Cosa (non) può mancare in un matrimonio giapponese

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Ci confondiamo con i pochi turisti della domenica mattina di un piccolo tempio scintoista nella zona nord di Kyoto. Kamigamo jinja. Pioviggina. Camminiamo sulla ghiaia bagnata, sto attento a non sporcarmi le scarpe nere, nuove. Fa freddo. Ho in tasca una cuffia e in mente ricordi di foto venute coi capelli per aria, per colpa di una cuffia. Rinuncio.

Prima della cerimonia ci fanno accomodare in una zona riservata del tempio. Una grande stanza riscaldata, accogliente, divisa a metà da un paravento bianco, alto quanto basta perché il giapponese medio non possa vedere oltre. Di là sono molto più numerosi. Più chiassosi: ci sono dei bambini. Cerco di non guardare ma l’occhio inevitabilmente salta. Alcune signore vestono il kimono. Gli uomini sono tutti in camicia chiara, cravatta bianca. Anch’io. Ai matrimoni, qui, si usa così.

La sposa è in kimono tradizionale rosso. Lo sposo indossa un kimono di colore nero, tipico del matrimonio secondo il rito shinto, lo hakama haori.
Ci vuole dall’ora all’ora e mezza per vestire (bene) un kimono tradizionale. Tra mezz’ora e un’ora per uno hakama haori.
Ci sono agenzie specializzate che lavorano per questo. Provano le taglie dei vestiti, vestono gli sposi prima della cerimonia, tengono i discorsi ufficiali durante il ricevimento.

Viene il momento delle presentazioni. Degli inchini.
Le due famiglie, che già si conoscono, vengono presentate ufficialmente.

Ci raduniamo per andare nel tempio shinto, dove si terrà la cerimonia. Guardiamo a sinistra e a destra. Attraversiamo la strada in fila per due.

La cerimonia si svolge in uno spazio di pochi metri quadri coperto da un tetto di legno davanti a un altarino pieno di luci, simboli, decorazioni shinto. Tre file strette di panchine da una parte, tre dall’altra, un piccolo spazio centrale per gli sposi e per i celebranti. Panchine minuscole, senza schienale, instabili.

Il sacerdote shinto, il kannushi, celebra la funzione. Recita la preghiera, una cantilena che pare senza inizio e senza fine.
Vestite di bianco e di rosso, di fronte a me, due giovani miko. Danno i tempi per alzarsi in piedi, per tornare a sedersi, per alzarsi in piedi di nuovo. Faccio fatica a distinguerle una dall’altra, hanno tratti somatici molto simili. Una di loro mi guarda fisso, a lungo. Concentrata, forse non mi nota neppure.
Quando tace il sacerdote, si alzano tristi e suadenti i fiati dello sho e dello hichikiri. Ogni tanto, un colpo di tamburo.

Gli sposi si avvicinano all’altare. Lo sposo recita una promessa di fedeltà reciproca. La sposa dice, anch’io.
Le miko agitano il suzu scintillante davanti agli sposi. Poi davanti a noi, davanti alla famiglia della sposa. Versano del sakè in un piattino agli sposi, a noi, alla famiglia della sposa. Lo avvicino alla bocca. Conosco quel’odore aspro, lungo, delicato.

Le foto. All’aperto. Ci togliamo i giacconi. Una fila seduta davanti, un’altra in piedi.
L’attenzione ai dettagli. L’inclinazione degli occhiali del papà dello sposo. La simmetria dei lacci delle scarpe. L’allineamento delle ginocchia. L’inclinazione del busto di chi è seduto. La cipria sulle guance della sposa. L’illuminazione. Un sonaglio col viso di Anpanman per richiamare i bambini.

La portiera dell’auto si apre verso l’alto. La sposa sale in macchina camminando su un tappetino rosso. Un telo bianco copre la ruota posteriore della macchina. Una corda di vimini sul dorso del sedile anteriore cui la sposa si aggrappa: provate a fare una curva, in macchina, vestiti col kimono, senza qualcosa a cui reggervi.

Prima del ricevimento, una stanzetta riservata, tranquilla. Una per famiglia. Fisicamente separate, stavolta. Raccolte, discrete. Un appendiabiti. Due tavolini, dei tovaglioli. Sedie a semicerchio. I camerieri entrano spingendo delicatamente la porta e chiedendo permesso. Portano del caffè, del tè.

