16. Un’auto due braccia due gambe tre donne

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Sabato mattina. Quinto piano del vecchio padiglione neurochirurgia.
È una stanza da due. Un letto è vuoto. Gabbo è sull’altro, mezzo seduto, la schiena immersa nei cuscini. Mi guarda.
“Lo conosco quello lì,” dice guardando in un angolo.
Nell’angolo su una sedia c’è una donna tutta striminzita, due occhi volpini sotto un caschetto di capelli grigi.
“Quella è Anna,” dice Gabbo guardando me.
Guardo la signora. Non so se mi abbia notato. Comunque, non si alza per salutarmi. Non potrebbe del resto. Qualche centimetro sopra la sua testa c’è il ripiano di legno della televisione. Sembra che l’abbiano incastrata là sotto come una statuetta. Un piccolo bonsai.
“Anna è la mia mamma,” dice Gabbo.
Ha una voce diversa da quella che gli conosco. Più bambina. Ha una scacchierina di legno zeppa di pezzi bianchi e neri disposti a caso sulla punta delle ginocchia. Nella stanza fa caldo, sento odore di carne. La televisione è accesa, ma non c’è rumore.
“La vedi?” dice Gabbo. La donna muove le dita ma non muta espressione. Volta la testa verso di me.
“È rincoglionita,” dice Gabbo.
Le tendo la mano sorridendo ma so che è per niente. Per il mio disagio e basta.
“Non capisce,” dice Gabbo. Lei non mi guarda già più.

Mi avvicino al letto e lui dice, “attento,” e con un colpo violento del dorso della mano spazza via la scacchiera. I pezzi mi vengono addosso, cadono per terra. Ne rotolano alcuni sotto il letto. Verso il termosifone.
“Hai saputo la grande notizia?” mi dice.
La scacchiera è rimasta in bilico sul lenzuolo, copri una scritta blu di cui si legge soltanto VIZI SANITARI.
Non lo riconosco.

“La grande notizia è che mi è entrato un ragno nella testa.”
Lo guardo.
“Dall’orecchio!” dice, e scoppia a ridere, quando entra un’infermiera.
È giovane, ha una divisa verde.
“Lei chi è?” mi chiede, brusca.
“Uno,” dico.
Si ferma e mi squadra. Ha gli occhi scuri, le guance troppo rotonde. “Lo sa che non è orario di visite?” mi dice.
Dico che lo so e mi scuso.
Decide di lasciarmi stare. O almeno mi sembra così- Solleva una targhetta appesa in fondo al letto di Gabbo, ci scrive in fretta delle cose con una penna blu. Ha un anello rubino all’anulare della mano destra.
“Se ne va lei o la accompagno fuori io?”
Mi passa accanto. Prende il braccio di Gabbo, sistema il misuratore della pressione intorno.
Penso di dirle che in servizio dovrebbe togliere gli anelli.
“Sono un suo collega,” dico invece.
“Ah, infermiere anche tu?”, mi dice cambiando tono. “Dove?”
Dico il nome di un ospedale qualsiasi.
“Lavoravo lì fino a un anno fa,” mi dice. “Chissà quante volte ci saremo visti. Reparto?”
“Una vera figa,” dice Gabbo all’improvviso.
Lei non si scompone.
“Hai due braccia nude tutte da mordere,” dice ancora Gabbo.
Faccio un passo indietro, appoggio una mano sul davanzale. È freddo.
L’infermiera mi lancia uno sguardo eloquente, si batte la tempia con la mano.
“E ieri stava anche peggio,” dice.

Frontale, aveva detto il primario al telefono. Gabbo ha un tumore frontale. Occupa spazio, cresce e dà sintomi così, sintomi del cazzo, sintomi a caso. Ti cambia la personalità. Ti fa strano. Ti rincoglionisce. Oggi sei depresso domani sei euforico. Oggi straparli domani sei muto. A seconda.
“In due tre giorni gli passa, te lo dico io,” dice l’infermiera. “In due giorni torna lui”.

“Guarda: guarda qui,” mi dice Gabbo quando quella è uscita. “Sai chi mi ha picchiato, la tua ragazza, lo sai? Tocca qui,” e mi afferra la mano. “Tocca. Sapevo che non dovevo immischiarmi. Tocca”
Mi schiaccia la mano sulla sua testa.
“Picchia che è un piacere quella ragazza,” dice. “Senti che botta. Colpa sua se sto così. Mi ha spaccato in testa un violino. Ed eccomi qui. Sapevo che non dovevo immischiarmi. È che picchia ma pure scopa che è un piacere,” dice.
E inizia a ridere.
“E quando scopa, come picchia. Da perderci la testa. E io ci ho perso la testa. E le ore. Di sonno, e di lavoro, e di serate e di testa perché scopa e picchia da divina, anche ieri sera, qui, lo sai? su questo letto, davanti alla televisione e a mia madre e c’eri anche tu che guardavi,” dice, tutto in fretta.
“E avevi la faccia di un serpente velenoso,” dice ancora.

Fa caldo.
L’odore di carne. E il mio collega e amico Gabbo con una palla nel cervello e un mucchio di cazzate che escono da quel cervello, cazzate che sospettavo e che sono vere, e anche no, vorrei uno specchio in tasca come le donne per vedere se non sono davvero diventato un serpente, un serpente velenoso, o se ho gli occhi volpini come sua madre, sarà per questo che hanno sempre uno specchio in borsetta le donne, per non diventare qualcosa che non vogliono essere, e non dire mai qualcosa che non vogliono dire, penso.

In bagno uno specchio c’è. Non sono ancora un serpente. E taccio. Sto zitto, non parlo, non dico nulla che un giorno un momento un domani chissà. Mi sciacquo il viso e mi tolgo il maglione.
Esco in corridoio. Pieno di finestre. Il cortile grigio di una vecchia ferramenta, là sotto. Una vecchia auto scura senza porte, due gambe di uomo vestite in tuta blu, due gambe da sole.

Almeno una parte del racconto non ci sta. Ieri sera Spassky era con me.
La chiamo al telefono, voglio sentire la sua voce.
Suona libero a lungo finché dopo un po’ cade la linea.

Qui è pieno di finestre.

5 pensieri su “16. Un’auto due braccia due gambe tre donne

    • Questo è anche un post che, diversamente da molti altri, è stato scritto, diciamo così, a strati. Revisioni su revisioni, incastri, ritagli. Può averne guadagnato o averne perso qualcosa, chissà. Io spero guadagnato. Sicuramente è stata un’esperienza.
      Il dettaglio dello specchio c’era già nella prima versione. Ha vinto la concorrenza di almeno altre tre o quattro immagini che inizialmente gli avevo messo vicino, nelle frasi prima e dopo. Le altre immagini via via con le revisioni hanno perso efficacia e profondità, quella dello specchio invece ne ha acquistato (almeno questo pareva a me). Ha vinto, ed eccola lì.
      Grazie! 🙂

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