Addiction

Mio padre lavorava di notte.
Uscivo al corso di tennis o alla lezione di pianoforte che lui ancora dormiva, tornavo per cena e lo trovavo lì, in piedi in un angolo del salotto, a leggere il giornale che aveva comprato la mattina presto prima di andare a dormire.
Siediti, gli diceva sempre mia madre, da quando leggere in piedi è creanza.

La mattina tornava prima che io mi alzassi. Trovavo il giornale profumato di stampa sul tavolo della cucina. E lì accanto c’era sempre un bicchiere, mai vuoto del tutto. Aprivo il giornale per annusare. Annusavo anche il bicchiere. E un giorno ho scoperto che era buono.

Hanno radici lontane le mie dipendenze più serie.

Mia madre diceva di non dormire mai. Diceva che papà faceva un lavoro pericoloso e che lei non poteva dormire. La prendevamo in giro per questo. Se la notte hai paura, le dicevo, vai a lavorare con papà. Così sarete in due e lo difenderai.
Mia madre diceva che queste frasi erano stupide. Ma essere stupidi è una grande fortuna, diceva, perché il mondo è degli stupidi. Così mi lasciava dire le cose stupide.

La sera per dormire prendeva le gocce di Xanax dall’armadio rotto.
Avevamo in cucina un armadio con la porta rotta, sapeva aprirlo solo lei, neanche mio padre. Diceva che era semplice, si doveva solo tirare spingendo, che era sicura facevamo apposta a non volerlo aprire.
Invece.

Una notte mi ero alzato perché non potevo dormire. Ragazze, brutti voti, chissà cosa mi mordeva. Ero sceso in cucina. Sul tavolo, lì dove la mattina c’era sempre il giornale, era rimasta, dimenticata, la scatolina di Xanax.

Non disperdere nell’ambiente il contenitore vuoto.
Il contenitore non era vuoto.
La data di scadenza indicata si riferisce al prodotto in confezione integro, correttamente conservato.
La confezione non era integra.
Tenere il medicinale fuori dalla vista e della portata dei bambini.
Ero ancora un bambino?

Hanno radici lontane le mie dipendenze più serie.

Mio padre è morto da sei anni. Mia madre mi riconosce a stento, ma ride tanto, ride molto più di un tempo quando la vado a trovare in casa di riposo.

Ho smesso presto di andare a pianoforte, e a tennis non gioco più.
Leggo ancora il giornale quasi tutte le sere.
Seduto.

18 pensieri su “Addiction

  1. Mi sei mancato tantissimo qua! E’ passato quasi un anno e questo che scrivi non mi sembra il prosieguo di ciò che avevi lasciato… Si sente una grossa differenza e qualche nota triste… Però se sei qui è perché le parole hanno smesso di girarti solo per la testa e hanno chiesto di uscir fuori ed è bello, e lo è leggerti.

    • Grazie Bloom!!
      Come sai mi è sempre piaciuto disorientare un po’ chi legge, ieri racconto di pneumatici in garage, oggi una Nippopill leggera, domani un pezzo più aggrovigliato, dopodomani una cosa di medicina…
      E poi per mesi sto zitto, che se da un lato è per forza maggiore, dall’altro ti dice anche che scrivo solo se mi va, e non tanto per.
      A volte hai qualcosa che deve saltar fuori, e prende questa forma. Come Addiction.
      Mi ci voleva!!
      Provi a far passare un’emozione – quale che essa sia – e te ne liberi così. Inventando.

    • Grazie a te 🙂
      Come altrove scritto, in quelli che con un certo coraggio chiamo racconti, l’idea (la necessità mia) è proprio liberarmi di un’emozione che mi gira attorno o mi tormenta. I fatti, tutti i fatti sono inventati (arrivano da soli, nuovi, da non so dove) in funzione di quello stato d’animo.
      Grazie a te di leggere sempre

  2. Poco importa se ciò che narri sia reale o immaginario, autobiografico o meno. È verosimile, trasmette e suscita emozioni. Questo conta nella scrittura, conta il pensiero puro indipendentemente da chi lo racconta e dal suo coinvolgimento personale. Conta la forza delle parole capaci di generare un micro mondo che è reale sulla pagina. Che lo sia anche nella vita è solo un fattore esterno ininfluente per il valore della narrazione in sé.
    Questa la mia visione del racconto, questo è ciò che trovo nel tuo: un quadro verosimile di un pezzo di esistenza.
    Ben tornato Ian!
    Primula

    • Sono d’accordo con te.
      Avevo un’emozione in minore da cacciare sulla pagina e così è successo. Non avevo idea di cosa avrei scritto prima di iniziare, c’era solo la scintilla e il tono e quella cosa che pesava.
      Il resto si è scritto da sé.

      Ribadisco la sorpresa di trovare ancora così tanta gente da queste parti.
      Non siate teneri con me.

        • Certo, è che l’indulgenza rilassa, mentre una certa severità di fondo mantiene quella tensione utilissima quando tieni un blog e di principio saresti uno piuttosto schivo.
          Non ho mai combinato nulla quando sono stato troppo indulgente con me stesso :b
          Che poi, naturalmente, si fa sempre un po’ per dire. Si fa e non si fa. Si dice e non si dice.
          Da uno Ian severo ma non troppo
          🙂

    • Se svelo tutto, crolla tutto.
      Posso dirti che in ogni racconto c’è una scintilla di verità che lo accende e un tono (un maggiore o minore del tipo della musica) che spinge il racconto.
      La scintilla è nascosta nel testo. Il minore lo si percepisce facilmente, credo.
      Il tono è l’unica cosa di autobiografico che c’è. Tutto il resto è pura finzione.
      È l’unico metodo (per me) per poter fare una narrazione veramente catartica.
      Com’è stata questa, assicuro.

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