Whisky, amore, morfina

Il signor Richard Smith, medico, editore dal 1991 al 2004 del BMJ, il British Medical Journal, autorevole rivista scientifica internazionale, tiene un blog sulle pagine online di detta rivista.
Il 31 dicembre ultimo scorso pubblica, sul blog medesimo, un post dal titolo “Morire di cancro è la miglior morte”.

Come potevo non andare a vedere.

Sostiene il dottor Richard Smith che esistono essenzialmente quattro modi per morire.
La morte improvvisa.
La lunga e lenta morte per demenza.
La morte per insufficienza d’organo – quella cosiddetta di vecchiaia, o come si diceva un tempo di consunzione, in cui su un organismo già fragile e debilitato avviene un fatto acuto che compromette irrimediabilmente uno o più organi vitali (cuore polmoni fegato reni o cervello).
E ultima, la morte di cancro.

Dice il dottor Smith che alle sue audience fa spesso questa domanda: di che morte preferireste morire? La risposta più frequente è “di morte improvvisa” (quella per inciso che avrei dato anch’io). Oh certo, dice lui alle sue audience, questa è forse la morte migliore, per voi. Pensate però a chi vi sopravvive. A una relazione che lasciaste in sospeso. Se preferite una morte improvvisa, vivete dunque le vostre giornate come fossero le ultime. Tenete in buono stato tutte le vostre relazioni importanti, in ordine i vostri affari, pronte le istruzioni per il vostro funerale: ben scritte e meglio se su Facebook.

La morte improvvisa insomma non è la sua favorita.
Neppure quella per demenza: vieni lentamente cancellato, è la più terribile (la morte però in quel caso è leggera, come un bacio).

Neanche la morte per insufficienza d’organo gli piace perché, dice, ti condanna a passare troppo tempo in ospedale, troppo tempo nelle mani dei medici – e se lo dice un medico.

Il miglior modo di morire sarebbe insomma, secondo il dottor Smith, il cancro.
Il cancro ti dà il tempo di salutare chi resta, dice. Di riflettere sulla tua vita. Lasciare dei messaggi. Visitare per l’ultima volta alcuni posti che ti sono cari. Ascoltare la tua musica preferita. Rileggere le poesie che ami. Prepararti, infine, per l’eterno oblio in accordo alle tue credenze.
Ammette, il signor Smith, che questa visione pecca forse di un pizzico di romanticismo. Però, dice, una morte così si può ottenere: con un po’ di amore, whisky e morfina.

Il post, per la cronaca, scatena un numero non piccolo di risposte negative, e indigna più di qualcuno. Persone ammalate di cancro, parenti di malati che ricordano al dottor Smith che la morte di cancro non è quasi mai questa.
Il tono e la quantità delle risposte devono sorprendere anche lui se è vero che cinque giorni dopo pubblica un altro post in cui corregge il tiro. O meglio, non corregge affatto il tiro. Si scusa, è vero, per aver turbato così tante persone. Spiega però che lui intendeva soltanto “stimolare le persone a pensare di più alla propria morte”.

Era dicembre, ero in reparto. La falce non passa proprio di rado, in reparto. E non porta sempre il whisky.

Non vorrei influenzare l’opinione di chi legge.
Personalmente ho trovato il post interessante, condivisibile per l’impostazione e per il senso di certe riflessioni. Totalmente inopportuno per altre.
Mi sono trovato d’accordo con molti dei commenti negativi.

A tutto ciò è seguito un fatto curioso.
La settimana scorsa ero di turno in un ospedale diverso da quello in cui solitamente lavoro. Nell’ambulatorio dove mi hanno fatto accomodare, accanto alla porta d’ingresso, appeso fra alcune cartoline e un manifesto sgualcito di un vecchio congresso, ho notato un biglietto. Bisogna mettere in discussione il mito della medicina che può tutto, diceva. Seguivano nove affermazioni, a parer mio tutte assolutamente condivisibili.
Fotografavo quel biglietto sapendo che prima o poi ne avrei parlato qui.
In calce c’era il nome dell’autore di quelle nove frasi.
Richard Smith. Editore del BMJ dal 1991 al 2004.

