More than four million reasons

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Inauguro oggi questa rubrica, la chiamo Appunti sui calzini, con evidente e rispettosa dedica a un maestro russo di medicina prima, di letteratura poi.
Grafica semplice e stile sobrio.
Qui parlo io. Non mi nascondo, come altrove, dietro personaggi fittizi o vicende inventate.
Cadenza quando mi pare.

MAST, Bologna, novembre 2014.
I tumori rari dell’adulto.
“There are more than four million reasons why we need to improve the rare cancer journey”, titolava stamattina la prima relazione della giornata. A parlare non era un medico. Ma Kathy Oliver, donna britannica, giornalista scientifico, presidente dell’IBTA, International Brain Tumour Alliance. Madre di un ragazzo, dovrei dire un uomo, nato nel 1979, morto nel 2011, qualche settimana dopo aver compiuto 32 anni, per un tumore cerebrale.

Tumori rari. Definizione: un tipo di tumore che ha un’incidenza inferiore a 5 casi su 100.000 persone all’anno. Chiariamo. Una o due persone all’anno in una città come Ascoli Piceno. Due o tre a Siena. Cinque ad Ancona. 10 a Parma o a Padova. 20 nuovi casi all’anno in città come Bologna o Firenze. 30 a Genova o Palermo. 50 a Torino, a Napoli. 60 o 70 casi all’anno a Milano, 150 a Roma. Messa così sembrano già meno rari.
Il fatto è che ci sono almeno duecentocinquanta tipi diversi di tumore che rientrano nella definizione di “tumore raro”. Ciascuno, nella sua rarità, nella sua peculiarità, può arrivare a contare cifre fino a quelle di cui sopra.
Sommiamoli tutti. Ne escono numeri di non poco conto.

In Europa, le persone che convivono con un tumore raro sono quattro milioni. Quattro milioni di persone fanno Roma e Milano messe assieme.

Kathy Oliver spiegava le difficoltà che una diagnosi simile rovescia addosso alla persona ammalata, ai suoi familiari. A parte lo shock. La revolverata nel cuore di una drammatica riduzione dell’aspettativa di vita (di colpo il tuo futuro, in teoria illimitato fino a sfiancamento psicofisico e desiderabile morte di vecchiaia, come più o meno immaginiamo tutti, consapevoli o no, di colpo viene accorciato, reciso di netto: fissato senza sconti a una scadenza drammaticamente vicina). A parte i sintomi, dipendenti com’è ovvio dal tipo di malattia, dalla sede della stessa.
La difficoltà di poter accedere ai farmaci (ammesso che farmaci per la tua malattia esistano). E se esistono: la possibilità che il tuo sistema sanitario non te li rimborsi. L’impossibilità, spesso, a pagarteli tu, perché costano troppo.
La difficoltà di poter accedere a uno studio clinico, che testa un nuovo farmaco: il centro più vicino potrebbe essere a una distanza non da tutti praticabile. Nell’ospedale più vicino a te, sia pur di livello, non c’è un personale sufficientemente qualificato da garantirti la miglior assistenza clinica possibile. Non hai la possibilità di chiedere una seconda opinine qualificata. Non ci sono reti di supporto: la patologia non è sufficientemente diffusa perché possano essere messi in atto percorsi diagnostico terapeutici efficienti; non ci sono altri pazienti con cui condividere il percorso.

E quindi, chiudeva la Oliver, quale la ricetta. Certamente, ricerca sui farmaci. Ma anche supporto alle persone ammalate. Supporto. Supporto.

Noi medici tendiamo a commettere questo errore. A vedere soltanto una parte del problema. A sottovalutare l’altra. Perché non la viviamo in prima persona.

Durante la pausa pranzo mi ha scritto un’amica. Un’amica di cui seguiamo la mamma. Mi scrive, la mamma sta bene. Ma stiamo diventando matte con gli appuntamenti. Abbiamo le impegnative per la mammografia a dicembre e il controllo a febbraio. Ma allo sportello mi dicono, controllo non prima di maggio. E per la mammografia, devi sentire il reparto. Ho sentito il reparto. Un andirivieni, di ufficio in ufficio, di numero in numero, nessuno sapeva, a un certo punto non sapevo neanch’io con che reparto stavo parlando. Siamo a novembre e sono punto e a capo, non ho l’appuntamento.
Era solo un esempio. E la mamma non aveva un tumore raro.

