14. Comprendere, tradurre

Elliott-Erwitt-boy1

Il fratello grande di Spassky aveva un’idea tutta sua sui tramonti.
Amava le passeggiate in montagna. Ma invece che al mattino presto, come tutti quelli che amano le passeggiate in montagna, usciva di pomeriggio. Il sabato e la domenica pomeriggio. D’estate come d’inverno. Soprattutto d’inverno. Incurante del brutto tempo, della neve sul sentiero, degli sguardi stanchi e un po’ sorpresi di chi lo incrociava in senso contrario.
Passa la notte al rifugio?
Salgo a vedere il tramonto.

Il tramonto.
Oggi sono salito al tredicesimo piano di un piccolo edificio di un piccolo capoluogo di provincia. Ho preso posto in una fila tranquilla. Accanto a una finestra molto larga che dava su un tramonto. Il sole doveva essere appena sparito. Questione di minuti e avrebbe fatto buio.
E quindi con grande sorpresa, e con un pizzico di senso del ridicolo, guardavo una donna, seduta due file avanti a me che si era girata e mi chiedeva gesticolando con le mani e con gli occhi, puoi abbassare la tapparella?
Ho fatto finta di non capire. Aveva un’aria strana, svampita. Ho pensato, questa smette se non la considero. Macché. Quella insisteva, invece.
Gliel’ho data vinta e ho abbassato la tapparella. Con una certa teatralità. Che gli altri vedessero, che lo facevo soltanto perché quella voleva così. Cosa diavolo poteva darle fastidio, della luce.

Hanno introdotto il tema del congresso. Hanno raccomandato ai relatori di restare nei tempi. Poi il moderatore si è alzato in piedi. Ha chiesto attenzione. E con una certa enfasi ha invitato sul palco l’ospite più quotato del pomeriggio, la nuova Responsabile per l’Europa del Sud del neocostituito Intergruppo Europeo Sarcomi, venuta apposta per noi da Bordeaux.
Si è alzata la signora che mi aveva chiesto di abbassare la tapparella.
È stata a lungo applaudita.

L’idea sui tramonti tutta strana del fratello di Spassky era grossomodo questa: tramonto come metafora di rivincita. La gazzella che osserva il lento dissanguarsi del leone. Il giallo dell’uovo succhiato da un’affamata, ancora invisibile oscurità. L’uomo che ha la meglio sul proprio destino. Me l’aveva spiegata esattamente in questi termini un pomeriggio che mi ero fatto convincere ad andare con lui.
Capisci, mi diceva, da queste montagne vedo il sole farsi piccolo piccolo e poi scomparire. Sarà pure soltanto per un po’: ma sono io, e sottolineava quell’io, più forte di lui.
Veramente il sole appare più grande, quando tramonta, gli facevo notare, non più piccolo.
Stava zitto.

Ho sentito la vibrazione del cellulare. Ho fatto finta di niente. Ma insisteva. Ho cercato in tasca, ho guardato. Il primario.
Il primario?
Ho risposto, sottovoce.
Sono a un congresso.
Esci un momento, per favore.

Sono passato fra il proiettore e la diapositiva. Cosa che detesto fare, ma non avevo scelta. Sono uscito.

Era già un po’ dopo la telefonata quando ho pensato di scendere. Non ho preso l’ascensore, ho fatto le scale.
Tredici piani.
Sono sceso nella hall, sono uscito fuori. Avevo bisogno di aria.
Fuori c’era ancora il sole.
Basso, freddo, ma c’era ancora.
Ho guardato l’ora. Un quarto alle quattro.
Ma il tramonto non era già stato? Possibile?

Ancora, il fratello di Spassky. Una volta ricordo che disse, la montagna al tramonto è come un’amante. Dice cose che nessuno dice, insegna cose che nessuno mostra, regala cose che nessuno ti darà.

Ho chiamato Spassky.
“Ehi.”
“Dove sei?”
“Al congresso.”
“Pausa?”
“No. Sono uscito.”
“Che fai, diserti?”
“No. Cioè…”
“Sbrigati. Viene verde e butto giù.”
“Hai un minuto?”
“Credo di no, caro. Cinque o dieci secondi, giocateli bene.”
“Ti toccherà accostare.”

All’ombra faceva freddo. C’era dello spazio, davanti all’hotel. Camminavo in quello spazio. Un’auto stava facendo manovra, me ne accorsi soltanto quando mi ci ritrovai davanti. Frenò di colpo. Ero io nel mezzo. Dal finestrino spuntò la faccia tozza, quasi allegra di un uomo.
“Mi fa passare?”

“Sono ferma. Che vuoi?” mi ha chiesto Spassky.
“Mi è tornato in mente tuo fratello, prima. Quello dei tramonti.”
“Era questo che volevi dirmi? Tu mi fai fermare sulla tangenziale per dirmi questo?”
“Mi ha chiamato il primario.”
“Che voleva?”
“Gabbo. Brutte notizie.”
“Gabbo?”
“Sì, quel mio collega.”
“Sì… quel tuo collega… ”
“Sembra che abbia qualche cosa di strano nel cervello.”
“Qualche cosa di?”
“Qualche cosa di strano. Di troppo.”
“Vuoi dire…”
“Qualche cazzo di cosa del genere, probabilmente, sì.”
Non ha detto niente.

“Perché piangi,” le ho chiesto dopo un po’, senza neanche la forza di mettere un punto di domanda.

3 pensieri su “14. Comprendere, tradurre

    • Ricordo alcuni tuoi vecchi commenti di altri post, sul tono e sulle sfumature non ti sbagli davvero mai.
      C’era questa cosa che doveva uscire, uno stato d’animo particolare, ed ecco il post.
      Mi piace che cogli sempre.
      🙂

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