22 pensieri su “Whisky, amore, morfina

  1. Pingback: Fino a convincente prova contraria | IAN SAIIN

  2. Non sono più una giovincella 😉 e la vita mi ha fatto accumulare esperienza circa i vari tipi di morte elencati nel post del dr. Richard Smith: da quella improvvisa a quella per cancro passando per la demenza/Alzheimer.
    E concordo con newwhitebear; non so dire se esista un modo “migliore” per morire. Esiste “il morire”, e credo sia questo l’aspetto positivo dell’articolo del dr. Smith: spingere le persone a porsi il problema con naturalezza, considerare la morte come parte inevitabile della vita e non esserne spaventati.
    Forse dovremmo imparare quello, credo. Molto difficile.
    Avrei un appunto per il citato dottore: la sua visione della morte per cancro mi sembra un pochino da romanzo d’appendice, passami il termine letterario, e qui tu ne sai certo qualcosa. L’accettazione non è sempre così serena; non per tutti la consapevolezza di una fine certa fa gustare al meglio gli ultimi momenti che la vita ti offre. Il carpe diem non è automatico proprio perché è difficile imparare a morire.
    Forse la demenza fa entrare in uno stato di pre-morte che egoisticamente non fa sentire l’angoscia del trapasso e qui dissento dal dr. Smith che la vede come la più terribile perché “cancella” la consapevolezza.
    Ma forse non è proprio questo che rende la morte più dolce? Parlo per esperienza anche in questo caso, Ma le domande rimangono sempre.
    Primula

    • Sono d’accordo sul romanzo d’appendice, io sarei stato anche meno tenero. E sono d’accordo con te anche sul discorso molto sensato e delicato che fai sulla morte senza angoscia, sul grigio indistinto della demenza.

  3. Il problema della morte e sul come morire credo sia vecchio, più o meno, quanto l’uomo. Se da un lato il sapere che tra X mesi o anni devi lasciare questa terra (malattia cancro ma credo che non sia l’unica dove la data è più o meno certa) ti permette di sistemare affetti e effetti (per chi ne ha ovviamente) per tempo. Da un altro punto di vista rappresenta una vera agonia, che né whiskey e morfina possono attenuare.
    Diciamo che in generale il pensiero della morte atterisce le persone, comeunque ne sia la forma.
    Sicuramente il Dr. Smith, l’alter ego del nostrano dr. Rossi, ha una concezione filosofica della professione medica ma la vede sotto un’angolazione assai ristretta. Ovvero il suo punto di vista. Per cui tutto il suo ragionamento è finalizzato al raggiungimento di questo obiettivo.
    Il post è sicuramente interessante, perché spinge il lettore a riflettere sui pro e sui contro delle tesi esposte.
    Personalmente ritengo che la morte improvvisa, diciamo nel sonno, è personalmente la mia opzione, pur con tutti i difetti che si porta dietro.
    Ma la morte perfetta esiste o è solo pura utopia?

    • I commenti superano di gran lunga in interesse il post mio e forse anche quello del buon dottor Rossi, ehm, Doctor Smith 🙂 ciò mi lusinga e vi ringrazio.
      Anche la morte nel sonno credo sia un sogno vecchio quanto l’uomo e personalmente è senza dubbio la mia preferita. Se la morte perfetta è solo utopia, questa a mio parere ci si avvicina parecchio parecchio.

  4. La questione interessante è parlare del morire, che è ancora un grande tabù nella nostra società: la medicina ci ha allungato e migliorato la vita, ma non ci renderà immortali. Conviene pensarci. Sono riflessioni che dovrebbero appartenerci, anche se spaventano. Trovo che sia questo l’invito del dottore.
    Nello specifico, dalle esperienze che ho avuto qui e ora, la morte che non sia improvvisa porta con sé sofferenze inutili che non capisco e quindi non riesco a sopportare: forse un giorno si potrà evitare queste sofferenze, sia perché si vorrà farlo sia perché si troveranno modi per farlo. Ma ora, nei nostri ospedali, siamo lontani…

    • Il discorso sulla morte non improvvisa mi fa pensare a quella sorta di “countdown”, quel ticchettio alla rovescia che una diagnosi cattiva innesca, un countdown senza senso, la preparazione lunga dolorosa e logorante all’evento che, fosse stato improvviso, sarebbe già superato e con un punto a capo alle spalle.
      È solo un punto di vista naturalmente.

  5. In fondo, condivido abbastanza la riflessione del dott. Smith. Il punto è che troppo spesso si muore male nei nostri ospedali. A me piacerebbe avere tempo per salutare, per sistemare le mie cose. E anche se ad oggi non si può decidere della propria morte, poter contare su un buon supporto di cure palliative, su una sedazione se il dolore fisico e/o psicologico diventa insostenibile, è già importante. A me aiuta pensarlo.
    Ciao!
    Chiara

    • Sono d’accordo con te.
      Non lo so se e quanto si muoia male nei nostri ospedali, non ho tutti questi anni di esperienza alle spalle per poter esprimere un’opinione fondata. Intanto, osservo.
      Piuttosto: mi turba che ad oggi, in certe circostanze, non si possa decidere della propria morte.