L’auditorium del MAST è un luogo molto piacevole. Ampio, luminoso. Le poltrone sono comode, i tavolini estraibili puliti e soprattutto, sono stabili. Stanno fermi cioè quando prendi appunti. Il salone è presidiato costantemente da persone in divisa che paiono guardie giurate e hanno una scritta sulla schiena, servizio antincendio. Non ci credo mica tanto. Da qualche parte devono avere una pistola, ci giurerei.

Domani torno lì con una camicia e una cravatta diversa. Ieri sera a quest’ora seguivo piccoli fari rossi in mezzo alla nebbia dell’A13. Stasera mangerò una pizza da solo. Uscirò ora.

26 pensieri su “More than four million reasons

  1. Quello che hai scritto è condivisibile in toto. Raro o non raro già la parola ‘tumore’ o quella più invasiva ‘cancro’ genera sconforto sia nel paziente sia nei familiari. Se ci aggiungiamo un’altra serie di complicazioni come indagini diagnostiche che si fatica a farle nei tempi stabiliti, farmaci, assistenza allora la qualità della vita, quel poco o molto che ti resta, diventa una variabile impazzita.Su questo versante ci sarebbe molto da lavorare ma la burocrazia sanitaria è terribile.
    Credo che anche stasera sulla A13 la nebbia sarà fitta, vista quello che stazione attorno a me.

    • Ti immagino alla guida nella nebbia mentre leggi post e posti commenti. Tanto guardare avanti o di fianco non fa differenza, non si vede niente uguale… 😉
      (Frase passibile di arresto, lo so: si ricorda che scherzo).
      La burocrazia sanitaria. La soluzione è una sola, semplificare. Invece. A volte ti viene da pensare che ci sia del sadismo, dietro. Ce n’è senz’altro.

  2. Sui tumori c’è una grande confusione, una confusione che non fa bene soprattutto ai malati, che appena sentono la parola “cancro” corrono a preparare il testamento convinti di dover morire automaticamente.
    E invece non è così, esistono tumori curabilissimi (per carità, si tratta sempre di percorsi lunghi e mai semplici) e altri, come dici tu, per i quali la ricerca non riesce a fare abbastanza perché gli stati non investono, non vedendoci profitto.
    A volte quando vedo tutte le iniziative per il tumore al seno, mi vien voglia di mandarli a quel paese, non dico che la ricerca non debba andare avanti, anzi, ma penso che sia un’attenzione forse un po’ troppo dettata dalle mode, soprattutto perché non vedo una campagna che informi, che faccia i dovuti distinguo, che spieghi cos’è il tumore al seno, quali tipi di tumore conosciamo, come si curano, e via dicendo.
    Poi però il resto dell’oncologia resta in ombra, restano in ombra gli altri malati e medici e ricercatori chissà quando vedranno un film su un tumore raro che finanzi gli studi.

    • Verissimo sulla confusione. La parola “cancro” è ancora metafora di cose agghiaccianti e come dicevo in un altro commento vorrei non fosse così e mi ci spenderò.
      Più che gli stati, sono le aziende farmaceutiche che fanno ricerca. Gli stati comprano i farmaci, poi.
      Sul tumore al seno ho proposto la tua opinione a una collega. Lei dice, è una “rabbia” giusta, ma non dovrebbe essere focalizzata contro le campagne e le attenzioni volte al tumore al seno. Non c’è una malattia più importante di un’altra, non ci sono mode. Bisogna trovare la chiave per svegliare le menti, suscitare le attenzioni.
      A me non piace la spettacolarizzazione. Le spillette, gli slogan facili. Puzza di moda la sento ogni tanto anch’io. Vero, forse manca una campagna informativa che spieghi sul serio, più nei dettagli. Forse di quella, però, sente il bisogno una fascia di nicchia della popolazione. O forse no, chissà.
      Da qualche parte però devi iniziare. Per mostrare che il “cancro” ha anche una faccia gentile, curabile, gestibile, il messaggio di una donna guarita dal tumore al seno può essere importante. Se il tumore al seno fa da traino a qualcosa di positivo, ben venga.
      Mi porto dietro i tuoi (e i miei) dubbi. Troverò nuove risposte, ne nascerà qualcosa.
      Grazie.

