu la devi finire di credere a ogni puttanata che dicono,” dice invece.
“Va bene,” dico, poco convinto. “Però sento rumori.”
“Che rumori senti.”
“Rumori di ospedale.”
“Appunto, sarai in ospedale.”
“Sono a casa.”
Non parla per un po’.
“Allora significa che ti sogni anche a casa i rumori di ospedale,” dice. “Significa che sei allucinato.”
Do un’occhiata alla porta della camera, che sia chiusa.
“Gabbo,” dico poi. “Tutto bene?”
Mi siedo sui ghirigori scuri del copriletto.
“Questo lo chiedo io a te, tutto bene? Che cos’hai stasera?”

Di colpo penso: non lo sa. Non gliel’hanno detto.
Ma non è possibile. Gabbo sa chi è il radiologo che referta. È capace di telefonargli e chiedergli, allora che c’ho?

Oppure sono i sintomi. È talmente grave che delira.
Si sente un fruscio, come se avesse coperto il microfono con un mano.
“Gabbo,” dico, e all’improvviso la porta si apre con un fracasso e una violenza da farmi saltare in piedi, “Neanche l’ariete di Petronio all’assalto di Gergovia!”, sbotto, più per lo spavento che per altro, “con chi sei al telefono?”, ribatte, ecco, ci mancava anche Spassky, “ma dico, le apri a ginocchiate le porte?”
“Come dici?”, dice Gabbo.
“No, niente, io…”
“Chi è?” E intanto avanza, lenta, dall’altra parte del letto.
Indietreggio di un passo.
“Pss, sono al telefono,”, dico sottovoce. Gesticolo come un imbecille. Le faccio anche un cauto ma eloquente segno di uscire.
“Lo so che sei al telefono,” dice Gabbo.
Lo vedo che sei al telefono,” dice Spassky. E continua ad avanzare.
“Vedi che deliri?”, dice Gabbo.
Indietreggio ancora. Ma c’è il muro. E Spassky ha ormai le mani sul bordo opposto del lettone.
“La finite voi due?” dico.
“Con chi stai parlando?”, dice Spassky.
“Ma con chi cazzo stai parlando?”, dice Gabbo.
Guardo Spassky, le mani i polsi le braccia, la piega del copriletto, la piega del gomito.
“Per cortesia, mi lasci un attimo solo?” le chiedo.
“Ehi amore,” dice Gabbo, “hai casini, mi sa che è meglio che ti saluti. Però sì, un giorno ti dirò una cosa.”
Di colpo Spassky attacca.
Balza sul letto con agilità scimmiesca e in due salti mi è addosso. Cerca di prendermi il cellulare, mi tira giù. Lascio fare, tanto ho chiuso. Forse. Le arriva una gomitata fra i denti, a me una manata sul naso.

Segue breve colluttazione. Ed essendo che siamo in fondo fino a prova contraria ancora ragazzo e ragazza succede che alle maniere forti si passa in un attimo e i vestiti allora son d’impiccio.
“Ho l’acqua della pasta sul gas,” dice, quando è tutto finito. E cerca di sgusciarmi via. “Lasciami andare. Ehi, che fai con quel dito in bocca? Come mi guardi? Che cos’hai?”

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