  6. Anch’io avrei scelto la morte improvvisa. Senz’altro il post di Richard Smith porta l’attenzione all’unica vera certezza che abbiamo e che allontaniamo sistematicamente dai nostri pensieri: la morte. Non credo che abbia molta importanza come preferiremmo morire, visto che non si può scegliere quello che ci arriverà. Credo che potrebbe essere utile invece, iniziare a considerare la morte come parte della nostra vita invece di rinchiuderla in un angolo remoto e buio della nostra mente come se per noi non dovesse mai arrivare.

  7. Se mi avessi chiesto di che morte vorrei morire avrei detto anch’io morte improvvisa.
    Se mi avessi chiesto perché qualcuno potrebbe preferire la morte per cancro non avrei assolutamente saputo immaginare il motivo.
    Leggendo le argomentazioni riportate, però, devo ammettere che c’è una certa logica dietro a questo tipo di ragionamento che pensa non solo a chi se ne va ma anche a chi resta.
    Amore, whisky e morfina sono sempre buone idee 🙂

    • Ho come un gatto e una volpe in testa che si mordono a vicenda. Certi momenti penso che la mia morte dovrebbe essere “affar mio e mio soltanto”. Certi altri ammetto che sì, se pensassi anche un pochino a chi resta non sarebbe un brutto gesto.
      Non so quale idea delle due è il gatto, quale la volpe 🙂

    • Non saprei.
      Ho letto altri suoi post. Non è uno stupido. A naso direi, ha esagerato senza pensarci. Oppure sì, hai ragione, ha provocato un po’, apposta.
      Forse è soltanto una persona un po’ piena di sé (del resto è un medico!! 😉 ). Certo che se sottovaluti a quel modo l’impatto che certe affermazioni possono avere, qualcosa non va.

      Detto questo, voglio capire, ragionare, non giudicare. Se taci, non scivolerai mai. Io stesso, un giorno, chissà, potrei scivolare, scrivere cose grossolane senza pensarci (potrei averne già scritte). La buccia di banana è tale proprio perché non te ne accorgi. Ci sta.

      • Quest’ultima cosa che dici è di una verità e sincerità disarmanti, che in pratica tutti sia scrivendo che parlando possono finirci, anche io posso spararla troppo in alto o in una direzione che chi mi conosce pensa “questa è impazzita” ma ci sta, è uno sfogo, un tastare altri terreni e mettersi in discussione, salvo tornare indietro senza aver scoperto niente di che o guadagnandoci qualcosa che restando sempre al sicuro nel proprio territorio non avremmo mai trovato. Siamo umani, mica sempre tutti incravattati… sai che noia!
        Quindi è una cosa che ci sta, diciamo…
        Riguardo il tema, credo di non essere d’accordo con lui. In generale il tipo di morte preferibile dipende pure da chi hai intorno, cambia se hai una famiglia o sei solo. Non che ci abbia mai pensato troppo sul serio, ma credo che risponderei anche io morte improvvisa o quella di vecchiaia. In entrambi questi casi è possibile godersi la vita per quello che è, con le cose che accadono e non, semplicemente. Sapere di dover morire rischia di falsare enormemente i desideri di dire e fare determinate cose, che normalmente non avresti. E’ come avere troppo tempo per prepararsi ad un esame, finisci per viver male l’attesa, c’è sempre qualcos’altro che vorresti leggere e imparare. Distrugge la spontaneità, l’improvvisazione, il vivere il momento. (ovviamente stiamo parlando di “preferenze”, che se poi uno ci si trova davvero non è detto debba essere così)

        • Infatti, quindi un po’ di leggerezza e via, anche se ogni tanto saltano fuori stupidate, chissene… se ricordi, il sottotitolo originale di questo blog era “meglio tacere e passare per scemi che aprir bocca e togliere ogni dubbio!”
          Sulla seconda parte, sono come te. Vivo male l’attesa, qualsiasi tipo di attesa, e credo che vivrei male, malissimo anche (e soprattutto) quell’attesa là.
          Poi boh.
          Sapere di dover morire, dicono, aiuta anche ad affermare sé stessi con più onestà e coraggio. Ecco: e se ce lo ricordassimo prima, invece di aspettare quella volta? 😉

          • Ecco l’ideale sarebbe ricordarselo appunto ma è impossibile, ogni tanto ti prende male e non credo che saper di vivere di più o di meno cambierebbe questo… viva la spontaneità, anche se non stiamo sempre alla grande e con tanta voglia di fare..
            Ricordo si il sottotitolo! Allora così lo allentiamo un po’, che in fondo bisogna anche guardare alla persona del tipo se so che non sei abituato ad un certo atteggiamento nello scrivere capisco che qualcosa non va ad esempio…

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