  3. Forse un giorno mi deciderò a raccontare le storie dei problemi di salute della mia famiglia, un concentrato di tutto, da infarto ad Alzheimer passando per tumori vari.
    Ma siccome non ne intendo fare un caso pietistico (queste note non mi appartengono), dovrei trovare il giusto registro che è appunto il concetto di supporto – la scrittura serve anche a questo, credo – l’invito a non perdersi d’animo, narrare ad esempio in chiave positiva come accudire in casa per quasi vent’anni una persona affetta da Alzheimer. Si può fare, difficile ma non impossibile a certe condizioni, instaurando un rapporto solido tra medico e familiari del paziente. Indubbiamente in questo sono stata fortunata.
    Tutto ciò per ringraziarti di ciò che stai scrivendo, molto molto bello e stimolante.
    Grazie, davvero.
    Primula

    • “Hope, not defeat, should always be the starting point, despite the diagnosis” è un’altra frase, di un medico e paziente insieme, che mi sono appuntato ieri. Certo, non è facile (e fosse facile non saremmo qui a parlarne). Però ci proviamo.
      Hai ragione tu, una certa corsa al pietismo spettacolare, al caso più grave, più triste, più tragico che è sempre il proprio può essere umano, anche comprensibile per un attimo, ma alla fine non serve molto. Sobrietà, rimboccarsi le maniche, guardare avanti, aiutarsi, queste sono soluzioni. Se non soluzioni, quantomeno strade. Percorsi.
      E poi, in fondo, siamo solo anelli di una catena. In tutti i sensi.
      Grazie a te!

  4. Che poi, l’attenzione rivolta ai familiari ed alle loro difficoltà con la malattia del congiunto sta aumentando considerevolmente. C’è un sacco di letteratura scientifica disponibile sui cosiddetti “caregivers”. Certe volte sembra quasi siano loro a portare il fardello più grande o, perlomeno, se la giocano quasi ad armi pari col malato.
    Non è una critica alla categoria, ma da Neuropsicologa mi è capitato di avere a che fare con medici che troppo spesso, prendono in considerazione solo la patologia, dimenticandosi del malato e della sua famiglia. E’ un peccato.

    • È capitato, capita spesso anche a me. Io stesso non sono perfetto, ci mancherebbe, e lo riconosco.
      Quindi mi faccio domande. Trovo che se non provi a criticare, a mettere in discussione quello che fai, tu o la tua categoria, resti fermo. Di più, torni indietro, e senza accorgertene (che è anche peggio). Quindi benvenuta qualsiasi osservazione. La critica è il sale del progresso.
      Grazie del contributo.

  5. “Buio! Ho sempre avuto paura del buio.
    Fin da piccola, per dormire, avevo bisogno di vedere una luce, fosse anche solo il raggio di luna che filtrava dalla finestra.
    Ed anche ora continuo ad odiare il buio.
    In casa mi chiamano figlia dell’Enel per la mania di tenere le luci accese.
    Ed ancora ora non posso dormire al buio completo. Non mi addormento nemmeno.
    Invece ora ne sono tutta immersa, avvolta da questa oscurità che mi tormenta, mi dà angoscia, paura, sgomento.
    Mi sento soffocare e vorrei urlare. Ma la mia voce non esce. Cerco con gli occhi chissà cosa, ma non vedo niente. […]
    Ho pensato a come chiamarti, ma un nome decente non sono riuscita a trovarlo.
    Alcuni erano nomi dolci, ma tu non sei dolce; altri forti ma tu non sei forte.
    Sei solo vigliacco.
    Te ne stavi lì, buono buono ed intanto mi mangiavi le budella.
    Così ho deciso di chiamarti “coso”-
    Perché non hai dignità di chiamarti nemmeno “stronzo”.
    Ti immagino dentro il tortellino in cui ha trasformato il mio colon.
    Sbavi, sei adagiato su un letto di muco e di sangue [… ]“Non sempre vince Golia” di Lucia Teresa Benetti- Edizioni Erasmo.
    Potrei stare qui e copiarti tutto il libro. Sono andata alla presentazione di questo libro, circa un mesetto fa. Sono uscita dalla libreria piangendo. Non singhiozzando: ero molto provata, non riuscivo a controllare l’amarezza. A casa ho fatto fatica a leggere alcuni tratti del libro: era una piaga ancora viva. Parlava l’offesa, senza privarmi di nulla. Una persona che si è scoperta che ha detto tutto: il bello e il cattivo tempo dei suoi sentimenti nei confronti della malattia, di se stessa, dei dottori, dei famigliari, degli amici. Alla presentazione c’era un oncologo, un certo prof. Francesco Di Costanzo. Ha affrontato proprio questo problema, di trattare il paziente come persona, cercare di mettersi al di là. Oltre ovviamente a vedere il cancro anche da un lato più obiettivo, medico e quindi far capire che non è sempre impossibile.
    Per chi come me ha subito la sconfitta due volte, beh è dura. È qualcosa che non se ne va, nemmeno con la morte, col tempo. E forse resto lì pronta che si ripresenti un’altra volta. Non voglio fare la vittima, per carità. Quante persone passano tutto quello che ha passato Lucia e anche peggio? (A Lucia è andata bene).
    TI lascio con questa domanda, con questo commento troppo lungo, e un’ultima cosa.
    Lucia diceva: avevo bisogno di aver fiducia e sicurezza dal medico che avevo di fronte. E non era voglia di sentirmi dire “andrà tutto bene”, no. Volevo la verità, avevo bisogno di capire cosa succedeva, e quel che sarebbe successo, ma soprattutto avevo bisogno che qualcuno mi chiedesse se avevo paura. Di cosa avevo paura. Perché nel momento in cui lo faceva, diventava qualcosa di più di un dottore.
    – ultima cosa prometto:
    “Una gran parte di quello che i medici sanno è insegnato dai loro malati” Marcel Proust.

