15. Le piccole imperfezioni

ElliottErwitt1

Sono entrato per la prima volta in quel reparto una mattina di giovedì di un anno che avrei detto molto vicino e invece è ormai parecchio tempo fa.
Laureato da sei mesi, in un’altra città. Fresco di esame di stato post tirocinio trimestrale.
Quella mattina di giovedì mi ero presentato con un paio di scarpe da ginnastica nuove in una borsa di plastica, un panino al prosciutto per ogni evenienza, il passaporto (non so ancora perché) e un fonendoscopio ben nascosto nello zaino. Quasi che per esibirlo avessi dovuto dar prova di esserne all’altezza, e per esserne all’altezza mi ci volessero tutti i cinque anni di specialità, tutti e non un giorno di meno. Un primo camice te lo troviamo noi, mi aveva detto il direttore, nel rapido e frugale colloquio di benvenuto che mi aveva dedicato nel suo studio, il giorno prima. Poi prendi le misure in guardaroba e te li fai preparare da te.

Dondolavo senza sosta in una rientranza della parete di uno spazio di nessuno chiuso fra due porte tagliafuoco fra la zona degli studi medici e quella del Contesto, la segreteria. Non c’era posto migliore per poter essere notato, se c’era qualcuno che quella mattina doveva notarmi, e insieme passare inosservato da tutto il resto della gente, sperabilmente la maggior parte. Pazienti, parenti, infermieri, personale che rispetto alle mie fiacche incertezze avevano ben altro per la testa.
Venivo da un’altra università, non conoscevo nessuno fra il personale, gli infermieri, nessuno dei medici se non per due parole che il direttore aveva dedicato ad alcuni di loro, i più significativi, aveva detto, nel colloquio frugale di cui dicevo. Parole che naturalmente avevo in gran parte dimenticato. O che mescolavo in’unica babele di temperamenti inquieti e facce immaginarie.
Una prima collega mi passa davanti, mi guarda: decide che non sa, o non mi conosce, o comunque che vado ignorato. E prosegue. Il secondo è Gabbo. Passa la prima porta, si ferma sulla seconda, mi squadra, torna indietro.
Tu devi essere quello nuovo, mi dice. Sorride e mi tende la mano.
Mi accompagna nel suo studio. Mi fa sedere. Tira fuori da un cassetto una scatola di cioccolatini, me la apre davanti. È quasi piena, profuma di buono.
Mi chiede come mi chiamo, da dove vengo. Perché ho deciso di iscrivermi proprio a questa specialità. Se ho già parlato col direttore. Apre un armadietto. Non sei poi tanto più alto di me, dice, e mi allunga un camice piegato, pulito. Vuoi un caffè? mi chiede. Masticando il cioccolatino dico sì.
Per un po’ di settimane prendiamo il caffè insieme, tutte le mattine, nel caldo che sa di burro del bar dell’ospedale. Lui è uno dei primi ad arrivare, così prendo anch’io l’abitudine. È febbraio, di mattina è ancora buio ma alzarmi presto non è un fastidio. Lo è di più la radio del panificio, un piano sotto, che accendono alle quattro e da allora mi fa compagnia fra sonni disturbati e sogni ipocondriaci, i primi di una ricca serie che non sembra aver fine.

Vivo solo in un appartamento piccolo piccolo, senza porte, in una città grande, sconosciuta e di cui ancora oggi diffido. Dormo nella stessa stanza della lavatrice. La uso solo di notte, per risparmiare. Le notti in cui la carico e lei mi fa compagnia, mi addormento prima. Mi sveglia ogni tanto la centrifuga ma a parte le prime notti, che pensavo al terremoto, ora la conosco, è come un aereo: mi piace.
Spassky non l’ho ancora conosciuta. Nessuno da calciare per gioco nel letto, nessuno cui appoggiare una mano sulla spalla quando mi sveglio con gli incubi. In effetti neanche oggi è cambiato nulla: non ama i calci, non ama le mani sulle spalle, non ama niente addosso se non quando sa lei. E quando sa lei io non lo so mai.
Gabbo è stato il primo a parlarmi, il primo giorno di lavoro. Il primo a tendermi la mano, il primo a offrirmi un caffè, il primo a spiegarmi chi era bravo in cosa, chi seguire, chi braccare, chi imitare.

Incapace di dormire guardo Spassky che respira, lenta, la testa sul bordo del cuscino, persa in un sonno che sembra indisturbato e io so che non è. La vita ci chiama ogni tanto a raccolta, ci mette sull’attenti, carica punta e fa fuoco.

16 pensieri su “15. Le piccole imperfezioni

  1. Una narrazione in cui ho sentito aleggiare un che di onirico, pur percependo la presenza di particolari molto reali. Una sorta di flusso della coscienza e, se è una sperimentazione come hai scritto più sopra, la trovo davvero ben riuscita.
    Primula

    • Ogni tanto ho l’impressione di essere tendenzialmente “lunatico” in quel che scrivo, cioè che l’ispirazione del momento condizioni parecchio il tipo di testo che ne viene fuori. (La cosa, per inciso, non mi sembra affatto un bene, vorrei non essere così.) Detto questo, sì, in quel momento ero più in modalità “flusso di coscienza” e meno artifici stilistici.
      Prendo nota delle reazioni di chi legge, e grazie del commento!!!

    • Diciamo che cercavo di rendere quel momento di vuoto che ti prende quando, ricevuta una notizia che non avresti voluto, ti guardi indietro e inizi a realizzare altre cose che non avresti voluto, e neppure mai detto. E a volte c’è anche della malinconia, sì 🙂

        • A volte anche le nostre scelte sono qualcosa che non avremmo voluto, o volevamo soltanto un po’. Quando diciamo “in un’altra vita farò…”, c’è sempre un pizzico di malinconia, mi pare. E comunque non la trovo negativa di per sé. Mi spiace quando qualcuno se la cuce addosso, la fa diventare negatività, ecco 🙂

  2. Io posso capire il panino col prosciutto
    ma le scarpe da ginnastica sul sacchetto di plastica perchè?
    In caso di evacuazione?
    Scherzi a parte
    A me sto pezzo piace proprio: a leggere mi sembra di appropriarmi del tuo cervello.
    E anche della lavatrice,
    visto che ancora adesso l’accendo di notte per risparmiare: non so tu ma io la mattina la trovo che ha fatto i chilometri. 🙂

    • Questo pezzo è in effetti un po’ diverso dagli altri, almeno per come l’ho scritto, se fossi un computer direi modalità provvisoria e l’ho pubblicato così. Come sempre si sperimenta.
      Perché le scarpe da ginnastica nella borsa di plastica? Perché allora erano ancora legali. Le borse di plastica. Ché tu dove le metteresti un paio di scarpe da ginnastica nuove nuove, pulite pulite, il primo giorno di lavoro?
      Una mattina la lavatrice l’ho trovata nella stanza accanto. Aveva imparato la strada.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...