La sala da pranzo è ampia come un’aula magna, luminosa. Gli altoparlanti diffondono a basso volume cover di musica pop. Cinque tavoli. Non più di nove, dieci persone per tavolo. In fondo alla stanza, al centro, un poco più in alto, gli sposi. Il loro tavolo è guarnito di fiori.

Si abbassano le luci, si alza il volume della musica. Entrano. Si fermano appena oltre la porta e fanno un lungo inchino. Poi attraversano la stanza e lentamente raggiungono il loro posto.

Una donna sorridente parla al microfono da dietro un leggio. Presenta gli invitati uno a uno, dice qualche parola sugli sposi.
Fa parte dell’agenzia che organizza il matrimonio. Riprenderà la parola spesso. Per tutto il resto del tempo, resterà in piedi dietro al leggio, col viso sempre sorridente. Un sorriso naturale, appropriato.
La guardo per un po’. Voglio sorprenderla una volta, almeno una volta, senza il sorriso.
Ci riprovo più volte durante il pranzo. Niente da fare. Vince lei.
Sembra uno scherzo. Provate voi a restare col volto sorridente per delle ore senza che vi venga un crampo, o che vi si squagli in una smorfia di fatica, o che semplicemente vi saltino i nervi.

A metà del ricevimento gli sposi si ritirano. Si cambiano. Rientrano vestiti in abiti occidentali, giacca e cravatta lui, abito bianco lei.
Tutti i bambini regalano un mazzo di fiori agli sposi.

Alla fine della cerimonia, dopo un breve discorso di ringraziamento tenuto in genere dal padre dello sposo, gli sposi e i genitori escono dalla sala e attendono poco oltre gli invitati. Li salutano uno per uno, lasciano un presente. Di solito è qualcosa da mangiare.

Eravamo già rientrati a casa, diverse ore dopo, quando mi è venuto in mente un particolare. Durante tutta la cerimonia non avevo mai visto gli sposi baciarsi.
Possibile?
Ho chiesto conferme. È vero, mi è stato risposto. Ci sta, è stato aggiunto.

Insomma, ho passato un giorno intero a un matrimonio. Gli sposi non si sono mai baciati. E io non solo non me ne sono accorto, ma ripensandoci ora non lo trovo né strano né stonato.

Non solo. Il momento in cui mi sono sentito più sorpreso, più impreparato, è stato quando alcuni parenti, tre anziani giapponesi, prima di andare via, anziché salutarmi con un inchino, da debita distanza, come si fa qui, si sono avvicinate e senza preavviso, a tradimento quasi, mi hanno stretto la mano.

Cosa sa insegnarti a volte la vita.

18 pensieri su “Cosa (non) può mancare in un matrimonio giapponese

  1. Bel post; io ho iniziato ad interessarmi al giappone e a studiarne usi e costumi quasi venti anni fa (quando ho iniziato a leggere i manga) e non mi stupisco dell’assenza del bacio, del sorriso perenne della tipa, della compostezza del tutto. Il giappone sotto molti punti di vista è un mondo a parte; non migliore né peggiore dall’occidente ma diversissimo.
    Non sai quanto mi piacerebbe assistere ad un matrimonio tradizionale giapponese, ma ancora non sono nemmeno mai stata in giappone e quindi mi basterebbe anche solo passeggiare ad harajuku. =)

    • Prima considerazione (banale), mamma come corre il tempo. Stavo per risponderti al solito, “tu sei un’appassionata, io invece nel mondo del Giappone mi ci sono imbattuto per caso, sono soltanto…” ehm, 14 anni ormai. E 14 cominciano a essere tanti…
      Seconda considerazione: allora a quando il viaggio? Apri l’agenda e fai due ipotesi 😉

  2. Bellissimo questo “scorcio” di Giappone. E’ una cultura che mi affascina anche per questo suo muoversi un po’ in punta di piedi rispetto al nostro essere “espansivi” che a volte stona. Grazie Ian