    • Grazie di questo contributo molto personale, e sofferto.
      C’è tanto da imparare da ciascuna singola storia. È lì che alla fine si nasconde la ricchezza. Di fronte a queste storie trovo che tu medico devi ascoltare, comprendere quanto più possibile. E fare bagaglio di esperienza.
      Alcuni spunti.
      Una delle cose in cui credo, uno dei principi di fondo di questi appunti: vorrei smitizzare la parola cancro. La malattia cancro.
      Il cancro siamo noi. Una cellula che si duplica, è una cellula che può commettere errori. Che commette errori (se non li commettesse, saremmo uguali ai nostri genitori. E loro uguali ai nonni, e i nonni uguali agli antenati e gli antenati uguali a quelli di prima e su su fino alla scimmia, se vuoi). Hanno trovato il cancro nell’Hydra, un organismo di acqua dolce molto semplice e molto antico, è un recente studio pubblicato su Nature. Concludono: il cancro è un’intrinseca proprietà delle cellule. Finché ci sarà la vita, ci sarà il cancro.

      Quello che vuole un paziente può non essere (anzi, non è quasi mai) quello che vuole un altro. Sensibilità di te medico è capire questo. Cambiare ogni volta te stesso, come sei, cosa dici, come parli, a seconda dei messaggi, verbali e non, che ti invia la persona che hai di fronte. È una pratica difficile e affascinante insieme.

      Infine: non mi piace la parola paziente, che noi tendiamo invece a usare spesso. Quando la uso qui, è soltanto per chiarezza. Le volte in cui la parola “persona” resta ambigua per capire a chi mi riferisco.

      Grazie del tuo contributo.

  6. Molto bello questo tuo post, Ian. Mi tocca particolarmente perchè sto vivendo da vicino, in famiglia, cosa significhi aver a che fare con un tumore raro e vedo le difficoltà che si porta dietro e la fatica di vivere e sopravvivere che implica per chi lo vive in prima persona. Vedo anche come, i farmaci, se da un lato aiutano, dall’altro spesso cambiano la caratterialità della persona, rendendo tutto ancora più difficile. Capisco anche che un medico non può permettersi di prendere a cuore ogni caso, altrimenti rischia di soccombere sotto il peso delle emozioni.
    Leggere un’esperienza quotidiana per te ma, in genere, non per chi ti legge, anche rispetto a dei convegni, mi piace. Avvicina la medicina alle persone, rendendola forse un po’ più comprensibile, passando informazioni che altrimenti rimarrebbero solo per pochi “del settore”. Insomma…questo post mi è piaciuto! 😉

    • Prendo buona nota di tutto questo.
      Non solo l’esperienza personale, per cui ho grande rispetto.
      Ma anche quando dici, avvicinare la medicina alle persone, rendendola più comprensibile. Trovo che sia molto importante spiegarsi, capirsi, ed è uno dei motivi per cui vorrei continuare a scrivere questi appunti.
      Grazie.

  7. Bella la rubrica e le tue riflessioni… Leggevo i commenti ed è piaciuta anche a me quella metafora, mia madre ha studiato un po’ di medicina orientale, naturopatia, e dai lei ho imparato il concetto di visione olistica delle persone… potremmo parlarne all’infinito! Poi si scontra con medici superficiali e che dicono cose che feriscono abbastanza, solo perché le sparano senza pensarci su due volte. Magari una strada, la dico grossa forse, sarebbe integrare le due filosofie di visione della medicina…

    • Una medicina arrogante non ha futuro, l’arroganza e la superficialità dei medici porta solo che male, e purtroppo prima ai pazienti. E dopo anche a noi. Il guaio è che tu medico abituato come sei a un certo tipo di sottile potere, non te ne rendi conto. E puoi perderci la testa. (A volte. E anche qui, generalizzo.)
      Non la dici grossa, qualche voce si sente. Il guaio è che in mezzo ai naturopati si nascondono anche un sacco di interessi commerciali, ciarlatani, gente furba… va tenuto il timone molto fermo, e non è facile.

        • Da dove cominciare? Manca del tutto una formazione del genere agli studenti di medicina.
          Dimmi tu, da dove inizieresti. Cosa mi consiglieresti, tu, o anche tua madre. Un libro, un sito, un gruppo. Ti ascolto.
          Medicina orientale, sai che ci sento peraltro da quell’orecchio anche per vicende extralavorative ben note a chi passa di qui.

          • La mia è un abbozzo di idea, un’ipotesi. Immagino bene che una strada del genere non esiste, questo tipo di formazione ma non mi reputo proprio nessuno, né io né chi conosco, per poter dare indicazioni più concrete di così, mi dispiace se ti sono sembrata presuntuosa.

            • Ehi ehi, presuntuosa?!? Noooo, ma proprio nooo!!
              Scusami tu, quando parlo di queste cose mi prende un’impostazione un po’ anglosassone, tipo problema -> soluzione, e in meno parole possibile. Scusami, è un’attitudine pragmatica, e quando si parla di cose di “lavoro” viene fuori tutta. È solo sintesi per non perdermi nel mare dei problemi (o delle scuse per non fare nulla). E il tono immaginalo molto più morbido di come sembra, leggendo.

              Era un tentativo di trovare una soluzione, concreta, nel mio piccolo: cioè, finché parlo (io) o scrivo (sempre io) sui post sono capaci tutti, poi è la pratica che conta. Cambiare la pratica, fare qualcosa, migliorare. E quindi: una persona (tu) mi dice, si può cambiare qualcosa, si può provare, e allora io penso: bene, il panorama oggi è questo (molto da fare), l’obiettivo l’hai indicato tu (battere quella strada, prendere qualche principio), io penso al come: e quale miglior modo per cominciare se non un tuo consiglio. Concreto.
              Grazie, non sei e non sarai mai presuntuosa, proprio l’opposto.

              • Scusami ho frainteso, pure l’ora tarda… Mia madre ha seguito una serie di corsi qualche anno fa riguardo la medicina orientale, non ha studiato né medicina né infermeria, niente di questo, si è solo avvicinata a questo mondo perché affascinata e parlandone leggendo alcune delle cose che leggeva anche lei mi ha incuriosita…
                Poi per farti un esempio accade che mio padre va da un ortopedico perché ha problemi nel camminare, lui lo guarda e dice io non posso farci proprio niente, il suo problema è un altro con tutta la pesantezza che questa frase può avere. Gli fa notare che quella visita era di controllo perché una radiografia l’aveva già fatta e proprio lui gli aveva detto di tornare, immagina che figuraccia… Allora questo mi fa pensare che basterebbe anche meno di una vera e propria integrazione tra le due medicine, anche solo un corso, un’educazione attraverso cui i medici, tutti, possano imparare a vedere le persone per intero con “tutti” i loro problemi, guardando al loro trascorso, tenendo conto della somatizzazione di eventi negativi il che porterebbe a curare le patologie per le “cause” e non per gli “effetti”. Esempio banale, ho mal di testa cronico, allora mi indirizzi verso qualcuno che venga a chiedermi cos’è che non va nella mia vita, come posso vivere serenamente le mie giornate e poi curare il fastidio in sé per sé. Un uomo è il risultato di tutto ciò che ha vissuto in precedenza e del suo modo di essere… tipo, hai mai sentito quella cosa per cui se un uomo cammina curvandosi in avanti è perché trattiene le cose che vorrebbe dire e ha un atteggiamento chiuso verso il mondo. Un dottore o chiama disturbo alla colonna vertebrale, e basta, nato dal nulla o peggio ancora dicono: “è ereditario”. Non so se mi sono spiegata bene, questo è un po’ quel che penso, riassunto 🙂