  3. Trovo tutto giusto e opportuno, ci sta , ci sta eccome.
    Il bacio, i non troppi invitati, la compostezza, e anche tutta la parte burocratica che a noi stressa tantissimo prima del matrimonio, che loro delegano ad una agenzia.
    Il problema sta a pensare italiano, ai nostri matrimoni italiani, al nostro essere italiani, al nostro modo di vivere. Alla nostra essenza ecco.
    I giapponesi hanno un’essenza diversa e la cogli subito, dal primo istante. Ad essere lì come sei riuscito a farmi provare, forse mi sarebbe sembrato strano vederli baciarsi. Stonato, forzato…
    Ma è una cosa che percepisci subito, ti basta un attimo, anche se non sei tu in Giappone ma è il Giappone che è venuto a casa tua, che è anche peggio, perché non hai punti di riferimento, non sai come fanno di solito lì, non puoi guardarti intorno, vedi solo i muri di casa, e pensi che non sai quando smetterà l’inchino contagioso, e che hai solo le forchette, e che avresti dovuto leggere qualcosa, magari in quel blog lì di quel IanSaiin, ma ancora non esisteva…
    Lasciando perdere la mia esperienza, quel modo educato rigoroso pulito rispettoso non riuscirò mai a descriverlo con la parola giusta perché è un po’ di tutto questo ma anche qualcosa in più. Forse tu che sei lì riesci a trovarla.
    E’ come aprire uno scrigno…
    Comunque, una volta che l’hai aperto (in Italia o in Giappone) non lo richiudi più.

  4. Molto interessante è stata questa radiocronaca di un matrimonio giapponese, un paese lontano fisicamente e psicologicamnte rispetta noi. Interessante perché rivela costumi assai difformi dai nostri per certi versi, anche ci sono alcuni punti di contatto. Ma quello che si percepisce è il clima ovattato che avvolge la cerimonia, molto meno chiassosa rispetto alle nostre tradizioni.

  5. In Asia le PDO (Public Display of Affection) non sono ben viste. Piangere con le lacrime, ridere sguaiatamente, baciarsi sulla bocca sono considerate azioni private, non condivisibili.
    Durante il matrimonio però pensavo che almeno un bacino ci scappasse… invece neanche quello 🙂
    Grazie per il bel racconto dettagliato, è stato un bel tuffo in una cultura che mi incuriosisce e che non sono ancora riuscita a visitare di persona.

    • Non è così per tutti i matrimoni naturalmente. Ieri è stato così.
      Convivo da ormai più di due lustri con una cultura asiatica che limita al massimo le Public Display of Affection. Ho avuto il mio daffare per accettare certi comportamenti e certe situazioni, specie i primi anni. Ho travisato il significato di molti atteggiamenti e non ho dubbi che continui (e continuerò) a fraintendere molto, nonostante le buone intenzioni. Quello che mi ha sorpreso è l’idea che forse, vivendo accanto a una cultura diversa dalla tua, ne assorbi e ne accetti le consuetudini più di quanto tu te ne renda conto. E facile notare le differenze, più difficile accorgerti di ciò che ti accomuna.
      Vale anche quando guardo noi italiani da fuori (cosa che tu avrai fatto molto più di me e su cui hai carta bianca se vuoi dire la tua). Siamo bravi a beccarci per le nostre piccole e spesso insignificanti differenze, siamo meno capaci di notare quante cose invece ci accomunano.
      Penso che più degli ottanta euro in busta paga servirebbe una settimana ogni tanto passata all’estero. In uno di quei tanti posti del mondo che stimiamo più civili e avanzati del nostro soltanto per stereotipo e sentito dire.
      (Ho divagato. Sorry)

  6. Non hai trovato stonato che gli sposi non si baciassero… non dici perché, sto cercando di immaginarmi io al tuo posto e non so se risponderei lo stesso… qualcosa legato all’atmosfera?

    • È mancato un rito che da noi è essenziale. Atteso, ricercato, fotografato. Un rito che gli invitati si sentono in diritto di chiedere (il tintinnare delle posate sui bicchieri, i cori “bacio! bacio!”…).
      Mi ha sorpreso il fatto di non essermene accorto se non parecchie ore dopo la cerimonia. E quindi ho pensato: guarda te che sono diventato più giapponese di quanto avessi mai immaginato!

      • Ahahah ecco, forse perché nell’insieme è stato così armonico, aveva un senso chiuso così come si è svolto e non ti è sembrato mancasse altro… In fondo non manca ciò di cui non si avverte il bisogno 🙂

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