                • È molto interessante quello che dici, ed è proprio questo che speravo di leggere, un parere senza sconti su come dovremmo o potremmo essere. Capisci, i pareri “dall’altra parte della scrivania” mi interessano perché è solo da questi che capisco cosa non so fare bene, cosa potrei fare meglio, cos’è davvero importante per chi ho davanti.
                  In questo senso l’oncologia ti da un vantaggio, se vuoi: ti permette di seguire le persone per lungo tempo, di conoscerle meglio. Instauri un rapporto. Riesci, a volte, a cogliere anche certe sfumature che altrimenti non coglieresti.
                  Non avevo in effetti mai sentito quella storia dell’uomo che cammina curvo in avanti. È una metafora molto indicativa.

                  Penso che l’approccio rigoroso della medicina occidentale sia un grande valore. Quando si fa dogma o diventa un paraocchi, è un grande limite.
                  Grazie a te! 🙂

                  • Si perché l’approccio che si basa su metodo scientifico in qualunque campo è il più affidabile, anche se nella “modellizzazione” si perdono le sfumature che proprio tu cerchi, ed è bello che tu lo faccia…

  8. Un giorno ho detto al geriatra, che segue mia madre malata di demenza senile, che sono, spesso, le persone che assistono la malata piuttosto che la paziente stessa ad aver bisogno di attenzione. Mi è sembrato che dopo questa mia sortita (di cui sono profondamente convinta, almeno per quanto riguarda malattie degenerative senili) abbiamodificato un po’ il suo atteggiamento fino a quel momento totalmente paziente-oriented (cioé, visite, esami, spostamenti, osservazione, medicinali che ignoravano totalmente le vite di chi accudisce).
    Supporto. Non sarà una cura, ma allevia la fatica del dolore.
    Grazie per questo post. E’ molto bello.

    • È interessante questo tuo commento.
      Mi rendo conto sempre più che al di qua della scrivania abbiamo una visione spesso molto superficiale della situazione reale della persona che abbiamo davanti.
      Il guaio poi non è tanto chi non ha questa percezione: quando glielo fai notare tu, magari la coglie. E cambia registro, come il tuo geriatra. Il guaio è quel medico tecnico-scienziato-impersonale che anche quando glielo fai notare, non è in grado di capire. O non lo ritiene un dettaglio rilevante. Perché rilevante, per lui, è il dato statistico, il dato di sopravvivenza, il beneficio dimostrato nello studio clinico su quella tale categoria di pazienti. Il medico cieco e sordo.
      Parlo molto in generale, s’intende.
      Grazie del commento.

      • Io capisco che un medico è uno scienziato, è quella tra le parti in causa che deve rimanere lucida per trovare soluzioni. Ma è importante, oltre al dato oggettivo, alla statistica, anche la qualità della vita (passamela, dài, anche se lo so che fa un po’ ridere…): così come una gamba che dolora non è avulsa dal resto del corpo, così un malato non è avulso da chi gli vuole bene. Si potrebbe parafrasare, per alleggerire un po’, “50 sfumature di malattia”. E’ bello che tu pensi a questi aspetti, sul serio.

        • Metafora geniale la tua, ho la vaga impressione che la ricorderò bene, spero anche quando servirà.

          Concordo con te sulla qualità della vita tanto da spingermi a dire questo: fatto 100 il massimo che la medicina può offrirti, alla gran parte della gente basta 90, se attorno a quel 90 c’è il giusto contorno di attenzioni che non si imparano sui libri.
          È uno stimolo costante a migliorare.

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